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SeNNaaR – Capitolo 26: Mostri, o Segni Inquietanti, Parte Uno

Erano tutti sulla riva del fiume.

Elef aveva “preso in prestito” una piccola barca e aveva invitato gli altri a provare a farci una breve traversata, fino all’altra sponda. Sarebbe stata un’avventura. Gli altri avevano accettato con entusiasmo. Il solo ad avere riserve era Ark, ma alla fine Mak lo aveva convinto a salire.

Agatha seguì gli altri a bordo, e mollarono gli ormeggi.

Kal era estasiato mentre osservava la riva allontanarsi, e discuteva concitatamente con Fyra. Agatha, completamente ignorata, sentì la gelosia attanagliarle il cuore. Kal era suo fratello.

Fyra indicò qualcosa sott’acqua vicino alla barca. E all’improvviso ad Agatha venne un’idea un po’ cattivella. Si alzò di scatto e le diede una spinta. Fyra perse l’equilibrio e cadde fuori bordo.

Nelle intenzioni di Agatha si era trattato di uno scherzo innocuo, giusto per farle imparare a stare lontana da suo fratello. Ma dalle reazioni degli altri sulla barca capì di aver fatto qualcosa di grave.

Fyra si sbracciava nell’acqua, gridando. Riuscì ad aggrapparsi alla barca, con la conseguenza di farla inclinare pericolosamente. Kal provò a tenderle una mano per farla risalire a bordo, ma Ark lo afferrò e lo scaglio dall’altro lato della barca, prendendo il suo posto. Agatha non l’aveva mai visto così arrabbiato, e il suo sguardo di disapprovazione le fece male.

Però, insomma, ormai erano vicini all’altra riva, no? Che problema c’era? Fyra sapeva nuotare, come tutti.

A quel punto Agatha si accorse che l’altra riva in realtà era ancora lontana. Sembrava quasi più lontana di quando erano partiti.

E voltandosi indietro, vide qualcosa che le fece gelare il sangue nelle vene: dalla riva da cui erano salpati, dei soldati stavano puntando le loro armi contro di loro. Uno dei soldati li indicò ed emise un grido orribile, inumano, come l’ululato di una sirena.

«Maledetto! Sei stato tu a chiamarli, vero?» ringhiò Elef, alzandosi all’improvviso e rivolgendosi ad Ark, che era ancora impegnato a cercare di far risalire a bordo Fyra.

Ark gridò «Fermo! No! AIUTO!» mentre Elef si avventava su di lui. Mollò la presa su Fyra, e la barca si rimise di scatto in pari per un istante, prima di inclinarsi dall’altro lato.

Agatha cadde fuori bordo, insieme a Kal e Mak. L’acqua era freddissima. Dopo un istante di disorientamento, cercò di avvicinarsi di nuovo alla barca, anche se la corrente era fortissima.

Riuscì ad aggrapparsi come aveva fatto prima Fyra, ma quando provò ad issarsi sulla barca si trovò davanti la faccia di Ark ridotta a una maschera sanguinolenta. E ancora Elef lo picchiava. Solo che non era Elef, era un uomo in giacca nera, che non appena la vide estrasse una micra e gliela puntò contro, dicendo: «Conterò fino a tre.»

Agatha gridò e perse l’appiglio.

Di nuovo in balia della corrente, sentì un pensiero farsi strada nella sua mente confusa: è così che morirai. Qui, ora, annegando in quest’acqua gelida.

Strillò, si dimenò, chiamò aiuto.

Poi un’altra mano strinse la sua.

Suo fratello era venuto a salvarla, e la stava guidando verso la riva opposta.

Agatha era così sollevata che iniziò a piangere.

Ma subito dopo sentì qualcuno chiamare il suo nome, alle sue spalle.

Guardandosi indietro, vide che i soldati erano scomparsi, e al loro posto… c’era Kal.

Le stava gridando qualcosa, e anche se il suono era stranamente ovattato lei riuscì a sentire: «Agatha! Non andare! Torna indietro!»

Si voltò di nuovo verso la persona che le stava tenendo la mano.

E vide che non era suo fratello.

Aveva i vestiti e i capelli di Kal, ma era pallido come un cadavere, con orecchie appuntite e occhi giallastri.

Il mostro sorrise, scoprendo una fila di denti affilati.

A quel punto, Agatha si svegliò di scatto.

Inarcò la schiena, ma sentì che qualcosa faceva resistenza.

«Fffferrrmma.» Al suono di quella voce strana, Agatha si dimenò dal terrore, ma qualsiasi forza le stesse tenendo le braccia dietro la schiena non cedette. Non capiva dove si trovasse, sentiva sul viso il soffio freddo del vento e davanti agli occhi le scorrevano rapidamente sagome confuse che non riusciva a riconoscere.

«Rrrrisssschi di c-c-c-caddderrrre.» la voce strana parlò di nuovo.

E gli eventi dell’ultima giornata le riaffiorarono dai ricordi tutti insieme.

Lei e l’Esarca si erano scambiate i vestiti. Lei era rimasta nella tenda di lei. L’accampamento era stato attaccato. Due uomini incappucciati erano entrati nella tenda. E poi… e poi lei ne aveva visto uno in faccia.

Non erano uomini.

Agatha capì di stare guardando il terreno in movimento. Era sdraiata a pancia in giù di traverso su qualcosa che si stava muovendo. Non era un diciclo, era troppo irregolare: sembrava procedere a balzi.

«Eccco, b-b-b-bravvva.» Quelle parole furono seguite da un suono che poteva essere una risata, e poi da altri versi strascicati che però Agatha non riuscì a interpretare.

Un’altra voce rispose con altri versi, questa volta non strascicati ma brevi e bruschi. La prima voce veniva dalla sua sinistra, la seconda dalla sua destra.

Nonostante la situazione, Agatha si stava sforzando di non cedere di nuovo al panico.

Provò ad alzare la testa, cautamente. Non venne fermata. Davanti ai suoi occhi scorreva una pianura sconfinata, puntellata qua e là da basse colline, proprio come quella che aveva visto durante il viaggio fino ad Istak. C’era qualche piccolo villaggio, ma erano tutti lontani, lungo l’orizzonte. Guardando verso destra, la direzione in cui stavano andando, le montagne sembravano molto più vicine di quanto si era abituata a vederle. Guardando invece verso sinistra, non c’era traccia di Istak.

Per la seconda volta, Agatha era lontana da tutto quello che conosceva. Ma a differenza della prima volta, adesso era sola. Non c’era Ark, non c’era Elef, non c’era Fyra, soprattutto non c’era Kal. Le venne voglia di piangere, ma sapeva che non sarebbe servito a niente.

In momenti come questi anzi era più che mai necessario mantenere la calma. Fece un respiro profondo, poi cercò di muovere le mani. Finalmente si rese conto che erano legate.

«È t-t-t-tutt-t-t-to innnut-t-t-tilllle.» reagì la prima voce che aveva sentito. «Nnnnonnnn p-p-p-prrrrovvvvarccccci.»

La seconda voce esclamò qualcosa, e il veicolo su cui si trovavano tutti e tre iniziò a rallentare.

Sulla destra del campo visivo di Agatha comparve un’alta struttura scura, che si avvicinò rapidamente anche a quella velocità adesso ridotta. Alla sua base scorse figure umane e una grossa sagoma grigia.

Vedendo che se non altro queste creature parlavano la sua lingua, anche se dalla sua posizione non riusciva nemmeno a vederli provò a interrogarli.

«Chi… chi siete?» chiese.

«D-D-Davvverrro nnnonnn lllo sssssai?» la prima voce ridacchiò di nuovo. Un suono ruvido, spiacevole.

Il veicolo si fermò.

Due persone coperte da mantelli neri, presumibilmente i proprietari delle due voci, scesero; e Agatha riuscì finalmente a vederli. Alzò lo sguardo per scorgere i loro volti. Entrambi si erano tolti i cappucci. Il volto alla sua sinistra, la prima voce, era largo e squadrato, con piccoli occhi color ambra, sovrastato da una foresta disordinata di capelli color paglia. Sopra l’occhio sinistro, la tempia era marchiata da una cicatrice profonda. Quello a destra, la seconda voce, era invece uno stretto ovale coronato da lisci capelli bluastri, del colore che a volte Agatha aveva visto prendere allo sclerigro. Ma più dei capelli, le fecero impressione gli occhi: erano di due colori diversi, il destro castano, il sinistro azzurro. Naturalmente, entrambi i volti avevano le orecchie appuntite e quella pelle bianca come il gesso.

«Chi siete?» ripeté, ma nella sua testa si fece strada un pensiero inquietante.

Lei sapeva già la risposta. Ma non voleva crederci. I suoi nonni e i suoi genitori le aveva raccontato tante storie su di loro, però Agatha non ne aveva mai incontrato uno. Nessuno della sua generazione ne aveva mai incontrato uno, per propria fortuna.

I due in ogni caso non risposero. Quello dal volto largo, il più grosso dei due, la prese di peso e la fece scendere.

A quel punto Agatha vide le zampe. E alzando lo sguardo, vide la testa del lupo, piegata da un lato a guardarla con un singolo occhio giallo.

Gridò, cadendo all’indietro. La bestia emise un basso brontolio, scoprendo i denti, ma una mano pallida si posò sul suo muso e la sua attenzione venne distolta.

Una terza persona in nero si era messa ad accarezzare l’animale, pronunciando parole che Agatha non riusciva a capire, ma con un tono calmo e rassicurante.

«Tranquilla.» le disse questo terzo individuo mentre solleticava il collo alla bestia, e parlò senza il minimo strascico. «Non ti mangerà se non glielo ordiniamo. A meno che tu non lo provochi come una stupida.»

I suoi capelli, lunghi fino alle spalle, erano verde scuro, come le foglie degli alberi in un giorno nuvoloso. I suoi occhi, severi mentre la guardavano, erano dello stesso colore.

Dietro di lui, Agatha vide che la struttura che aveva scorto durante il viaggio era un’alta torre diroccata. Ai suoi piedi, tra le pietre, era accovacciato un secondo lupo, apparentemente addormentato. Poco lontano dalla torre, uno stretto ponte si tendeva tra due rive di un fiume gorgogliante. Ebbe il tempo di scorgere un secondo ponte che tagliava un secondo fiume, poi si accorse che altre persone si stavano avvicinando.

Tutti e tre indossavano gli stessi mantelli neri: il primo aveva i capelli bianchi, ma non le dava l’idea di essere anziano. Osservando lei, disse qualcosa a quello con gli occhi disaccoppiati: Agatha non capiva quella loro strana lingua, ma le sembrò una domanda, a cui l’altro rispose con un suono secco e un breve cenno del capo.

Ciò sembrò soddisfare l’individuo con i capelli bianchi, che batté le mani e sorrise, prima di avvicinarsi a lei.

«Lieto di fare la tua conoscenza, Helena Dorina. Sarai nostra ospite per qualche tempo.» le disse, senza smettere di sorridere. La sua voce non aveva niente di mostruoso, aveva anzi un timbro quasi musicale: se non l’avesse visto in faccia Agatha avrebbe potuto pensare che a parlare fosse stato un normale umano. Ma in quell’espressione allegra c’era qualcosa che ad Agatha fece ribrezzo. Era come se il suo sorriso fosse una maschera indossata in fretta e furia sopra la vera espressione.

Inoltre…

«Helena?» chiese. «No, io…»

Fu interrotta da quella che le suonò come un’altra domanda.

Un’altra delle persone che si erano avvicinate, con corti capelli rosso acceso, ripeté quella parola, o parole, di nuovo con un tono che ad Agatha sembrò interrogativo.

Prese la parola la terza persona, più esile delle altre, con lunghi capelli violacei, come certi fiori che ogni tanto crescevano a Elis. La sua voce era diversa da quelle degli altri che fino a quel momento avevano parlato, meno profonda.

Più simile alla mia, pensò Agatha, e le venne in mente che forse quella persona era una donna, mentre gli altri erano uomini.

La donna comunque pronunciò una breve frase, e poi ripeté anche lei la domanda, rivolta ai due uomini dietro Agatha. Lei voltò la testa per guardarli: quello più grosso aveva il capo chino e scuoteva la testa, un gesto che la sorprese nella sua… umanità; l’altro rispose con una singola sillaba.

La reazione degli altri fu immediata: la donna dai capelli violacei fece una smorfia e agitò un pugno chiuso, e per un istante ricordo ad Agatha Fyra; l’uomo dai capelli verdi aggrottò la fronte e sospirò, alzando gli occhi al cielo; quello dai capelli bianchi si portò una mano alla bocca.

Ma quello più colpito fu l’uomo che per primo aveva posto la domanda. Scosse la testa più volte, poi si mise le mani tra i capelli ed emise un gemito. Poi, all’improvviso, abbassò le braccia, diede un calcio a una pietra che si trovava ai suoi piedi e gridò. Un grido che conteneva tanta rabbia quanto dolore, al punto che Agatha si chiese se non si fosse fatto male con quel calcio. Dopodiché cadde in ginocchio, e lei si rese conto che stava piangendo.

Non era un essere umano, il suo volto era spaventoso, lui e i suoi compagni l’avevano rapita. Eppure in quel momento Agatha, anche se non aveva idea del motivo di quella reazione così estrema, si scoprì a provare compassione per quell’essere.

L’uomo dai capelli verdi gli mise una mano compassionevole su una spalla.

Quello che avvenne dopo fu così veloce che Agatha ebbe fatica a seguirlo.

L’uomo dai capelli rossi, con le guance ancora rigate di lacrime, si alzò di scatto, estrasse un pugnale e con un ruggito bestiale si lanciò su di lei.

L’uomo dai capelli bianchi si frappose tra lei e lui, ma l’altro era già stato afferrato dall’uomo dai capelli verdi, che lo stava trattenendo da dietro.

Anche mentre si dimenava per cercare di liberarsi, l’uomo dai capelli rossi continuò a gridare, con gli occhi fissi su di lei.

Urlava parole chiaramente intrise di odio.

Ma Agatha non riusciva a capirle.


«Era mio FRATELLO! Ed è morto per colpa sua! Dronnur, lasciami andare!» ringhiò Ragi, cercando di liberarsi.

«Se lo facessi, tu te ne pentiresti.» gli rispose Dronnur, senza allentare la presa. A un estraneo forse sarebbe sembrato possibile per Ragi liberarsi dalla morsa dell’altro uomo, ma Vrell sapeva che Dronnur era più forte di quanto il suo aspetto suggerisse: Ragi non si sarebbe mosso di un passo finché lui non glielo avesse permesso. Poco lontano, Vhenh il lupo osservava i due preoccupato.

«È vero, Ragi.» disse Kaiver, che si era immediatamente messo davanti all’umana. «E poi, non possiamo essere davvero certi che Fura’d sia morto. Non è così, Bila’th?»

«Se avessi avuto il dubbio che era ancora vivo lo avrei portato con noi. È morto.» ripeté l’interrogato, con fastidio. «Gli hanno sparato in mezzo alla schiena.»

«Bila’th, non sei d’aiuto…»

«Voi dovevate PROTEGGERLO!» gridò Ragi, rivolto ai due che erano tornati con l’umana ma senza suo fratello.

«Mmi d-disspiacce.» disse Shar, ancora con la testa china e le braccia abbandonate lungo i fianchi. «Avvevvo vvisstto l-l’ummanno, mma nnon mmi assppet-tavvo c-c-che…»

«Fura’d conosceva i rischi.» lo interruppe Bila’th. «Il nostro scopo era prendere l’umana e l’abbiamo raggiunto. Fura’d ha fatto la sua parte ed è caduto in battaglia.» Si portò una mano al petto. «Gloria a lui.»

Vrell sospirò. Bila’th non aveva torto, e nonostante le apparenze la morte di Fura’d non lo aveva lasciato indifferente; ma in questo momento sarebbero servite parole di conforto, che lui semplicemente non conosceva. Con lui era sempre così.

«Gloria? Mio fratello è morto!» replicò Ragi, come lei aveva previsto. «Eravamo nati lo stesso giorno. Eravamo stati sempre insieme. Ho perso metà di me! Chi me la ridarà indietro? La gloria?! Lascia che io la uccida, lascia che gli umani capiscano cosa mi hanno fatto

Kaiver si fece allarmato. «No, Ragi. Quegli uomini ci hanno detto che vogliono Helena Dorina viva. Non possiamo permetterti di ucciderla.»

«Però un orecchio possiamo lasciarglielo tagliar via, no?» disse Bila’th, con freddezza. «Uno solo, così Ragi avrà un po’ di soddisfazione.»

«Bila’th,» iniziò Kaiver, con il tono che usava quando voleva sembrare paziente «quegli uomini la vogliono viva e intera. Chiaro?»

«Non me ne importa niente di quello che vogliono dei pellesporca.» sibilò Bila’th facendo un minaccioso passo in avanti. «Uno dei nostri uomini è morto. Morto mentre eseguiva un tuo piano, frutto di un tuo accordo con degli umani. E se tu non avessi mai stretto quell’accordo, adesso quell’uomo sarebbe ancora vivo.»

«Non usare quel tono con me.» Kaiver abbandonò istantaneamente il falso atteggiamento conciliante «L’hai detto anche tu, Fura’d conosceva i rischi. Con il suo sacrificio, se portiamo a termine questo incarico ce ne arriveranno altri.»

«Da un umano

«Da chi ha soldi. Quelli che servono a tutti, qui.»

«Pensi che i soldi mi ridaranno mio fratello, Kaiver?» Ragi richiamò l’attenzione su di sé. Ma ormai le sue grida di rabbia si erano abbassate a un piagnucolio sommesso.

«Neanche fare del male a quell’umana te lo ridarà.» gli disse Vrell, convinta che adesso si fosse calmato abbastanza da ascoltare. «Lo sai anche tu.»

La sua risposta fu tirare su col naso.

«Basta così, Ragi.» disse Dronnur, alle sue spalle. «Non sei il solo ad aver perso un parente, qui. Non sei nemmeno il solo ad aver perso un fratello

Quella frase pose fine alla discussione.

Ragi lasciò cadere il pugnale, e immediatamente Dronnur lo lasciò andare.

Dopo aver preso un respiro profondo, Ragi disse «Fate quello che volete con l’umana. Ma tenetela lontana da me.» dopodiché se ne andò, diretto verso la torre.

«Sì, buona idea.» disse Kaiver, massaggiandosi con sollievo i capelli bianchi. «E già che ci siamo la terremo lontana anche da te, Bila’th.»

Lui alzò le spalle, e seguì Ragi.

«Shar,» Kaiver si voltò verso di lui «caricala sulla Cesta: la mandiamo in cima. Dronnur, Vrell, voi due vi darete il cambio a farle la guardia.E per favore, non mandate all’aria tutto. Questa è la nostra occasione. Mi raccomando soprattutto a te, Vrell. Ci siamo capiti?»

Vrell annuì insieme agli altri due.

«Il primo turno lo faccio io.» disse poi a Dronnur.

«Va bene. Vieni, Vhenh.» rispose lui, prima di andarsene insieme al suo lupo.

Shar raccolse l’umana, che durante tutta la discussione era rimasta col sedere per terra, facendo passare ammutolita lo sguardo dall’uno all’altro di loro.

«Dove mi portate?» chiese, quando Shar la prese tra le braccia. «Cosa avete intenzione di farmi?»

Sembrava così giovane, così piccola e fragile. Vrell quasi provò pena per lei.

«Noi non ti faremo niente, Helena Dorina. Hai la mia parola.»le rispose Kaiver. «Ma cosa ti faranno coloro a cui dobbiamo consegnarti… io non posso saperlo.»

Nota dell’Autore

Sono sempre avido di conoscenza, riguardo i pareri dei miei lettori.
Sentitevi liberi, anzi invitati, a commentare, qualsiasi sia la vostra opinione su quello che avete letto.
La comunicazione è la chiave in ogni ambito della vita.

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