Il cielo fuori dalla finestra era azzurro chiaro.
Agatha si alzò sbadigliando dal letto e si affacciò all’esterno. Le nuvole del giorno prima si erano diradate, e la rugiada sull’erba splendeva nella luce del sole come tante piccole gemme. Il serpente nero del torrente poco lontano adesso si era fatto verde e blu, e Agatha riusciva a vederlo scomparire all’orizzonte, tra le distanti colline. Dall’altro lato rispetto al torrente, i rami rossicci degli alberi di un piccolo boschetto ondeggiavano al vento, in una gentile danza.
Ora che lei lo vedeva così illuminato, il paesaggio era quasi piacevole.
Sospirò, chiedendosi cosa ci fosse che non andava in lei. Era prigioniera e circondata da creature non umane, che per di più probabilmente l’avrebbero uccisa all’istante se avessero scoperto che lei non era la persona che cercavano: si aspettava di disperare, o almeno di essere preoccupata; all’inizio lo era stata; ma poi le avevano dato da mangiare ed era andata a dormire; e dopo una singola nottata di sonno, la cosa più forte che adesso provava era il bisogno di fare colazione.
La stanza dietro di lei era modesta, il pavimento in legno era tarlato, i muri in pietra scura rendevano l’ambiente buio e opprimente e c’era qualche buco nel soffitto, però lo spazio era ampio, metà di quel piano della torre, aveva una larga finestra e aveva un letto. Ed era da quando era fuggita da Elis che Agatha non dormiva in un vero letto.
Era una stanza, appunto, non una cella.
La porta non era nemmeno chiusa, poteva passare alla stanza adiacente se voleva. Lì avrebbe trovato la guardia che aveva il compito di impedirle di fuggire, ma non di sorvegliarla per tutto il tempo. Le avevano lasciato un suo piccolo spazio in cui non aveva addosso gli occhi di nessuno.
Non che ci fosse bisogno di tenerla d’occhio. Anche se avesse raggiunto la tromba delle scale al di là della guardia, la sua fuga si sarebbe fermata lì: non avrebbe potuto scendere, non da quel lato.
Il solo modo per scendere era da quella finestra da cui adesso era affacciata.
Agatha alzò lo sguardo verso lo strano oggetto appeso a una trave che sporgeva dal tetto della torre sopra di lei. Era un grosso cilindro, attorno al quale erano avvolte molteplici funi, come in una larga carrucola. Il capo di una delle funi era annodato a un blocco di pietra, e Agatha poteva immaginare quanto fosse pesante dal fatto che nonostante fosse sospeso nel vuoto il vento non lo faceva ondeggiare. L’altro capo, insieme alle altre funi, scompariva verso il basso, in un punto che era invisibile da dietro il davanzale della finestra. Laggiù stava la parte più strana di quel complesso macchinario.
Agatha non aveva bisogno di vederla, perché l’aveva già vista al suo arrivo, ma lasciò comunque che il suo sguardo scorresse lungo le funi, finché non notò un movimento a livello del terreno.
Uno dei lupi si stava allontanando. Sul suo dorso c’era una singola figura in nero. La sua testa era coperta dal cappuccio, per cui Agatha non era in grado di vedere nemmeno il colore dei capelli.
Lo guardò con leggera curiosità, finché un altro movimento non attirò la sua attenzione: accompagnata da una sinfonia di cigolii, la carrucola aveva cominciato a ruotare, facendo scendere il blocco di pietra verso il basso.
Pochi istanti dopo, la porta della stanza venne aperta.
«Spostati dalla finestra.» disse con tono severo ad Agatha la donna So’el dai capelli viola. Era stata lei a portarle da mangiare la sera prima, e poi era rimasta lì a farle la guardia.
So’el. Agatha faceva ancora fatica ad abituarsi all’idea, ma quelle creature dalla pelle color gesso potevano essere solo So’el.
Si allontanò con obbedienza dalla finestra e lasciò che la donna prendesse il suo posto. Notò che teneva in mano la ciotola con cui lei aveva cenato.
Da oltre il davanzale cominciò a fare capolino l’oggetto su cui era arrivata in quella stanza. Era una larga cassa in legno, assicurata a una delle funi della carrucola in alto. Agatha non aveva chiarissimo il suo funzionamento, ma aveva capito che usava il blocco di pietra come contrappeso e poteva ascendere o discendere lungo il muro della torre. Il suo movimento poteva essere governato da dentro la cassa, attraverso una manovella su uno dei lati, sempre collegata alla carrucola in alto.
L’oggetto arrivò all’altezza della finestra, e il lato che dava su di essa si aprì, formando una rampa. Ne discese, con passo leggero e facendo ondeggiare il mantello nero al vento, uno dei due So’el che l’avevano rapita dall’accampamento: quello con gli occhi di due colori diversi.
La donna, che fino a quel momento aveva dato ad Agatha l’impressione di aspettarsi questa visita, alla vista di quell’uomo sembrò sorpresa e gli domandò qualcosa nella loro lingua.
Agatha non aveva idea del significato, ma si sforzò di comprendere i suoni.
«Bila’th. Vod ithonn?» Il tono suonava ostile, o perlomeno infastidito.
L’uomo le rivolse un sorriso e alzò le mani, mostrandole i palmi aperti. «Rihul dohk. Vis ahlrihul hess.» Mentre finiva di parlare, posò lo sguardo su Agatha, senza smettere di sorridere. Ma in quel sorriso non c’era nessun calore.
La donna sospirò.
«Vhoi. Fad ‘ntho nahn thamm. Alhed Dronnur.» detto questo, salì sul davanzale ed entrò nella cassa.
«Iaa, iaa, iaa.» le rispose lui, senza neanche voltarsi a guardarla.
La donna rialzò la rampa e la cassa cominciò a scendere.
Una volta che fu scomparsa alla vista, l’uomo fece un cenno verso la finestra e parlò: «Strano aggeggio, vero?»
Agatha non rispose, guardinga. La donna era stata fredda e distante. Lui invece era diverso: l’espressione di quell’uomo, il suo sguardo, il tono della sua voce, tutto di lui trasmetteva una minaccia silenziosa: le faceva venire in mente quel corvo che lei una volta aveva visto osservare un topolino prima di avventarsi su di lui e mangiarselo.
Lui continuò, indifferente al silenzio di lei: «È ingegnoso. Voi umani dimostrate una creatività sorprendente… quando si tratta di rubare.» Quell’ultima frase fu pronunciata in un basso brontolio, e il sorriso scomparve dal suo volto.
«Umani? Rubare? Di cosa stai parlando?» Agatha parlò senza pensare, perché non riusciva più a seguirlo.
Lui allargò le braccia in un grande arco. «Quando siamo arrivati qui, un gruppo di umani stava demolendo questa torre pietra dopo pietra, aiutandosi con quel macchinario.»
Si avvicinò a un muro e lo toccò con una mano, un’ombra nera nella penombra. «Immagina. Questo edificio è vecchio di decenni, forse di secoli. Ha resistito a ogni intemperie, ergendosi orgoglioso su questa pianura. Finché voi umani non avete cercato di smembrarlo.»
Agatha adesso aveva capito. Non ebbe bisogno di chiedere che fine avessero fatto quegli umani. «Questa torre… apparteneva a voi So’el?»
Lui voltò di scatto la testa verso di lei. Il suo occhio sinistro era un abisso scuro, quello destro una lama di ghiaccio.
«Ma certo.» disse. «Come tutto quello che vedete nelle vostre città.» Rise in modo amaro. «Le “vostre” città… Non c’è nulla di realmente “vostro” in questo mondo. Anche quel poco che costruite con le vostre mani è fatto con pietre prese dalle nostre case, dai nostri monumenti… dai nostri templi.»
La sua espressione si fece malinconica, come se si fosse perso in un ricordo nostalgico.
Agatha seppe che era una pessima idea già mentre apriva la bocca, ma non riuscì a trattenersi. Quell’uomo era riuscito a farle di nuovo provare un sentimento forte: l’irritazione.
«Q-Quelle case, quei momenti, anche quei templi… furono costruiti anch’essi da noi umani. Siete voi quelli che non hanno mai costruito niente con le proprie mani. Perché facevate fare tutto a noi schiavi.»
L’uomo dai capelli bluastri aggrottò la fronte e scoprì i denti affilati. «Non osare parlarmi con quel tono, aburai! Cosa credi di saperne tu?»
Ad Agatha venne paura, ma non così tanta da impedirsi di continuare. «So cosa significa quella parola, ad esempio.» “Aburai” era un insulto con cui i So’el si riferivano agli umani, e una delle pochissime parole nella loro lingua che erano state tramandate nella società umana; per non dimenticare mai la sofferenza che avevano patito. «“Pelle sporca”. Voi ci disprezzavate. Ci trattavate come animali. Ci avevate privati della nostra libertà.»

«Libertà di cosa?» L’uomo alzò improvvisamente la voce. «Di mangiare più di quanto vi servisse?»
Fece un passo verso di lei, facendo scricchiolare il pavimento.
«Libertà di rubare? Libertà di uccidere? Libertà di calpestare tutto ciò che di buono e di bello aveste trovato sul vostro cammino e di ridurlo in polvere?»
L’irritazione di Agatha divenne vera e propria rabbia. «Non c’era niente di buono o di bello nella vostra società.» Il tono della sua voce sorprese per prima lei stessa. «Voi eravate malvagi.»
L’uomo sgranò gli occhi, colpito. «Quindi è questo che vi raccontate.»
Continuò ad avanzare verso di lei. Anche senza contare gli occhi disaccoppiati, il suo volto era una maschera terrificante. Se avesse allungato una mano sarebbe riuscito a toccarla.
Agatha d’istinto alzò un braccio e mandò l’impulso al suo sclerigro… solo per ricordarsi che non ce l’aveva più.
L’uomo ridacchiò malignamente. «Cerchi questi?» Si infilò una mano nel mantello ed estrasse un piccolo bracciale grigio e una sottile fascia di tessuto, che Agatha riconobbe immediatamente.
«È strano pensare che oggetti dall’aspetto così innocente possano diventare un’arma tanto temibile.» La sua bocca si piegò in una smorfia di vago disprezzo, mentre li guardava. «È solo colpa sua se abbiamo perso la guerra. Sua e del fatto che voi eravate più numerosi.» L’uomo adesso non stava parlando veramente a lei, sembrava rivolto più che altro a se stesso. «Anche quando voi umani create qualcosa, lo fate solo allo scopo di distruggere qualcos’altro.»
Agatha dovette reprimere la tentazione di cercare di agguantare il bracciale e la fascia di controllo.
L’uomo spostò di nuovo il suo sguardo su di lei, senza cambiare espressione. «Sai, alcuni dei miei amici volevano lasciarteli. “Cosa ne potrà mai fare una donna?” mi hanno detto. Che sciocchi. Eppure…»
Lasciò cadere il bracciale, che colpì il legno con un tintinnio.
Poi strinse la fascia tra le due mani. E la strappò. Più volte, riducendola a brandelli.
«Ecco. Adesso puoi tenertela. Contenta?» disse, accompagnandosi con una risata.
Agatha strinse i pugni, ma a parte quello non reagì.
«Oh, ti ho fatta arrabbiare?»
Era una provocazione. Agatha continuò a osservare i brandelli di fascia e il bracciale sul pavimento, ignorandolo.
«Guardami quando ti parlo!»
Una mano le artigliò i capelli. Il pavimento scomparve, e al suo posto il campo visivo di Agatha fu riempito dal volto pallido del So’el.
«Sì, tu mi odii.» le sibilò. «Ho perso il conto di tutte le volte che ho visto quell’odio nello sguardo di un umano. Se tu potessi farmi del male, lo faresti. Con voi è sempre così. Vi comportate allo stesso modo anche tra di voi.»
Il suo volto era a poche dita da quello di lei. Agatha vide la propria espressione di terrore riflessa nel suo occhio azzurro. Cercò di liberarsi, ma la sua presa era come una morsa.
«Una stanza tutta per te, un letto e persino due pasti al giorno. Tutto questo riguardo che gli altri hanno nei tuoi confronti mi dà la nausea. Vi trattavamo come animali perché voi siete animali. E come tali dovreste essere tenuti.»
«Bila’th!»
La voce proveniva dalla finestra. Sia Agatha che l’uomo si voltarono verso di essa.
Senza che la ragazza se ne accorgesse, la cassa era risalita.
Ne scese il So’el dai capelli verdi, quello che aveva immobilizzato l’altro la sera prima.
«Reskha.» disse, con tono calmo ma perentorio.
L’altro la lasciò subito andare, come se avesse ricevuto un ordine.
«Nuri vivhannin, Dronnur.» disse, mentre saliva sulla cassa sotto lo sguardo severo del nuovo arrivato. Suonava come se si stesse giustificando.
Prima di chiudere la rampa, si rivolse di nuovo ad Agatha: «Non credere che voi umani adesso siate più liberi. Continuate a usarvi l’un l’altro, con molta più crudeltà di noi. Eravate bestie, e siete rimasti bestie. La sola cosa che tiene a bada i vostri istinti è la paura.»
L’uomo dai capelli verdi lo guardò scendere, poi parlò a lei: «Cosa gli hai detto?»
Lei tirò su col naso, ancora frastornata. La stava forse accusando di averlo provocato? «Niente.»
«Ti ha fatto male?»
«No.»
Lui allungò una mano verso di lei, ma quando Agatha si ritrasse lui si fermò. «Sei sicura?» le chiese.
«Sì, sono sicura.»
L’uomo mise giù la mano. «Va bene. Però prendi questa.»
Solo allora Agatha notò la ciotola di legno che teneva nell’altra mano.
«Ti ho portato la colazione.»
Agatha mangiò in silenzio, e lentamente. Era una brodaglia dall’aspetto spiacevole, ma saporita.
L’uomo si sedette sul pavimento poco lontano e si voltò verso la finestra, guardando fuori.
«Era il mio turno di farti la guardia.» disse, all’improvviso. Era dispiacere quello che Agatha sentiva nella sua voce?
«Bila’th non sarebbe dovuto entrare in questa stanza. Avremmo dovuto stare più attenti.»
«Quindi quello… si chiama Bila’th?»
Il So’el ebbe un tremito e spostò lo sguardo su di lei. Forse non avrebbe dovuto dirmelo, pensò Agatha.
Ma subito dopo si rilassò e rispose: «Sì. Io sono Dronnur. E la donna che è stata qui ieri sera e che tornerà più tardi è Vrell.»
«Piacere di conoscerti, Dronnur.» Agatha si rese conto di quanto suonasse strano solo dopo averlo detto: le era venuto naturale.
Dronnur sbuffò, e tornò a guardare fuori, senza dire altro.
Lei ne approfittò per dare di nuovo un’occhiata furtiva al bracciale e ai brandelli della fascia, ancora sul pavimento. Era convinta di essere stata discreta, ma il gesto non sfuggì all’uomo.
Che tuttavia non si mosse per raccoglierli. «Quelli puoi tenerli.» disse, invece.
Agatha mandò giù il resto della colazione. Dronnur prese la ciotola e il cucchiaio e uscì dalla porta.
Dopo aver preso un respiro profondo, la ragazza si precipitò a raccogliere il bracciale e i brandelli di fascia, cercando di non fare rumore e anche di reprimere il sorriso che le stava spuntando di prepotenza sulle labbra.
I So’el erano convinti che la fascia dovesse essere intera per essere usata. Ma non era così. La fascia in sé era solo copertura. La cosa importante era ciò che c’era avvolto dentro.
Con una mano sul bracciale, Agatha tastò uno per uno i piccoli pezzi della fascia, finché non sentì con i polpastrelli un piccolo disco di materiale più duro sotto il tessuto.
Il bracciale ebbe un tremito.
Agatha si portò quel pezzo alla fronte e mandò l’impulso.
Voglio un coltello.
Il bracciale tremolò, e poi divenne un piccolo ago nella sua mano.
Ad Agatha sfuggì un’imprecazione che le avrebbe guadagnato una sgridata da sua madre. Naturalmente non poteva essere così facile.
Ma almeno era un inizio.
Ora poteva pensare a come scappare.
Quando le nuvole si diradarono, le mura di Istak erano diventate già una sagoma scura all’orizzonte dietro di loro.
«Ora possiamo verificare la nostra direzione.» disse Ark, e sguainò la spada per poi conficcarla nel terreno.
Fyra non disse niente, ma scambiò un’occhiata con Kal e capì che lui condivideva il suo sentimento: presto avrebbero dovuto parlare.
Del tutto ignaro di quello che lei e Kal pensavano, Ark osservò la sottile e dritta ombra proiettata sull’erba dalla spada, e là dove l’elsa incontrava la lama posò una pallottola presa dalla sua sacca.
Seguì un giro di clessidra di attesa silenziosa. Fyra guardò la prateria e le sparse colline intorno a sé. Su alcune di esse vedeva piccoli villaggi, proprio come quelli che aveva visto durante il viaggio verso Istak. Le sembrò fosse passata un’eternità da allora. Durante quel viaggio lei e tutti gli altri profughi di Elis avevano compiuto a volte lunghe deviazioni per evitare di avvicinarsi troppo ai centri abitati e causare allarme. Ma adesso non erano più una colonna di decine di persone: erano solo tre individui. Anche se quei villaggi li avessero visti, ed era probabile, Fyra dubitava che il loro passaggio avrebbe causato un qualsiasi tipo di allarme.
Non dobbiamo preoccuparci di non essere notati. Non ancora, almeno.
«Ark… dov’è il tuo sclerigro?» sentì Kal chiedere. Era la domanda che anche Fyra voleva fare.
«Non ora.» Ark per tutto questo giro non si era mosso. Era rimasto a osservare l’ombra della spada e il suo lento spostamento lungo il terreno. A Fyra non sfuggì il leggero tremito delle sue spalle non appena aveva sentito la domanda.
«Ecco.» Prese un’altra pallottola e segnò di nuovo la posizione dell’ombra. Poi estrasse la spada dal terreno e la usò per tracciare una linea tra le due pallottole scalzando l’erba.
«Questo è l’ovest.» indicò la prima pallottola. Dopodiché tracciò una seconda linea, perpendicolare alla prima, creando una croce di terriccio in mezzo al verde, e indicò uno dei suoi estremi. «E questo è il nord.»
Per una terza volta la spada aprì una cicatrice sul terreno, tagliando in diagonale le altre due, ma invece di fermarsi come le altre volte continuò il suo arco. Ark la alzò verso le montagne all’orizzonte come se quella terza linea proseguisse fino ad esso, e disse: «Nord-ovest. Siamo più o meno nella giusta direzione.»
«Ark, perché hai con te una spada?» Fyra decise che aveva avuto abbastanza pazienza con lui.
Lui si voltò verso lei e Kal e sospirò. «Credi che una volta giunti a destinazione non saremo costretti a combattere?»
«Non era questo che lei intendeva, e tu lo sai.» intervenne Kal. «Perché non usi lo sclerigro?»
Ark fece passare lo sguardo da Kal a lei, mantenendo la sua solita espressione neutra.
«Ora che ci penso,» riprese lei «non ti ho mai visto usare lo sclerigro.» Non solo dalla fuga da Elis. Era vero che crescendo Ark si era un po’ allontanato da loro, ma lei non riusciva a ricordare una singola volta in cui lui avesse mostrato come lo usava.
Ark si chinò a raccogliere le due pallottole, le spolverò un po’ e le rimise nella sacca, ignorandoli.
«Lo sapevo.» Fyra si portò una mano alla faccia. «Lo sapevo.»
Il sospetto le era venuto da tempo, ma non aveva voluto crederci. Eppure… eppure adesso così tante piccole cose andavano al loro posto.
«No…» disse Kal. «Ark, dimmi che non è vero. Dimmi che non sei amblinoico.»
La parola che entrambi avevano cercato di non pronunciare.
Un “amblinoico”: una persona che non era in grado di plasmare lo sclerigro. Erano rari, ma esistevano, e spesso nascondevano la propria condizione perché in certi angoli del principato non erano visti di buon occhio: l’incapacità di usare lo sclerigro era tipico dei So’el.
Ma se quello era solo un pregiudizio sciocco che nessuno a Elis condivideva, gli amblinoici non erano comunque persone normali. Era come essere privi di un arto.
«È per questo che sei sfuggito alla leva?» continuò Kal.
«Quella fu un’iniziativa di mio padre.» Ark finalmente si degnò di rispondere, con tono indignato. «Io non c’entro niente.» E si incamminò nella direzione che aveva segnato per terra.
«Tu, tu a Elis hai affrontato uno spathar.» Fyra era ancora sconvolta. «Uno dei guerrieri più temibili del Principato. Senza poter usare lo sclerigro. Tu sei pazzo, Ark. Tua madre aveva ragione.»
Ark si fermò, con un sussulto. Solo a quel punto Fyra si rese conto di cosa aveva detto. Aveva saputo di Semna da Kal, ma sul momento le era sfuggito di mente.
Provò a dire: «Scusami.»
Ma prima che riuscisse a pronunciare la seconda sillaba, Ark parlò. Il suo tono era calmo, ma lei percepì la rabbia al di sotto di esso.
«Avresti preferito che lo affrontasse Mak? O Agatha?»
Fyra non seppe cosa rispondere, ma tentò comunque: «No, io…»
Ark fece dietro front e tornò verso di lei. «O forse avresti voluto esserci tu al mio posto? Credi che sarebbe andata meglio? Che avresti avuto più possibilità di me?»
Il dispiacere che Fyra aveva provato lasciò il posto a un vago fastidio. Ark non capiva. Non ebbe altra scelta che rispondere: «Sì.»
Lui puntò la sua spada verso di lei, di scatto. «E allora dimostramelo.» E lei capì di essere cascata in una sua provocazione. Questo era esattamente il risultato che Ark voleva.
Ma le andava bene così.
«D’accordo.»
Si tolse il mantello, mandò l’impulso, e i suoi bracciali divennero guanti intorno ai suoi pugni. Lo stesso fecero le cavigliere, avvolgendole gli stivali.
«Ehi, no, dai. Non è il momento per cose del genere. Calmatevi.» Kal provò a mettersi tra loro due.
«Kal, togliti di mezzo. Qualcuno deve dare una lezione a questo idiota. Non si rende conto dei rischi che corre!»
Aveva pure avuto il coraggio di dire che Elef si sarebbe fatto ammazzare se fosse venuto con loro! Perché non pensi a te stesso invece che agli altri?
«Fyra ha ragione, Kal.» disse Ark, mentre si toglieva il mantello a sua volta. «Allontanati. Non voglio farti del male per sbaglio.»
A quel punto Fyra sbuffò. «Tu oggi non farai male a nessuno.» Si mise in guardia.
Ark fece lo stesso. «Lo vedremo.»
Vedendo che non riusciva a convincerli, Kal si allontanò, scuotendo la testa.
Lei lo seguì con lo sguardo, dispiaciuta. So che stai pensando ad Agatha e ti stiamo facendo perdere tempo. Però…
Non riuscì a concludere quel pensiero.
Quando si accorse che Ark aveva sferrato un affondo contro di lei alla velocità del fulmine, la spada di lui era già a un capello dal suo addome.
«Sei morta.» disse, raddrizzandosi.
Fyra stava ancora cercando di comprendere cosa fosse successo, ma rispose istintivamente: «N-Non vale! Non ero pronta!»
«Ti aspetti che in un vero scontro il tuo avversario ti dia il tempo di “essere pronta”?» Ark affondò di nuovo la spada verso di lei.
Ma questa volta perlomeno Fyra lo stava guardando. Schivò balzando all’indietro e ora che era alla distanza giusta sferrò immediatamente un calcio alto.
Dalla suola dello stivale emerse una lama, smussata naturalmente, della lunghezza giusta per raggiungere il collo di Ark. Gli avrebbe lasciato un bel livido.
Ark però si chinò, in un movimento fluido, e lasciò che la lama passasse sopra la sua testa. Fyra capì troppo tardi di aver messo troppo slancio nel colpo e non riuscì a fermarsi. Ark sferrò un altro affondo e la toccò al fianco che lei gli aveva praticamente offerto. «Sei morta.»
Fyra dovette reprimere la rabbia che stava montando dentro di lei. Quelli di Ark erano solo colpi di fortuna, aiutati anche dal fatto che lei non stava facendo sul serio.
Prese un respiro profondo e si rimise in guardia, portando il braccio sinistro all’altezza del cuore. Poi lanciò una finta con il destro.
Ark ci cascò: cercò di schivare un colpo che in realtà non sarebbe arrivato; e nel farlo, scoprì il fianco destro e il braccio disarmato.
Fyra lanciò immediatamente il vero attacco con la mano sinistra. Ma Ark si portò il braccio sinistro sopra la testa e riuscì a coprire la spalla opposta con la spada, parando il colpo. Poi, mentre ancora la lama di Fyra rimbalzava all’indietro sotto il proprio stesso impeto, lui si fece avanti e le colpì l’incavo del gomito con il piatto della propria. Fu come ricevere una frustata. La ragazza gridò e rimase incapace di reagire mentre Ark le toccava il petto con la punta della sua arma. «Sei morta. Ma prima di morire hai anche perso un braccio.»
A quel punto, in preda sia al dolore che alla frustrazione, Fyra non ci vide più. Lanciandosi verso il suo avversario con un urlo bestiale, alzò un braccio e sferrò un colpo di taglio con la mano verso la sua testa.
Si dimenticò persino di smussare la lama. Per un singolo istante, se ne sarebbe resa conto tempo dopo con orrore, ebbe davvero intenzione di uccidere.
«Fyra, NO!»
La voce di Kal la fermò.
Ma non fermò Ark.
Che le afferrò il braccio e ci passò sotto, per poi torcerglielo dietro le spalle e alzare la spada all’altezza del suo collo da dietro di lei.
«Con questa sei morta quattro volte. Vuoi morire una quinta?»
Mentre Kal correva verso di loro, Fyra si prese una pausa per riprendere il respiro, notando che Ark invece sembrava non essere nemmeno stanco, poi rispose: «No. Mi arrendo. Hai dimostrato di saper combattere. Ti avevo… ti avevo sottovalutato.»
«Perfetto.» Ark la lasciò andare e rimise la spada nella cintura. «Scusa, se ti ho fatto male.»
Lei gli rivolse uno sguardo incredulo. Si aspettava di vederlo almeno un po’ gongolante per la vittoria. Ma si ricordò che era con Ark che aveva a che fare.«L-Lascia perdere. Non mi hai fatto niente.» gli rispose, massaggiandosi il braccio.
Kal emise un sospiro di sollievo. «Non fatelo mai più, d’accordo? Nessuno dei due. Andiamo, adesso.»
Dopo un rapido sguardo al segno tracciato per terra, che fortunatamente (o intenzionalmente?) non era stato danneggiato dal duello, i tre ripresero il loro cammino verso nord-ovest.
«Ark, noi non solleveremo più la questione,» disse Kal, mentre camminavano «ma stai attento. Non voglio che tu corra rischi inutili.»
«Non ne correrò, fidatevi di me.» rispose lui. «È tutto quello che vi chiedo.»
Il sole rapidamente tramontò, lasciando il posto alle stelle.
Era l’inizio del mese. Sorse la Luna Rossa, larga e rotonda, ancora quasi piena. Kal sapeva che a un certo punto del suo lento arco lungo la volta celeste, dallo stesso punto in cui essa era sorta sarebbe emersa la Luna Blu, ridotta a un sottilissimo spicchio.
E poi sarebbe cominciato l’inseguimento.
La Luna Blu era grande quanto la Luna Rossa, cosa che si notava bene intorno alla fine della prima settimana e all’inizio dell’ultima di ogni mese, ma era più veloce. Ogni notte, nonostante la sua perenne partenza in ritardo, la luna sorta per seconda riusciva a raggiungere quella sorta per prima, proprio all’apice del loro arco, e per un singolo istante i due astri erano allineati. Poi la Luna Blu superava la Luna Rossa, scomparendo per prima a occidente.
Sin da prima della Liberazione si raccontavano tante storie diverse sulle due lune. C’era chi diceva che erano due fratelli, chi diceva che erano un genitore e un figlio e chi diceva che erano una coppia di amanti. Come che fosse, tutte le storie concordavano sulla tragedia della loro situazione: qualsiasi fosse stato il loro crimine, o chi dei due se non entrambi l’avesse compiuto, erano stati condannati a non incontrarsi mai più; ogni notte la Luna Blu correva attraverso il cielo, oppure saltava, per raggiungere la Luna Rossa, e ogni notte ci arrivava vicinissima, ma poi il suo eccessivo slancio la trascinava via, senza che le due potessero toccarsi. Ma non solo: man mano che una diventava più luminosa lungo le settimane l’altra si oscurava, e quando una splendeva piena e magnifica l’altra svaniva; anche quando entrambe erano visibili nel cielo notturno, le due lune non potevano nemmeno guardarsi.
Kal non aveva mai capito perché alcuni si intristissero tanto, mentre raccontavano una di quelle storie.
Fino agli eventi del giorno prima. Adesso non riusciva a non immaginare se stesso e Agatha nei due ruoli principali, come se fosse un presagio infausto.
Per questo fu più che contento di ignorare le due lune e scrutare il cielo alla ricerca dei Tre Messaggeri.
Allora, per cominciare…
«Eccolo là. Quello è il Tetragono.» Kal lo individuò e indicò immediatamente.
«Proprio così.» gli disse Ark.
Il punto del cielo che Kal indicava era occupato da due piccole stelle. Al momento non era visibile, ma più tardi ne sarebbe sorta una terza poco lontano, e una quarta, equidistante dalle altre, per questa stagione sarebbe rimasta sotto l’orizzonte. Le quattro stelle, basse nel cielo notturno, giravano placidamente in tondo, come se al centro del quadrilatero che formavano fosse stato fissato un perno.
E a Kal, come a tutti, era stato insegnato che quel perno indicava il nord. A prescindere dalla stagione, se volevi andare a nord dovevi semplicemente incamminarti verso il Tetragono.
«Delle quattro stelle che lo compongono,» continuò Ark, «quelle sono Za’ni e Syder. Se ora tracciamo una linea che va dall’una all’altra così…» Si aiutò con un dito «E la prolunghiamo… Ecco Uvann, Zou e Duri: i Tre Messaggeri.»
Il suo dito adesso puntava verso tre stelle poste a triangolo.
«I Tre Messaggeri tramontano nella direzione in cui guarda Uvann. Quello è il nord-ovest. Abbiamo mantenuto la direzione giusta, più o meno.»
«Se nessuno di voi due è stanco, proseguiamo ancora un po’.» Fyra riprese a camminare.
Kal avrebbe voluto dirle che non aveva avuto intenzione di fermarsi, ma qualcosa nel tono di lei lo fece stare zitto. Sentì che c’era qualcosa che la preoccupava.
Procedettero nella notte, mentre la Luna Rossa saliva in alto nel cielo e i Tre Messaggeri scendevano invece verso l’orizzonte.
Il solo rumore che li accompagnava era quello dei loro passi sull’erba. Ogni tanto vedevano la luce di qualche lampada o lanterna dai villaggi in cima alle colline, ma anche quelle presto o tardi si spensero, e le colline stesse si diradarono, lasciando spazio a una sconfinata pianura priva di presenza umana e intervallata solo da bassi cespugli.
A un certo punto, Kal valutò che avevano già percorso almeno uno stadio dall’ultima collina dietro di loro, Fyra interruppe all’improvviso la marcia.
«Fermiamoci qui stanotte.»
«Ma i Tre Messaggeri non sono ancora tramontati.» disse Ark, fermandosi a sua volta.
«Vedo qualcosa, laggiù.»
«Che cosa?» le chiese Kal, confuso, mentre lei si metteva seduta sull’erba.
«C’è una struttura alta è stretta, dritta davanti a noi.» rispose. «Potrebbe essere la torre, e se è così è meglio fermarci qui.»
«Stai dicendo che è già in vista?» Ark si mise a scrutare il buio davanti a loro. «Quel vecchio aveva detto che era a una giornata e mezza di cammino.»
Kal però quasi non lo sentì. «Se siamo già arrivati, allora andiamo!»
«No, Kal.» Fyra non si alzò. «Siamo comunque ancora lontani. Non riusciremmo a raggiungerla stanotte. E anche se in qualche modo ci riuscissimo, ci stancheremmo. Avremo bisogno di tutte le nostre energie quando ci arriveremo.»
«Beh, almeno andiamo un po’ più vicini allora!» obiettò lui.
«Kal,» lei gli rivolse uno sguardo serio e severo. «Sai a cosa serve una torre? Ad avere una ampia visuale del territorio attorno a sé e scorgere nemici in avvicinamento. Non voglio correre rischi: se noi “andiamo più vicini” e poi ci accampiamo per la notte, cosa ci garantisce che al mattino non ci avranno visti?»
Kal si rese conto che aveva ragione.
Ma poi Ark disse: «Quella non è una torre. È una colonna. E secondo me è molto più vicina di quanto pensi.»
Si spostò leggermente, prima facendo una decina di passi verso destra, poi tornando indietro e facendone altrettanti verso sinistra.
«Sì.» disse alla fine. «Senza punti di riferimento e in mezzo a questo buio è difficile capirlo bene, ma sono convinto che sia a tre o quattro stadi da qui.»
Fyra si alzò e fece la stessa verifica. Kal provò ad aguzzare la vista, ma non vide niente.
«E va bene, mi sbagliavo.» disse Fyra, sospirando. «Possiamo proseguire fino là.»
Ripartirono, e rapidamente anche Kal vide la sagoma scura davanti a loro. Si fece larga e alta molto prima di quanto i tre si aspettassero, e quando ci furono davanti i Tre Messaggeri non erano ancora scomparsi sotto l’orizzonte.
Massicci cilindri di pietra, ciascuno così largo che Kal non sarebbe riuscito a chiuderci intorno le braccia, erano impilati uno sull’altro al di sopra di un piedistallo cubico.
«Cosa credete ci faccia qui, in mezzo al nulla?» Kal si guardò intorno, ma non vide traccia di altre costruzioni. C’era solo quella grande colonna.
«Non lo so.» Ark ne tocco la base. «Ma dev’essere qui da molto tempo: guarda queste crepe; e manca anche la cima.»
«Dici che viene da prima della Liberazione?»
«Da molto prima.»
Mentre i due guardavano quel solitario pilastro, la Luna Rossa passò sopra di esso, e Kal ebbe l’impressione che esso diventasse un grande dito che la indicava silenziosamente.

A distoglierlo da quell’immagine malinconica fu il rumore di Fyra che strappava i rami di un cespuglio poco lontano.
La ragazza accese un piccolo fuoco, stando attenta a posizionarlo dietro la colonna, poi si sedette e bevette un sorso dalla sua borraccia. Gli altri due la imitarono.
«Sì, in effetti siamo stati fortunati. Avevo bisogno di un po’ di luce.» Dicendo così, Fyra impugnò un ramo più spesso e diritto degli altri, che non aveva usato per il fuoco, e cominciò a intagliarlo con lo sclerigro.
«Che stai facendo?» le chiese Kal. Anche Ark la osservava incuriosito.
«Quando quel lupo è piombato sull’accampamento, ieri,» cominciò lei, con una leggera esitazione «io non ho potuto fare nulla.»
Né Kal né Ark parlarono. Attesero solennemente che lei continuasse.
«Non sapevo cosa fare, e anche quando mi è venuto in mente qualcosa da fare ho scelto l’opzione più stupida. Mi sono fatta prendere dal panico. Ma la prossima volta sarà diverso.» Dopo aver tolto la corteccia, Fyra cominciò a scavare all’interno del pezzo di legno da un’estremità. «La prossima volta avrò questo.»
«E… questo cosa sarebbe?» chiese Ark.
Fyra lo spiegò a tutti e due.
«Potrebbe funzionare.» disse Ark.
«Io non ci avrei mai pensato.» disse Kal. «Come ti è venuta questa idea?»
Fyra sorrise, voltandosi verso Ark. «Fu lui a dirmelo. Una volta mi raccontò che i lupi sono molto sensibili a certe cose.»
«Davvero?» chiese Ark.
Il sorriso di Fyra si affievolì leggermente. Forse abbastanza perché Ark non se ne accorgesse, ma non tanto da sfuggire a Kal.
«Non ricordi?»
«Ricordo che lessi in un libro che i lupi sono sensibili a cose del genere. Ma non ricordo di averlo mai detto a te.»
Fyra tornò a concentrarsi sul suo lavoro di intaglio, emettendo un fievole sospiro. «Beh, fa lo stesso. Parliamo di tanto tempo fa, quando eravamo bambini.»
Calò un silenzio spiacevole.
«In effetti,» Kal provò a spezzarlo «non ricordo niente del genere nemmeno io. Ed è strano. Se Ark ci avesse detto una cosa del genere, ne avremmo parlato per giorni.»
«Certo che tu non lo ricordi.» disse Fyra, con una nota di fastidio nella voce, senza alzare lo sguardo dalla sua opera. E a voce così bassa che Kal non fu sicuro di aver sentito bene, concluse: «Perché lo aveva detto solo a me, non a tutti.»
L’uomo robusto dai capelli color paglia era seduto sulla riva del fiume, a pescare.
Agatha lo osservò dalla finestra, mentre mangiava.
Si era affacciata con l’intenzione di studiare il paesaggio intorno alla torre e formulare un piano di fuga, ma quell’uomo aveva attirato la sua attenzione.
Dietro di lei, anche Dronnur venne alla finestra a guardare.
All’improvviso, qualcosa abboccò all’amo; e a giudicare dalla forza con cui l’uomo adesso tirava, e dalle sue esclamazioni emozionate, era qualcosa di grosso.
Si avvicinarono al pescatore altri due So’el, incoraggiandolo, se Agatha aveva interpretato bene il tono dei loro versi. La ragazza riconobbe Vrell e Bila’th.
Con un ultimo strattone, dall’acqua venne tirato fuori un pesce enorme. Dalla punta della coda alla bocca simile a un lungo becco, Agatha valutò che fosse almeno due piedi, due piedi e mezzo: era alto metà di lei.
L’uomo dai capelli color paglia lo afferrò e poi lo sollevò in aria con entrambe le mani, tra le grida di giubilo dei suoi compagni, e allargò la bocca in un grande sorriso.
Sembrano… felici, pensò Agatha, sorpresa.
«Perché sono felici. È stata un’ottima pesca.» le parole di Dronnur la fecero sussultare. Non si era resa conto di aver parlato ad alta voce.
«Cosa ti sorprende tanto, Helena Dorina?» continuò il So’el. Nei suoi occhi verdi, lei vide sia curiosità che scherno. Anche se erano passati solo un giorno e due notti da quando era stata rinchiusa in quella torre, Agatha aveva imparato che Dronnur era una persona socievole, o perlomeno che non disdegnava conversare con lei, a differenza di Vrell che era fredda e le parlava il meno possibile.
Eppure, ecco laggiù quella stessa Vrell a ridere e apparentemente complimentarsi con il suo compagno. Per non parlare di Bila’th. Quell’uomo, che il giorno prima l’aveva chiamata “animale”, e forse se Dronnur non fosse intervenuto l’avrebbe uccisa, adesso dava pacche sulle spalle al pescatore, ghignando; e anche se scopriva quegli spaventosi denti triangolari, quel sorriso era inequivocabilmente sincero.
«Non lo so.» rispose a Dronnur. «È solo che… non me l’aspettavo da dei So’el. Stanno ridendo, si stanno divertendo insieme. Sembrano così…»
«…Umani?» Dronnur concluse la frase per lei, come se sapesse già cosa lei stava per dire.
Agatha sentì che stava arrossendo.
«Potremmo dire la stessa cosa di voi.» riprese lui. «Quando vi vediamo mostrare compassione o affetto gli uni per gli altri, quando vi vediamo gioire in compagnia, qualche mio amico direbbe che sembrate proprio dei So’el.»
«Tu no?»
Dronnur ebbe un tremito, e Agatha capì che sentiva di aver di nuovo parlato troppo.
«No, io no.» rispose poi, con qualche esitazione. «Vi ho frequentati abbastanza da capire che avete la nostra stessa capacità di provare emozioni e di condividerle: anche voi avete amici, avete genitori, fratelli, figli; avete… persone amate.»
In quel momento, l’uomo dai capelli color paglia alzò lo sguardo, gridò: «D-Dronnurr! R-R-Ronnk-kieh!» e fece come per mostrargli il suo trofeo.
Dronnur immediatamente agitò il pugno nella sua direzione, ridendo di gusto, e poi emise un verso che ad Agatha sembrò a metà tra un ululato e il richiamo di un uccello. L’uomo a terra rispose mettendosi a ridere a sua volta.
Si voltarono verso la cima della torre anche gli altri due.
E Agatha incrociò lo sguardo di Bila’th.
L’espressione del So’el dai capelli blu scuro mutò immediatamente: il suo ghigno felice divenne una smorfia minacciosa, come quella di una belva che ha scorto un nemico.
Agatha non riuscì a sostenere quello sguardo di due colori diversi e si ritrasse dalla finestra, facendo cadere la ciotola sul pavimento con un sonoro clac.
«Ma che problema ha, quello?» mormorò. «Perché ce l’ha così tanto con me?»
«Non ce l’ha con te.» le rispose Dronnur raccogliendo la ciotola, anche se il suo era stato più uno sfogo che una vera domanda. «Farebbe così con qualsiasi umano.»
«Come fa!?» chiese lei, a quel punto. «Come fa a sorridere così un istante, e quello dopo…» Agatha si rese conto che Bila’th le faceva più paura adesso di quanto gliene aveva fatta il giorno prima. Non riusciva a concepire come qualcuno fosse capace di cambiare atteggiamento così in fretta. Forse era questo che distingueva i So’el dagli umani.
Dronnur, allontanatosi anche lui dalla finestra, rispose con il tono di chi è stato costretto ad affermare l’ovvio: «Shar è suo amico. E con gli amici si sorride. Quando ti ha vista, è stato come se gli avessi rovinato un momento felice. Una reazione sciocca, lo so, ma non ci si può fare niente.»
«Shar?»
Dronnur restò interdetto per un istante, sorpreso dalla domanda.
«Sì. Quello che pescava si chiama così. Non è veramente il suo nome: lo chiamiamo così perché…» si portò una mano alla testa, poi si fermò. «Ah, lascia perdere.»
Agatha però sentiva di avere un’occasione: «Dronnur, Bila’th, Vrell, Shar. E gli altri come si chiamano?»
Era un po’ stanca di categorizzarli in base alle loro fattezze.
«Beh…» rispose il So’el, contando per lei sulle dita di una mano. «Gli altri due sono Ragi e Kaiver. Li hai visti entrambi quando sei arrivata: Ragi è quello che… ehm…»
Probabilmente intendeva quello dai capelli rossi, che lui aveva immobilizzato quella sera.
Quindi in tutto siete sei, pensò. Non lo aveva chiesto per avere quell’informazione, ma ora che l’aveva ricevuta la mise in un angolo della mente.
Dronnur all’improvviso si immobilizzò. La sua espressione si fece fredda, come quando lei lo aveva visto la prima volta.
«Sì, esatto. Siamo proprio in sei.»
Agatha si morse la lingua. Aveva di nuovo pensato ad alta voce.
«Anzi, se vogliamo proprio essere precisi adesso siamo in cinque.» Dronnur incrociò le braccia, sempre stringendo la ciotola con una mano. «Kaiver è partito per comunicare alle persone che desiderano averti che tu adesso sei in nostro possesso.» I suoi occhi erano diventati quasi più penetranti di quelli di Bila’th. «E in origine eravamo sette, finché l’altro ieri uno di noi non è morto mentre ti prendevamo. Ti bastano come informazioni?»
«Io, io non…» Agatha provò a giustificarsi, ma l’altro la interruppe con indifferenza.
«Tanto non riuscirai a scappare. Entro un altro paio di giorni al massimo ti consegneremo e sarà tutto finito. Almeno per te.» Alzò un sopracciglio. «Che ti succede? Perché fai quella faccia? Pensavi che il fatto che non mi comporto come Bila’th significasse che mi stai simpatica?»
Rise. Fu una risata cupa e amara.
«Lascia che ti racconti una storia, Helena Dorina.» disse poi, dopo aver preso un respiro profondo. Qualsiasi traccia di affabilità era scomparsa dal suo volto. «Forse te ne racconterò anche più di una, ma cominciamo con questa.
«C’erano una volta… usate anche voi questa formula quando cominciate una storia? C’erano una volta una donna e il suo bambino. Il padre del bambino se n’era andato da tempo, ma i ricordi che la donna aveva di lui erano felici, e lei amava con tutta se stessa il figlio che lui le aveva lasciato. I due conducevano una vita non agiata, ma comunque serena. Anche nella povertà, avevano il sostegno l’uno dell’altra. E quando sei insieme a persone a cui vuoi bene, persino il peggiore dei letamai è come un giardino fiorito. La donna era addirittura speranzosa: la “Liberazione” era passata, la guerra era finita. Che importanza poteva più avere la razza?
«La donna purtroppo era un’ingenua. Per gli umani la guerra non era mai finita. Non aveva importanza che quei due non avessero mai fatto male a nessuno, non aveva importanza che non fossero nemmeno in grado di fare del male a nessuno anche se avessero voluto,non aveva importanza che il bambino fosse nato in un mondo in cui il potere era già saldamente in mano agli umani. Guardarono a quella pelle, a quei capelli, a quei denti, e videro un nemico da schiacciare.
«Vennero un mattino, una grande folla urlante, una enorme bestia con decine di teste, tutte assetate di sangue. La donna riuscì a nascondere il bambino, ma non poté nascondere se stessa. O forse… forse non volle. Forse sperava che la bestia si sarebbe accontentata di lei. Non lo sapremo mai.
«Le lanciarono contro delle pietre. Poi, quando le pietre furono finite, si avventarono su di lei. Le strapparono i vestiti e la riempirono di calci e di pugni. Avrebbero potuto usare delle lame, ma volevano che lei soffrisse. Quando infine si furono stancati, presero una corda, la avvolsero intorno al suo collo e la appesero a una trave. Se il Padre Eterno ebbe compassione quel giorno, lei a quel punto era già morta.
«Il bambino vide tutto, dal suo nascondiglio. Vide gli umani fare a pezzi sua madre, li vide sorridere mentre trucidavano la persona cui lui voleva più bene al mondo e sputavano su di lei.
«Io non conosco la tua vita, Helena Dorina, per cui non ti dirò che non puoi capire il dolore di quel bambino; non mi illudo di sapere se puoi. Ma se oggi quel bambino odia gli umani, se oggi lui ti guarda e vede solo uno dei mostri che gli hanno tolto tutto ciò che amava, se lui ti disprezza e ti ucciderebbe volentieri per il semplice fatto che sei umana… io non ho intenzione di giudicarlo.
«E non soltanto perché quel bambino è il mio migliore amico. Ti ho raccontato la sua storia, ma avrei potuto raccontarti quella di un altro bambino, che una notte si risvegliò alla deriva in mezzo alla corrente di un fiume, circondato da cadaveri e con una pallottola in testa. Ancora oggi quel bambino non ricorda il proprio nome, non sa nemmeno se quei cadaveri intorno a lui quella notte fossero quelli della sua famiglia. Anche a lui gli umani hanno tolto tutto.
«Potrei raccontarti persino la mia storia. Potrei raccontarti di come mio fratello fu lasciato a morire dissanguato in mezzo a una strada, perché aveva osato insultare un umano. Ma credo che ormai tu abbia capito.
«Tutti qui abbiamo sofferto a causa della tua razza. I più vecchi tra noi non erano ancora adulti quando voi faceste la vostra Liberazione, eppure ci avete comunque “puniti” per una colpa di cui non sapevamo nulla. Di cui non potevamo sapere nulla.
«Non tutti vi odiano, Helena Dorina. Tuttavia, non credere che troverai anche uno solo tra noi a cui importa del vostro destino.»
Con uno schiocco secco, sulla la ciotola che Dronnur teneva in mano comparve una crepa.
«Abbiamo interesse a tenerti viva e intera perché tu sei una fonte di guadagno. Tutto qui.»
Agatha era frastornata. Balbettò la prima cosa che le veniva in mente: «M-Ma avevi detto che tu sai. Tu sai che noi siamo come voi, che anche noi possiamo provare affetto, che anche noi abbiamo persone amate! E nonostante questo tu…»
«Sì.» rispose Dronnur, mentre andava alla porta. E chiudendosela dietro concluse:
«Questo dovrebbe farti capire che se hai più paura di Bila’th che di me, stai commettendo un errore.»
Nella luce del primo mattino del loro secondo giorno di viaggio, finalmente all’orizzonte comparve la torre.
Questa volta non c’erano dubbi: si stagliava alta, scura e sottile sullo sfondo delle montagne, dalle cime ormai imbiancate di neve.
Fyra fece immediatamente fermare tutti e tre. «Se noi adesso riusciamo a vederla, allora anche loro possono vedere noi. Da qui in avanti dobbiamo evitare il più possibile gli spazi aperti.»
Più facile a dirsi che a farsi, pensò Kal. La cosa più alta tra loro e la torre erano gli steli d’erba.
Vide a nord una macchia boscosa che avrebbe fatto al caso loro. Ma avrebbe voluto dire fare una deviazione, e ogni momento era prezioso. Kal pensava di aver messo sotto controllo la propria ansia prima di partire, ma si rese conto che non era affatto così.
Sospirò, poi indicò la foresta e disse: «Là. Possiamo avanzare nascosti tra gli alberi.»
Fyra annuì. «Sì, stavo pensando la stessa cosa.»
Probabilmente Kal doveva aver fatto trasparire qualcosa dal volto, perché subito dopo lei gli mise una mano sulla schiena e gli disse: «Va tutto bene. Ci siamo quasi.»
Lui si sforzò di sorriderle.
Corsero fino ai primi alberi, raggiungendoli mentre il sole finiva di sorgere da nord-est. E dopo essersi presi un giro di clessidra per riprendere fiato, proseguirono facendosi strada all’ombra dei loro rami.
Da quello che Kal vedeva, il bosco formava una mezzaluna, un corno della quale era proteso proprio verso la torre. Un colpo di fortuna per cui fu grato.
Il sole stava ormai cominciando la sua discesa quando i tre arrivarono alla punta di quel corno. La torre adesso era dritta davanti a loro. Un largo ottagono in pietra scura, con un lato sporgente a destra, su cui si trovava, affacciata proprio verso di loro, la sola porta visibile. Poco lontano, ancora più a destra, era visibile un fiume, e uno stretto ponte di corda che lo attraversava.
Non c’erano altri ripari tra loro ed essa, ma ormai erano così vicini che la cima dell’edificio era nascosta dalle foglie degli alberi, e riuscivano a vedere distintamente le persone alla sua base.
Si nascosero dietro un tronco d’albero caduto, il cui legno marcio era avvolto dai rampicanti.
Dalla loro posizione, erano visibili due individui, entrambi pallidi come ossa, con le orecchie appuntite e i capelli di colori alieni: uno ce li aveva rossi come fuoco, l’altro gialli come paglia. Kal aveva visto il cadavere di So’el all’accampamento, ma vederli vivi faceva tutta un’altra impressione. Fino a quel momento non aveva del tutto elaborato l’idea che per salvare Agatha avrebbe dovuto affrontare qualcosa che non era umano.
Ma al di là del loro aspetto inquietante, la cosa importante era che erano entrambi armati: vedeva lame di varia lunghezza luccicare sotto i loro mantelli, e probabilmente avevano anche delle armi da cristallo, come minimo delle micre.
Però erano solo due. E sua sorella lo stava aspettando. Si fece coraggio e iniziò a scavalcare il tronco.
«Kal, no!» Fyra lo strattonò all’indietro, facendolo cadere di nuovo dietro l’albero caduto.
«Che cosa stiamo aspettando ancora?!» protestò lui sottovoce, dopo essersi rimesso seduto. «Abbiamo il vantaggio numerico. Andiamo!» Tra tutti, si aspettava che proprio Fyra ne avrebbe approfittato al volo.
«Maledizione, Kal!» Fyra picchiò un pugno contro il tronco. «R-Rifletti prima di agire! E guarda meglio!»
Gli indicò un punto in ombra, dietro i So’el. E lì Kal vide una grossa sagoma sdraiata su un fianco.
«Il lupo.» disse. Gli era sfuggito di mente.
«Oh, grazie all’Uomo te ne sei accorto! E ora pensaci un attimo: credi davvero che dentro quella torre non ci sia nessun altro? Vuoi salvare Agatha o farti uccidere? E perché accidenti devo essere io a dirti queste cose!?»
A quel punto Kal si accorse che Fyra stava tremando. E capì che sentiva più di lui la tentazione di partire alla carica, ma allo stesso tempo si stava trattenendo, perché era consapevole che sarebbe stata un’idea stupida. Lei stava prendendo sul serio questa situazione più di lui.
«Mi, mi dispiace.»
Fyra inspirò bruscamente, dilatando le narici. «Tu e i tuoi “mi dispiace”…!»
«Fatela finita tutti e due, o ci sentiranno.» intervenne Ark, che intanto aveva estratto la sua micra. «Secondo te quanti sono in tutto, Fyra?»
Lei sbuffò tra i denti. «Non ne ho idea, è per questo che dobbiamo aspettare e osservarli. Ma se vuoi una stima prudente, dobbiamo pensare che ce ne siano almeno altri due. Restiamo fermi qui e vediamo se ne compare qualcun altro. E nel frattempo lasciatemi formulare un piano!»
Mentre lei parlava, Kal aveva notato un’altra cosa strana. «Cos’è quell’oggetto laggiù?»
Ark seguì il suo sguardo. «Non lo so. Sembra un argano di qualche tipo. Penso che quella grossa ruota lì accanto serva ad alzare e abbassare il carico. Però non vedo il gancio, e non capisco l’altra ruota a cosa serva. Perché metterla direttamente dentro il carico?»
Mentre Ark si grattava la testa, la porta della torre si aprì e ne uscì un terzo So’el, dai capelli viola, che con passo veloce si diresse proprio alla misteriosa macchina.
Entrò nella cassa, mise mano alla manovella all’interno e la cassa cominciò a salire.
Kal, Fyra e Ark osservarono la scena a bocca aperta.
La cassa con sopra il So’el scomparve alla vista.
La ruota a terra continuò a girare per qualche tempo, come abbandonata a se stessa, poi senza preavviso si fermò, e qualche istante dopo riprese a girare ma nell’altro senso.
La cassa ridiscese, ma il So’el che ne uscì era diverso da quello che ne era entrato prima: questo aveva i capelli verdi.
«Visto? Con questi fanno già quattro.» mormorò Fyra.
Per quattro giri di clessidra continuarono ad aspettare e osservare. A un certo punto Il So’el dai capelli rossi entrò nella torre, scomparendo alla vista. Più tardi dalla torre ne uscì un altro, con i capelli blu scuro. Non sembravano fare la guardia, davano l’idea di stare semplicemente… passando il tempo.
«Bene, direi che abbiamo visto abbastanza.» disse Fyra, prendendo un rametto e iniziando a disegnare per terra una versione stilizzata della torre.

«Questo è l’obiettivo. L’entrata è qui. Probabilmente al di là di quella porta ci sono delle scale che conducono agli altri piani della torre. Però credo ci sia una qualche sezione che può essere raggiunta solo usando questo macchinario qui.» Indicò con il rametto ogni elemento elencato.
«Cosa te lo fa pensare?» chiese Kal.
«Ha ragione.» rispose Ark. «Quell’oggetto non pare molto sicuro. Se fossi nei loro panni non lo userei, a meno che non fosse assolutamente necessario.»
«Il punto è che dovremo dividerci.» riprese Fyra. «Non sapendo di preciso dove tengono Agatha, se vogliamo esplorare l’intero edificio qualcuno dovrà salire su quell’oggetto. E non credo che sarà possibile usarlo senza farsi notare, se ci saranno So’el nelle vicinanze.»
«Lo farò io. Ho già un’idea al riguardo.» Ark si offrì volontario immediatamente.
Fyra sembrò voler obiettare, ma poi disse: «D’accordo. Allora tu, Kal, entrerai dalla porta. Cerca Agatha piano per piano. Io mi occuperò del lupo.» Si toccò l’oggetto che adesso teneva appeso al collo con una cordicella. «Dovremo essere rapidi e non farci notare. I nostri nemici sono in numero maggiore di noi.»
Kal ebbe la sensazione che lei adesso ci stesse prendendo gusto. Pensò che forse stava cercando di emulare suo padre.
«Sono almeno cinque.» continuò lei. «Ricordiamoci le loro facce e i loro nomi.» si girò verso la torre.
«Metallo.» indicò quello con i capelli blu scuro; «Sabbioso.» indicò quello con i capelli gialli; «Tuorlo e Frondoso, che al momento sono là dentro.» indicò la porta; «E infine Violetta, che è salita da là.» indicò la macchina.
«Dobbiamo impedire che uno qualsiasi di loro dia l’allarme, e nel caso ciò accada dobbiamo assolutamente fare in modo che restino separati gli uni dagli altri. Agiremo al crepuscolo, quando sarà più difficile che ci vedano. Possiamo farcela. Ci sono domande?»
«Mi ero quasi dimenticato il tuo incredibile talento nell’inventarti i nomi, Fyra.»
«Ark, stai zitto.»
Post Scriptum
Salve. È da un po’ che non dico nulla.
Ho iniziato questo percorso di pubblicazione 5 mesi fa, a maggio.
Avevo già scritto almeno un terzo della novel che avevo in mente, divisa in tre volumi.
Facendo un capitoletto a settimana, contavo di arrivare a fine “primo volume” per gennaio 2026.
E a quel punto mi sarei preso una pausa, di cui sapevo già di aver bisogno.
Ma… la vita sa sempre scombinare i nostri piani.
In questi mesi, sono successe cose bellissime nella mia vita.
E altre cose un po’ meno belle.
Questa novel mi ha consumato più di quanto pensassi.
Ha logorato la mia salute mentale, e ha rovinato i miei rapporti con le persone per me più importanti.
Temo di essere costretto ad anticipare la pausa.
La storia non finisce in questo modo, nemmeno quella che ho già scritto.
Quindi prima o poi ho tutta l’intenzione di tornare.
Ma per il momento, mi fermo qui.
Grazie a tutti.
Spero che quello che avete letto vi sia piaciuto.
E che Dio vi benedica.
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