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SeNNaaR – Capitolo 28: Mostri, o Segni Inquietanti, Parte Tre

Vennero a svegliarla poco prima dell’alba.

Helena si scosse dal torpore. Stava ancora tenendo la mano di Eleisa, si era addormentata nel ricovero. Si accorse che qualcuno le aveva messo addosso una coperta.

Solo dopo queste due osservazioni sentì la voce bassa che la chiamava.

«Mia Esarca.» bisbigliò Ergon. «Abbiamo un problema.»

Lei sbatté gli occhi ancora un paio di volte. «Che problema?»

«Li abbiamo trovati. Gli ultimi quattro scomparsi.» il tono del suo consigliere era teso, come la sua espressione.

«E perché questo sarebbe un problema?» C’era qualcosa che lui non le stava dicendo.

Ergon esitò prima di rispondere. «Per… molteplici motivi. Impiegherò meno tempo a mostrarteli che a spiegare. Vieni con me.»

Helena si tolse la coperta e lasciò cautamente andare la mano della donna cieca, ancora addormentata.

Seguì Ergon fuori, dove la accolse un vento freddo. I lunghi strascichi dell’estate erano finalmente finiti: se durante il giorno le temperature erano ancora piacevoli, in assenza del sole cominciava di nuovo a diventare necessario coprirsi. E a giudicare da come le nuvole danzavano nel cielo, quel giorno il sole avrebbe tardato a farsi vedere.

Lei ed Ergon non erano i soli già in piedi. I cancelli di Istak dovevano essere stati appena aperti, e già intorno ad essi si era radunata una grande folla. La maggior parte erano selyann nei loro abiti grigi e polverosi, ma una nutrita minoranza erano cittadini di Elis provenienti dall’accampamento. Non c’era movimento, erano fermi di fronte ai cancelli aperti. L’aria era pervasa da un mormorio inquieto.

«Allontanati, Ergon.» gli disse. «Non devono vederti insieme a me.»

«Come desideri.» Il mekhan rimase in disparte, mentre Helena si faceva strada tra la folla per vedere cosa li avesse fatti radunare là. Nessuno la degnò di uno sguardo.

«Che cosa orribile…» sentì dire nella lingua di Shavek.

«Non posso guardare.»

«Non può essere!» sentì dire nella lingua del Principato.

«Cosa ci succederà…?»

«Poveri ragazzi…»

«Questo luogo è maledetto!»

«Sono cittadini di Elis! Guarda gli abiti!»

«Certo che lo sono! Io li conoscevo. Si erano rifugiati dentro la città. Ma neanche quello li ha salvati.»

Helena finalmente oltrepassò la calca, giungendo davanti a un drappello di guardie che impediva di avanzare oltre. Ma non era pronta a ciò che vide al di là di esse.

Abbandonati davanti ai cancelli, come sacchi di farina, c’erano quattro cadaveri.

Le loro gole erano state tagliate con una lama affilata, come animali mandati al macello, o come in un’esecuzione.

Erano un uomo, una donna… e due bambini.

Nonostante tutto il suo autocontrollo, Helena sentì un grido uscirle dalle labbra, e si coprì la bocca con una mano.

«Sei una persona difficile da trovare, figlia di Stefan. Per tua fortuna, oserei dire.»

Riconobbe immediatamente la voce alle sue spalle, e riconobbe anche le due donne che si erano silenziosamente messe alla sua destra e alla sua sinistra.

«Non ti voltare. Non c’è bisogno di attirare l’attenzione.» mormorò Bek-cherek a voce bassa, abbastanza forte da farsi sentire da lei e basta.

«Cosa è successo? Chi è stato?» gli chiese, senza distogliere lo sguardo dai corpi. Notò con la coda dell’occhio il capitano Astor che da lontano vegliava su di lei.

La spia sbuffò divertita. «Da un certo punto di vista, tu stessa, figlia di Stefan. Da un altro, loro stessi.»

«Come sarebbe a dire?» gli sibilò.

«Calmati. E perdona la mia crudele battuta, ti chiedo scusa. Tuttavia, anche l’ilarità contiene un fondo di verità. Pensaci. Il responsabile può essere solo l’unica persona per la quale i tuoi cittadini sono un fastidioso ingombro.»

«Mi stai dicendo…» Helena prese un respiro profondo e si sforzò di calmarsi come lui aveva detto. «che è stato il signore?»

«Il vostro accampamento è stato attaccato, da qualcuno che cercava te. Qualcuno che sapeva dove trovarti perché Zamoshan lo aveva informato. Queste persone sono fuggite dentro le mura a cercare asilo. Il loro errore è stato presentarsi a palazzo da sole. Un uomo, una donna e due bambini non possono nulla contro un intero contingente di guardie armate.»

«Ma perché…?» Helena non riusciva a capacitarsene. Non aveva senso.

«Perché Zamoshan non ha mai avuto intenzione di concedere asilo a nessuno. La sua è sempre stata solo una recita per arrivare a te. I tuoi cittadini sono solo un peso sulle sue riserve di grano. Il solo motivo per cui non ha ancora fatto lo stesso con tutti coloro che si sono riuniti sulla scalinata è che sono troppi per essere fatti sparire in silenzio.»

«Questo lo chiami “far sparire in silenzio”?!» Helena dovette impedirsi di alzare la voce.

«Figlia di Stefan, ancora non capisci? Se fosse stato per il signore, non avresti visto mai più quei quattro. Fortunatamente, noi siamo riusciti a recuperare almeno i corpi.»

«Sei stato tu? Hai messo tu in scena questo spettacolo?»

«Macabro, lo ammetto.» disse la spia, con tono tranquillo. «Ma istruttivo. Soprattutto per coloro che ancora credono che il signore li accoglierà a braccia aperte.» Ci fu un movimento alle spalle di Helena, poi la voce dell’uomo si fece più vicina. «Consideralo un favore da parte mia. Ora il tuo popolo si comporterà in maniera meno ingenua. E sarà più facile farli fuggire tutti, come tu non poco capricciosamente pretendi.»

In quel momento, Helena capì. Capì molto più di quanto la spia voleva che lei capisse.

Fu come se un velo fosse stato sollevato dalla sua mente. Improvvisamente le fu chiaro non solo cosa era successo, ma cosa lei doveva fare.

Raddrizzò la schiena e rilassò le braccia. «Dimmi, Bek-cherek. Hai già un piano per raggiungere Hinzan dopo che saremo fuggiti da qui, giusto?»

«Certamente, figlia di Stefan. È pronto da giorni. E fortunatamente assecondarti non richiederà di modificarlo.»

«Allora preparati a metterlo in atto.»

La sua risposta suonò sorpresa. «Hai cambiato idea e hai deciso di partire da sola? Non mi lamento, ma…»

«Niente affatto.» lei lo interruppe. Il tono freddo ma calmo della sua voce quasi la sorprese. «Partirò con tutto il mio popolo.»

«Ma io devo ancora trovare il modo di…»

«Non devi trovare più nulla.» lo interruppe lei di nuovo. «A questo penserò io. Tu preparati solo a guidarci fino al tuo paese quando sarà il momento.»

Detto questo si girò a guardarlo, con discrezione. Lo vide arricciare le labbra carnose, mentre sorpresa e confusione si contendevano il suo volto.

«E va bene.» disse, dopo quello che sembrava essere stato un periodo di profonda ponderazione. «Come tu vuoi. Mi preparerò.»

Dopodiché si allontanò tra la folla con un’agilità e una grazia che cozzavano con il suo fisico pesante, e svanì come se non ci fosse mai stato. Quando Helena si guardò intorno, anche le due donne erano completamente scomparse.

Lei a sua volta si allontanò da quella scena orribile e tornò verso il suo accampamento. Ergon si riavvicinò a lei.

Anche se sembrava volerle dire qualcosa, fu lei a parlare: «Manda qualcuno dai nostri cittadini di fronte al palazzo. Che sappiano cosa è successo, e che gli sia chiaro che Zamoshan sa proteggerli quanto se non meno di me.»

«Sì, mia Esarca.»

«E poi chiama Astor. Dobbiamo contattare Kuts dei selyann e allo stesso tempo comunicare discretamente un messaggio a tutti i cittadini: entro oggi ce ne andremo da questo accampamento.»

«Entro oggi?»

«Entro oggi. E se seguiranno tutti le mie istruzioni, nessuno dei nostri nemici se ne accorgerà.»

C’era molto da fare.

Sarebbe stata una partita a scacchi particolarmente difficile. E lei pregò che non fosse già troppo tardi per la mossa che voleva compiere.


La maggior parte degli occupanti della tenda giaceva ancora addormentata, quando Helena entrò.

Ma di Kalos Aregonid non c’era traccia.

In compenso…

«Già sveglia a quest’ora, “Agatha”?»

Artor Deutarid stava assicurando qualcosa alla propria cintura. Si era cambiato, mettendosi una kamisa bianca, un gilek blu scuro e pantaloni larghi color terra.

«Se cerchi Kal, lui ha già finito di prepararsi e sta per partire.»

Helena aveva sperato di parlare con Kalos. Ma anche così andava bene.

«Tu andrai con lui.» Non era una domanda, né un ordine. Era solo una constatazione.

«Sì.» rispose il giovane.

«Ho un messaggio per lui. Ti dispiacerebbe riferirglielo?»

«Niente affatto.» Artor prese un altro oggetto e lo sistemò dall’altro lato della cintura. Avvicinandosi, Helena riconobbe una spada e una sacca di pallottole.

«Una spada?»

«Non solo.» Artor riprese in mano l’ultimo oggetto e glielo mostrò: era una micra, ma non un modello fabbricato nel Principato, e nemmeno una di quelle a canna rotante della Federazione.

«A chi hai preso queste armi?»

«A qualcuno cui non servono più.» Artor rimise la micra nella cintura.

Dovrò far controllare il cadavere del So’el, se non è stato ancora seppellito.

«Dicono che derubare i morti porti sfortuna.»

«Vuoi che vada a restituirle?»

Helena sbuffò. «Lo faresti, se te lo chiedessi?»

Lui sembrò pensarci su, prima di rispondere: «No. Mi servono.»

«Capisco la micra, ma perché la spada? Non hai dello…»

Solo mentre lo diceva, le venne in mente una possibilità che fino a quel momento aveva trascurato.

«Aspetta. Tu sei un…?»

«Hai parlato un messaggio.» Helena colse la nota di irritazione nella sua voce. Decise di non indagare oltre: era un argomento sensibile, e non era il momento.

«Sì. Digli che una volta che avrete recuperato Agatha non dovrete tornare qui. Andate invece a nord.»

«Vuoi che attraversiamo il confine e andiamo a Hinzan, come ti ha detto quella spia?» Artor abbassò la voce, mentre lo diceva.

«Non esattamente.»

Helena gli spiegò più nel dettaglio cosa dovevano fare e gli diede ciò che gli sarebbe servito.

«Va bene.» Artor si mise l’oggetto nel gilek. «Quando sarà il momento glielo dirò. Però rispondi a una mia domanda.»

Avrei dovuto aspettarmelo.

«Parli come se fossi certa che salveremo Agatha e torneremo tutti interi. Cosa ti rende così sicura che ce la faremo?»

Helena fu tentata di rispondergli “Perché ho fiducia in voi”, poi si ricordo che Artor le aveva chiesto di non mentirgli.

«Non ne sono “sicura”. È solo il risultato che voglio. Voglio che torniate. Ho bisogno di voi.»

Artor reagì in un modo che lei non si aspettava.

Rise. Rise a voce bassa, in modo quasi macabro.

«Perdonami.» disse, dopo aver scosso la testa e inspirato a fondo. «Non mi aspettavo questa risposta. Ma la rispetterò.»

Si mise un mantello e si incamminò verso l’uscita. Passandole accanto concluse: «Farò del mio meglio affinché Kal e gli altri tornino da te.»

Kal era al limitare dell’accampamento. Anche con indosso il mantello, sentiva un po’ freddo. Davanti ai suoi occhi, i profughi stavano cominciando a svegliarsi e uscire dalle tende. Aveva notato un assembramento bizzarro davanti ai cancelli, ma al momento aveva altro a cui pensare.

«Sei sicuro che ce la fai a portare tutta quella roba da solo?»

Fyra era accanto a lui.

«Sì, ce la faccio.» le rispose, riassestandosi la sacca da viaggio sulle spalle.

«Hai salutato tua mamma?»

«No. Non la voglio far preoccupare.»

La sentì sospirare. «Si preoccuperà lo stesso, stupido.»

Kal lo sapeva, ovviamente lo sapeva. La verità era che…

«N-Non ho il coraggio per dirglielo di persona, va bene?» Sua madre non sapeva ancora di Agatha, e lui aveva paura che se le avesse parlato avrebbe capito tutto. Ark gli aveva assicurato che non sarebbe stata lasciata sola, e questa era la cosa più importante.

Fyra sospirò di nuovo.

«Tu piuttosto.» Kal sentì il bisogno di cambiare rapidamente l’oggetto del discorso. «Hai salutato i tuoi nonni?»

Dopo un istante di esitazione, Fyra rispose: «Gli ho lasciato un biglietto.»

«Quindi neanche tu hai avuto il coraggio di…»

«Guarda, sta arrivando Ark. E smetti di sospirare!»

Guardarono Ark uscire dalla tenda e venire verso di loro.

«Andiamo.» disse, una volta che li ebbe raggiunti.

Si incamminarono sulla via che partiva dai cancelli di Istak. Le piccole case dei selyann erano ancora immerse nell’oscurità e dai vicoli proveniva solo il fischio del vento.

Kal notò il Vecchio immobile in piedi da un lato della strada. Era in una posizione che gli rendeva facile tenere d’occhio sia la strada che le tende. Kal avrebbe potuto scambiarlo per una statua, finché l’uomo non girò la testa nella sua direzione e gli rivolse un solenne cenno del capo. Kal rispose con un altro cenno.

«Allora, da che parte dobbiamo andare?» chiese Fyra.

«Per ora proseguiamo su questa strada finché non saremo usciti dall’abitato. Poi dobbiamo andare a nord-ovest.»

«Nessun’altra indicazione? Come sapremo dov’è il nord-ovest?»

Intervenne Ark: «Di giorno possiamo usare il sole. E di notte potremo usare le costellazioni. Ieri era il tuo compleanno, Kal, quindi oggi è il primo del mese di Drako. In questo periodo dell’anno…» si interruppe, mentre richiamava alla mente le informazioni «Dovrebbe essere facile individuare i Tre Messaggeri nel cielo. Ci basterà andare nella direzione in cui tramontano.»

«E se il cielo resta nuvoloso?» ribatté lei.

«Preghiamo che non lo resti.» fu la sua rapida risposta.

«Aspettate!»

Li raggiunse un grido proveniente dall’accampamento alle loro spalle. Qualcuno stava correndo sbracciandosi nella loro direzione.

Quando la figura si fu avvicinata, Kal riconobbe Elef. «Aspettate!» ripeté, prima di inciampare a pochi passi da loro.

Dopo essersi rialzato, disse: «Portatemi con voi! Vi prego!»

Kal iniziò a obiettare: aveva già coinvolto troppe persone. «Elef, no…»

Ma l’amico lo interruppe: «So tutto, Kalos! Ho capito cosa è successo! State andando a salvare Agatha, vero? Lascia che vi aiuti!»

Aveva pesanti borse sotto gli occhi e un’espressione disperata.

«Elef…» Kal provò di nuovo a dire.

«Posso aiutare!» lo interruppe di nuovo l’altro. «Io… io posso aiutare! Io voglio aiutare.»

Gli afferrò le spalle. Kal sentì che si stava quasi appoggiando a lui.

«Se restassi qui a non fare niente, non riuscirei mai a perdonarmelo. Ti prego, Kalos. Ti prego…»

Kal non riusciva a vederlo in questo stato. Alla fine la compassione ebbe la meglio. Prese un respiro profondo, preparandosi a dirgli: “Va bene.”

Ma in quel momento Ark sferrò a Elef un pugno, facendogli mollare la presa su Kal e gettandolo a terra.

Fyra esclamò: «Ehi!» ma Ark la ignorò. Si avvicinò ad Elef, che stava cercando di rialzarsi, tenendosi una guancia.

«P-Perché l’hai fatto?» piagnucolò. «Io stavo solo cercando di aiuta…»

Ark si chinò e lo afferrò per il bavero dell’uniforme.

«Tu non sei in grado di aiutare nessuno.» gli disse, freddamente. «E anche se tu potessi, in questo momento non vuoi davvero. La sola persona che stai cercando di aiutare è te stesso. Non ti permetterò di venire con noi solo per riscattarti e ritrovare la fiducia in te. Sparisci

Si rialzò, scuotendosi di dosso la polvere, e si incamminò, superando Kal e Fyra.

Elef rimase seduto per terra, con gli occhi lucidi, a guardarlo andar via.

Non senza esitazione, Kal seguì Ark, e così fece Fyra, rivolgendo a Elef un ultimo sguardo compassionevole.

«Non pensi di essere stato un po’ troppo severo?» chiese Kal ad Ark.

«Nel suo stato d’animo si farebbe ammazzare e basta.» rispose l’amico.

«Ma non puoi essere sicuro che il suo stato d’animo sia quello.» disse Fyra. «Magari ci voleva davvero aiutare.»

«In tal caso, si rialzerà e ci seguirà. Solo la consapevolezza che ciò che ho detto è la verità gli impedirebbe di farlo.»

Elef non si rialzò e non li seguì.

Mentre si allontanavano, Kal cominciò a sentire un suono sommesso, ripetuto e triste.

Ci mise un po’ a capire che era un singhiozzo sconsolato.


Jassan sbadigliò, alzando lo sguardo al cielo plumbeo. Non era ancora l’ora di pranzo e già si sentiva stanco.

Oggi sarà una giornata lunga, pensò. Non solo c’era stato l’attacco improvviso il giorno prima, ma la mattina era cominciata con il ritrovamento di quei cadaveri davanti al cancello occidentale. “Per oggi sforzatevi almeno di fare finta di essere vigili” gli aveva detto il comandante.

A ripensarci, Jassan sbuffò. Lui odiava il suo lavoro. Era figlio di uno dei ministri del signore Zamoshan, quindi perché doveva sprecare la sua vita a vigilare sulle mura? Perché non farlo fare a qualche stupido mercenario? Non era nato per questo!

Il suo sguardo si posò sull’accampamento dei loro “ospiti”. Erano un popolo strano, che parlava un’altra lingua. Suo padre gli aveva parlato di gravi eventi, lontano a ovest, ma lui non era stato ad ascoltarlo con attenzione. Chi se ne importava di cosa succedeva al di là delle mura?

Quasi gli sfuggì il piccolo gruppo di persone che usciva da una delle tende e si dirigeva fuori dall’accampamento, svanendo nei vicoli di Istak-di-fuori. Ma tanto erano vestiti di grigio, erano selyann indegni della sua attenzione.

Qualche tempo dopo, da un’altra tenda uscì un altro piccolo gruppo di selyann. Curioso, pensò Jassan, si vede che anche i nostri ospiti hanno imparato ad apprezzare la servitù.

Il pensiero lo fece sorridere. Quegli stranieri avevano più buon senso di certi abitanti della città. Proprio due giorni prima, a un banchetto organizzato dal signore, uno dei dignitari invitati aveva detto: “Forse è giunto il momento di mettere in discussione la divisione tra dvar e selyann. Siamo tutti fratelli shaveki, dopo tutto.”

Io, fratello di quei cani pulciosi!? Ridicolo. Lui era discendente di eroi, che avevano combattuto coraggiosamente per costruire un futuro di pace e prosperità per il proprio popolo. Quelli erano discendenti di vigliacchi che quando era giunta la guerra avevano preferito nascondersi o scappare, e per questo meritavano di sudare nei campi e servire chi aveva un sangue superiore al loro, in eterno.

Su questo, lui e suo padre erano d’accordo. Ma Jassan proprio non riusciva a capire come ciò fosse allo stesso tempo il motivo per cui lui aveva il dovere di fare la guardia cittadina. Stupido vecchio rimbambito.

Perso in questi pensieri, continuò a osservare il va e vieni di selyann dalle tende. O meglio, più che altro il “va”. Non aveva ancora visto nessuna figura in grigio venire verso l’accampamento. Erano sempre gruppi di cinque o sei, e spesso almeno uno o due portavano stampelle o comunque avevano bisogno degli altri per spostarsi. In più, la folla di stranieri con i loro bizzarri vestiti si stava diradando. Se quando aveva cominciato il suo turno ne vedeva dozzine all’aperto, adesso sembrava quasi che tutti si fossero rintanati nelle loro tende.

Che fosse un qualche loro rituale dell’ora di pranzo?

…Non che avesse tutta questa importanza. La verità era che gli stava venendo fame.

Ma anche se fu unicamente per paura delle conseguenze di essere beccato, Jassan non scese a prendere qualcosa da mangiare prima della fine del suo turno.

E questo lo salvò.

Perché quando le autorità di Istak si resero conto che l’accampamento di profughi a pochi passi dai loro cancelli era completamente deserto e dei loro preziosi ospiti non era rimasta nessuna traccia, cercarono qualcuno su cui far ricadere la responsabilità. Ma la sentinella Jassan era stata ineccepibile nelle sue mansioni, e se pur era vero che non aveva notato niente di strano quel mattino, non avevano notato niente nemmeno i suoi compagni. Nessuno aveva notato niente.

Certamente suo padre, in privato, lo sgridò. Però, cosa ci si poteva fare?

A quale buon dvar di Istak sarebbe mai venuto in mente di prestare attenzione a dei grigi selyann? Erano tutti uguali!

Nota dell’Autore

Sono sempre avido di conoscenza, riguardo i pareri dei miei lettori.
Sentitevi liberi, anzi invitati, a commentare, qualsiasi sia la vostra opinione su quello che avete letto.
La comunicazione è la chiave in ogni ambito della vita.

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