Il sole stava tramontando, quando uno dei volontari si avvicinò alla branda di Eleisa, con una piccola ciotola di zuppa.
«Ecco.» gliela porse.
Lei emise un’esclamazione sorpresa, voltandosi verso l’origine della voce.
«E-Ecco? Chi ha parlato? Io, io non…»
«Dai a me.» disse Helena al volontario. «Ci penso io.»
Resosi conto di aver commesso un errore imbarazzante, l’uomo le cedette la ciotola e se ne andò con un inchino.
Lei era intervenuta senza pensare, usando il tono sicuro di sé e autorevole che era abituata a usare da esarca. Si chiese se la vera Agatha Eleisina avrebbe parlato in quel modo o avrebbe suscitato la stessa obbedienza.
«Che succede, Agatha?»
«È arrivata la cena, Madre.»
«“Madre”?» Eleisa aggrottò la fronte, confusa.
Maledizione!
«“Mamma”, volevo dire “Mamma”.» Fortunatamente la donna non poteva vederla mordersi il labbro. «Su, apri la bocca.»
Lei obbedì docilmente, ma non appena le sue labbra toccarono la zuppa guaì: «Ah! È calda!»
«Fammi sentire.» Helena prese un assaggio e dovette reprimere un gemito: Eleisa aveva ragione, era bollente.
«Perdonami. D’ora in poi ci soffierò sopra. Avrebbero potuto stare più attenti.»
«No, no, non prendertela. Stanno facendo del loro meglio.»
Il successivo giro di clessidra passò in silenzio. Helena prendeva una cucchiaiata, ci soffiava sopra e poi imboccava la donna cieca.
Cominciò a calare il buio, e venne scoperta la lampada al centro della tenda, che illuminò l’ambiente di luce bianca.
Nel frattempo, alle orecchie di Helena giungevano le voci degli altri ospiti del ricovero.
«Accidenti, fa male!»
«Ho perso tutto… Ho perso tutto…»
«Se me ne fossi rimasta a Elis, nulla di tutto questo sarebbe successo.»
«Semna Tritina aveva ragione. Avremmo dovuto abbandonare l’Esarca e chiedere al signore Zamoshan di accoglierci dentro le mura.»
«Maledetta ragazzina! E maledetto anche suo padre! È tutta colpa loro!»
«Agatha,» disse all’improvviso Eleisa, distraendola dalle voci «a me basta così. Adesso mangia un po’ anche tu: avrai fame.»
Helena poggiò la ciotola da un lato. «Non ti preoccupare, Ma… Mamma. Io mangerò più tardi.»
Lei sorrise in modo dolce. «Ti sei fatta davvero grande. Mi sembra ieri che eri così piccola tra le mie braccia…»
Nemmeno Helena stessa avrebbe saputo dire perché quelle parole l’avessero colpita così tanto. Però la fecero ripensare alla madre che non aveva mai conosciuto.
Ti fu concesso dal destino il tempo di stringermi tra le tue braccia almeno una volta? Se fossi vissuta fino ad oggi, mi staresti dicendo le stesse cose?
«Sei sempre stata fragile.» continuò Eleisa. «O meglio… io ti ho sempre considerata fragile. Eri preziosa per me, eri la mia bambina. Quando ti ammalasti, io avevo paura di impazzire.»
«N-Non è il momento per questo.» Helena cominciò a sentirsi a disagio.
«No, invece è il momento.» insistette la donna. «Io volevo proteggerti. Volevo tenerti al sicuro. Ma non sono una sciocca: so che questo ti ha fatta soffrire. Lo so che ti sei spesso sentita inadeguata e in bisogno di dare prova di te stessa. C’è una cosa che ti devo dire, e ho capito che devo dirtela ora, prima che sia troppo tardi.»
«Non… non c’è bisogno.» Non sono io la persona a cui lo devi dire, qualsiasi cosa sia.
Eleisa tese una mano verso il suo viso, e lo accarezzò.
«Agatha… non hai mai avuto bisogno di dimostrarmi niente. Mi dispiace di essere stata egoista nei tuoi confronti. Io… io sono orgogliosa di te. E ti voglio bene. E se tuo padre fosse ancora qui, anche lui…»
Stupida donna, io non sono tua figlia! Stai facendo questo discorso alla persona sbagliata! Ti prego, fermati! BASTA!
«Ah, eccola!» una voce estranea interruppe la donna cieca.
In un angolo del campo visivo di Helena comparve il capitano Astor. Dietro di lui si stava avvicinando anche Ergon.
«Mia E-» esordì il capitano, prima che Helena gli facesse furiosamente segno di non dirlo.
«Chi, chi è?» chiese Eleisa, tirando indietro la mano.
Helena scambiò un’occhiata con Astor, poi le disse: «Mamma, ci sono delle persone a cui devo parlare. Ritornerò subito, tu riposati.»
«Agatha, che succede?» Eleisa suonava come un animale abbandonato.
«Niente, Mamma. Non ti preoccupare. Tornerò subito, te lo prometto.»
Questo sembrò rassicurarla. La donna annuì e poi si stese sulla sua branda.
Helena si alzò e disse a voce bassa ai due che erano venuti a cercarla: «Alla mia tenda. Parleremo là.»
«Va bene, mia Esarca.» disse Ergon. «Però… tu stai piangendo. Ti senti bene?»
Lei si portò una mano su una guancia, e sentì bagnato sulle dita.
«Sì. Sto benissimo. Andiamo.»
Una volta tornati nella sua tenda, Helena si sedette a gambe incrociate, pronta ad ascoltare il rapporto.
«Come è andata l’udienza?»
Le rispose Astor: «Il signore Zamoshan ci ha accolti calorosamente, ma ha detto che si aspettava di vedere te.»
«Era molto teso.» intervenne Ergon. «E quando gli abbiamo detto che gli aggressori hanno tentato di rapirti è sembrato estremamente turbato.»
«Era turbato perché hanno tentato di rapirmi o perché hanno tentato di rapirmi?»
«La seconda, nella mia modesta opinione. Ha chiesto con insistenza di vederti di persona. Sembrava temere che noi gli stessimo mentendo e il rapimento fosse riuscito.»
Bene, gli abbiamo instillato il dubbio. L’inganno sta funzionando. Eppure…
«Credo che sia del tutto innocente, mia Esarca.» Il capitano riprese la parola, lanciando all’altro un’occhiata infastidita. «Almeno, riguardo questo attacco.»
Non era nei suoi piani. Helena non aveva ancora parlato a nessuno dei due di Bek-cherek e delle sue rivelazioni. Cercò di elaborare questa nuova informazione alla luce di quanto la spia hinzana le aveva detto. Cosa poteva significare il fatto che questo rapimento fosse un evento imprevisto anche per il signore?
Ogni tanto, a Elis, Helena aveva giocato a un antico gioco da tavolo chiamato “scacchi”: due giocatori si sfidavano in un’arena divisa in caselle, la “scacchiera”, muovendo a turno i propri eserciti di pedine. Era un gioco molto complesso, che richiedeva grande intelligenza tattica. Non si considerava particolarmente brava a giocarci, ma in quel momento si immaginò la situazione proprio come una partita a scacchi tra lei e Zamoshan. E sulla scacchiera era appena stata compiuta una mossa di cui nessuno dei due era responsabile. Cosa stava succedendo?
Che fosse entrato nella scacchiera un terzo contendente del tutto estraneo? No, era improbabile. Non solo Helena non riusciva a immaginarsi nessun altro che potesse mirare a lei, ma anche nel caso ci fosse stato… come avrebbe fatto questo individuo o fazione a sapere dove rintracciarla, senza passare da Zamoshan?
La spiegazione doveva essere un’altra, ma quale? Non riusciva a immaginarne una sensata: la mossa doveva provenire per forza da Zamoshan, quindi come poteva averlo sorpreso?
No, pensò poi all’improvviso, è sbagliato il presupposto.
La partita non era tra lei e Zamoshan.
Zamoshan era quello seduto sulla sedia davanti a lei in quel momento. Ma dietro di lui c’era qualcun altro.
Quel qualcuno aveva allungato una mano e compiuto una mossa personalmente, senza avvertire Zamoshan.
«Sofron.» disse. «Dietro questo attacco c’è direttamente Sofron Arystid.»
«Il Reggente?!» esclamò Ergon.
«Mia Esarca, come avrebbe fatto il Reggente a sapere dove siamo?» chiese Astor. «E poi… sei davvero convinta che tuo zio si abbasserebbe a impiegare dei So’el? Dopo tutto quello che essi ci hanno fatto? Dopo quello che hanno fatto alla vostra famiglia?»
Helena rispose con severità: «Quell’uomo ha mobilitato l’esercito contro il proprio popolo. Ha costretto un’intera città alla fuga. E avrebbe condannato a morte il suo stesso fratello. Tu piuttosto, Astor, credi davvero che non si abbasserebbe a tanto?»
Astor ammutolì e abbassò lo sguardo, facendo calare nella tenda un silenzio teso.
Fu Ergon a romperlo: «Mia Esarca, c’è dell’altro: abbiamo trovato altri cittadini scomparsi dall’accampamento.»
Helena gli dedicò tutta la propria attenzione: «Dov’erano? Sono tornati qui?»
Il mekhan scosse la testa. «Occupano la scalinata del palazzo. Hanno chiesto asilo a Zamoshan all’interno della città e ti rinnegano apertamente: dicono che tu non hai saputo proteggerli. Temo…» esitò, prima di dirlo «che li abbiamo persi.»
Le tornarono in mente le frasi che aveva sentito nel ricovero. «Per certi versi hanno ragione. Per il momento non possiamo farci niente.»
Era un problema da non sottovalutare, ma prima che la cosa sfuggisse di mano si sarebbe fatta venire in mente qualcosa.
«Con questo, le persone che mancano all’appello si riducono a quattro. Ovviamente senza contare Agatha Eleisina.» riprese Ergon.
«Chi sono questi quattro?»
«Una singola famiglia: Yugis Emporid, Kora Gelina e i loro due figli. Sono stati visti fuggire dentro la città durante l’attacco, ma da allora se ne sono perse le tracce.»
«Capisco. Continuate a cercarli. Ogni cittadino è importante.»
Sia Ergon che il capitano Astor fecero un inchino.
«C’è altro?»
«No, mia Esarca.» rispose Astor.
«Bene. Allora andate. Io torno al ricovero.»
«Al ricovero? Perché?» chiese Ergon.
Helena sospirò. «Perché in questo momento non sono la vostra Esarca.»
In più di un senso, pensò.
«Prova ad andare a dormire un po’, ‘Tar. Non hai un bel aspetto.»
Mikka era solo preoccupata per lui, Elef lo capiva. Ma sentiva che non sarebbe riuscito a dormire, nonostante la stanchezza. E inoltre…
«Dove dovrei andare a dormire? La mia branda è quella.»
O almeno lo era. Adesso era occupata da un uomo il cui petto era avvolto in bende sporche.
Dopo l’attacco, era stato rapidamente stabilito che la tenda a cui Elef era stato assegnato fino a quel momento diventasse il ricovero dei feriti. Una decisione sensata, se si considerava che ad essa apparteneva la maggior parte di suddetti feriti. Ma Elef non era tra questi. Non aveva nemmeno un graffio.
«Sarai stato riassegnato come me, no?» insistette la ragazza. «Forse questa volta sarai nella stessa tenda della tua famiglia. Credo che sarebbero felici di vederti. Specialmente adesso.»
Elef inspirò rapidamente tra i denti. Sono io che non voglio vederli. Specialmente adesso.
Di coloro che erano rimasti a guardia della tenda quel giorno, Elef era l’unico sopravvissuto. Ma come in uno scherzo di pessimo gusto, questa volta nessuno lo aveva accusato di diserzione. Anzi, alcuni suoi compagni di tenda avevano testimoniato il suo eroismo nell’estrarre prontamente la micra e puntarla contro l’assalitore che era entrato all’improvviso squarciando la copertura. Stando a loro, se non era riuscito a stroncare la minaccia sul nascere era stata colpa solo del panico generale. Dopo aver sentito le testimonianze, le altre guardie si erano profuse in lodi al suo sangue freddo; persino quel borioso del suo decarca gli aveva detto: “Forse mi devo ricredere sul tuo conto.” E naturalmente anche Mikka era in ammirazione.
Eroe, così lo chiamavano. Proprio ciò che lui aveva sempre sognato. Gli veniva quasi da ridere.
Guardò Mikka. Si chiese se lei gli avrebbe comunque sorriso in quel modo, se avesse saputo la verità. Ovviamente no.
Nessuno sorrideva a un codardo. Sì, lui era un codardo, non era più in grado di negarlo. Non solo perché davanti al nemico era rimasto paralizzato dal terrore, ma anche, anzi, soprattutto perché adesso aveva troppa paura per dire la verità.
Distolse lo sguardo, schifato da se stesso.
Dopo qualche istante di silenzio, Mikka parlò di nuovo: «Hai sentito dell’Esarca? Nessuno l’ha vista da prima dell’attacco.»
«Ma che cosa stai dicendo? E allora chi ha dato ordine di…?» allargò le braccia per indicare le brande, i feriti e i volontari tutti intorno a loro.
«Ci dicono che è stata lei. Ma non ho ancora trovato uno dei nostri compagni che dica di averlo ricevuto di persona. Sembra sia rimasta chiusa nella sua tenda senza mai uscire. E girano certe voci…»
Gli sembrava di ascoltare Fyra. Elef dovette controllarsi per non prenderla a male parole.
«Che voci?» chiese, senza riuscire a nascondere un po’ di fastidio.
«Qualcuno pare abbia visto gli assalitori portare via con sé una ragazza vestita come l’Esarca, quando sono fuggiti.»
«E tu credi a queste scemenze?»
«Oh, no, no. Però è comunque… interessante. Immagina se fosse successo davvero.» Mikka si spostò ed entrò di nuovo nel suo campo visivo.
Frequentandola, Elef era arrivato a comprendere che queste conversazioni erano il modo che lei aveva di aiutarlo. Anche in questo momento, Mikka aveva capito che qualcosa lo stava tormentando e cercava di distrarlo. A volte quella ragazza gli dava l’idea di avere la testa pericolosamente tra le nuvole e di non rendersi conto di quello che diceva, ma Elef non aveva dubbi sulle sue buone intenzioni: per lei quello era davvero uno scenario interessante. E in effetti era riuscita a distrarlo, per un po’.
Questa consapevolezza però non ebbe altro effetto che amareggiarlo ulteriormente.
Io non merito tutta questa considerazione.
C’era qualcosa che non andava in lui. Aveva avuto due occasioni per provare il suo valore, e in entrambe non era riuscito a premere il grilletto. Perché? La codardia non c’entrava, non con quello. Era qualcos’altro.
Cercò di richiamare alla mente ciò che aveva provato in quei momenti. Ripensò a quel volto boccheggiante a Elis, al soldato cui aveva sparato, e sentì che le mani cominciavano a tremargli.
Cos’è questo sentimento? Perché mi sento così?
Prima che potesse giungere a una risposta, all’improvviso gli passò accanto una ragazza dall’aspetto familiare. La seguì con lo sguardo, cercando di capire dove l’avesse già vista, e si accorse che era diretta a una branda precisa. Elef conosceva l’occupante di quella branda: Eleisa Kalina; la madre di Kalos e Agatha.
La ragazza si sedette vicino alla branda e parlò con la donna per qualche tempo, tenendole la mano.
«È proprio una brava figlia.» disse Mikka.
Quella frase lasciò Elef interdetto. «Cosa?»
«È la figlia di quella donna. Si chiama “Agatha” se ho capito bene. Le è stata accanto per tutto il pomeriggio.»
«No, quella non è…»
Elef la guardò meglio. Sì, i vestiti erano quelli di Agatha. Ma… il viso no. Eppure era così familiare. Perché?
Sto impazzendo? Non riesco nemmeno a riconoscere la sorella di un mio amico adesso?

Più si sforzava di associare quel viso ad Agatha o al loro gruppo e più la sua memoria gli diceva che si stava sbagliando. Non era lì che doveva cercare.
E poi ebbe un lampo.
Quel viso, contratto in un’espressione severa, dritto davanti a lui, dall’altro lato di un tavolo scarno. Una giovane donna seduta su una sedia malconcia. Una giovane donna da cui doveva essere giudicato.
«Quella è l’Esarca.» mormorò, incredulo.
«Cosa hai detto?» chiese Mikka.
Gli tornò in mente la storia che lei gli aveva raccontato poco prima.
Nessuno ha visto l’Esarca da prima dell’attacco.
Gli assalitori hanno portato via una ragazza vestita come l’Esarca.
L’Esarca è qui, adesso, e per qualche motivo si sta fingendo Agatha.
Elef non capiva cosa stesse succedendo, o perché. Ma un pensiero terribile si fece strada nella sua testa.
«Che ti succede? Sembri stare anche peggio di prima.» Mikka suonava preoccupata.
«Devo…» Elef cercò di parlare, mentre un’ansia sconosciuta lo divorava. «Devo parlare con una persona.»
«Adesso? Starà dormendo.»
Questo riuscì a calmarlo almeno un po’.
Sì. A cosa sarebbe servito svegliare Kalos in quel momento? Se non c’era nessun problema, lo avrebbe svegliato per niente. E se un problema c’era: essendo coinvolta Agatha, probabilmente Kalos ne era già al corrente; ed essendo coinvolta l’Esarca, probabilmente la situazione era sotto controllo.
«Su, per stanotte vai a dormire.» gli disse Mikka.
«Va bene.» rispose lui, cercando di suonare convinto. «Va bene. Ci proverò.»
Con un’ultima occhiata alla ragazza di fianco a Eleisa, Elef uscì dal ricovero. Nella notte, l’accampamento era illuminato solo da qualche lampada sparsa. Ogni oggetto gettava lunghe ombre sul terreno e sulle vicine mura.
Si diresse alla sua nuova tenda.
Poteva aspettare il mattino. Era la scelta più prudente.
Sì, “prudente”.
Il vento gli portò il suono di una risata, proveniente da lontano.
Elef non riuscì a scacciare il pensiero che stessero ridendo di lui.
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