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SeNNaaR – Capitolo 25: Coloro che Sono Sacrificati, Parte Due

Takhys era morta. Avevano estratto il suo corpo da quello che restava della tenda. Era rimasta schiacciata sotto le travi del tetto, morendo all’istante.

Fyra era rimasta a fissarla da quando l’avevano depositata accanto agli altri cadaveri.

Quella donna aveva parlato con lei meno di mezzo giro prima che cominciasse l’attacco, e adesso non c’era più. L’aveva vista correre dentro la tenda, terrorizzata, e adesso quel viso non avrebbe mai più cambiato espressione. Non la conosceva particolarmente bene, ma era comunque stata parte della sua quotidianità per settimane.

Le sembrava tutto… irreale. E ingiusto.

Ringrazia che i tuoi nonni sono vivi, cercò di dire a se stessa.

Per fortuna al momento dell’attacco loro erano fuori a mangiare accanto al fuoco, insieme a Kydalim e alla sua famiglia.

A differenza di tanti altri, avevano mantenuto entrambi il sangue freddo e aiutato le persone intorno a loro a non cedere al panico. E anche in quel momento stavano aiutando al ricovero dove avevano portato i feriti.

Sì, doveva essere grata che erano ancora vivi.

Ma non aveva la loro forza.

Piuttosto che tornare al ricovero, preferiva restare lì.

Lì non avrebbe sentito i rantoli degli ustionati, o i gemiti di chi era rimasto senza un braccio o una gamba.

Né sarebbe stata costretta a vedere di nuovo la madre di Kal.

Eleisa non era Takhis, Fyra la conosceva da quando era bambina. Era una donna forte, su cui si poteva sempre contare. Fyra non aveva mai conosciuto la propria madre, ed Eleisa era la cosa più vicina a una mamma che lei avesse mai avuto. Vederla in quello stato l’aveva turbata profondamente.

Si aspettava che sarebbe stata furiosa, come quando era morto Mak, eppure non riusciva nemmeno ad arrabbiarsi. Si sentiva… prosciugata.

E se aveva avuto quell’effetto su di lei, non osava immaginare in che stato d’animo dovessero trovarsi Kal e sua sorella.

Era pure il giorno del loro compleanno.

Ho bisogno di trovarli e parlare con loro.

Se c’era qualcosa che lei potesse fare, qualsiasi cosa, l’avrebbe fatto.

Si mise a cercarli, a cominciare dalla loro tenda.

Quando entrò, per un attimo le sembrò completamente vuota. Poi, nella penombra, notò qualcuno sdraiato su una branda. Riconobbe la sagoma asciutta, il mento squadrato, il volto che aveva ancora qualcosa del bambino che era stato, le folte sopracciglia e i capelli neri, corti, che alle estremità accennavano dei riccioli.

Kal aveva gli occhi chiusi, dormiva. Fyra decise di non disturbarlo e fece per andarsene. Avrebbe parlato prima con Agatha.

Ma poi sentì un gemito provenire dal ragazzo addormentato. Lo vide scuotere la testa e stringere le mani, tremando.

Sta avendo un incubo? Fyra si avvicinò alla branda.

Kal era sudato, il suo respiro era irregolare. Dalla porta non l’aveva visto, ma sotto gli occhi aveva borse profonde. Era comprensibile. Era stata una lunga giornata per tutti.

Kal emise un altro lieve gemito. Fyra si sedette per terra accanto alla branda e gli prese la mano, sperando che il contatto umano lo aiutasse a calmarsi. E in effetti le sembrò che il suo respiro cominciasse a rilassarsi.

Inconsciamente, la mano di Kal strinse la sua, e a Fyra tornò in mente un momento in cui, da piccoli, lei aveva stretto quella stessa mano. “Ora lo affido a te.” aveva detto Eleisa, la prima volta che erano usciti a giocare lontano dai propri rispettivi genitori. “Vedi come è più piccolo di te? Divertitevi, ma bada che non si faccia niente.” Lei aveva preso quell’incarico molto sul serio, e per tutto quel giorno non aveva mai lasciato andare la manina di Kal.

Quella manina adesso è più grande della mia, pensò, distrattamente. Che sentimenti provocava in lei questa constatazione? Non sapeva dirlo con certezza. Kalos per lei era sempre stato il “piccolo Kal”. Era abituata a vederlo come un bambino, o un ragazzino più piccolo di lei che quando faceva qualche pasticcio iniziava a ripetere “Mi dispiace, mi dispiace”. Ma ora lui era cresciuto, e lei…

Sono cresciuta anche io o sono rimasta la stessa?

Forse quella che provava era paura: paura di essere lasciata indietro da una persona che era stata una costante nella sua vita. Per questo lo punzecchiava. Per dimostrare che al di sotto delle apparenze il loro rapporto non era cambiato, e non sarebbe cambiato mai. Aveva bisogno di sicurezze come quella, specialmente in un momento come questo.

Ma sentiti. Sei qui per aiutare te stessa o per aiutare lui?

Non ebbe il tempo di rispondersi.

Kal, ancora addormentato, mormorò: «Agatha…»

Fyra ripeté: «Agatha?» sorpresa, senza pensare.

Quello bastò a risvegliare il ragazzo con un sussulto, che contagiò anche lei.

«F-Fyra?» chiese, ancora stordito. «Cosa ci fai qui?»

«Volevo vedere come stavi.» gli rispose lei, dopo aver ripreso il respiro. «Ho visto tua madre, al ricovero. Come ti senti?»

Lui ebbe un istante di esitazione, poi disse: «Sto bene. Grazie.»

«Stavi avendo un incubo?»

«Sì, ma niente di cui preoccuparsi.» Kal teneva lo sguardo basso. Stava evitando di guardarla negli occhi. C’era qualcosa di strano.

«Nel sonno, hai detto “Agatha”. Le è successo qualcosa?»

«No. Non è successo niente. Puoi andartene, adesso.» Kal sembrava evasivo, come se volesse mandarla via.

«Se vuoi che io me ne vada, prima dovresti lasciarmi la mano. La stai stritolando.»

La sola reazione di Kal fu di allentare la presa. In circostanze normali, avrebbe mostrato almeno un po’ di imbarazzo. «Ecco. Ora vai.»

Fyra si sforzò di fare una battuta, seppur tiepida: «Sicuro di non aver bisogno che la tua sorellona ti tenga la manina un altro po’?»

«Sì.»

Questo non era per niente da lui. Il Kal che conosceva avrebbe detto “Smettila!” oppure “S-Sì, sono sicuro!” cercando di impedirsi di balbettare.

«Kal, cosa succede?»

«Niente, te l’ho detto. Vai via.»

«Dov’è Agatha?»

Nessuna risposta.

«Kal, guardami.»

Lui continuò a tenere gli occhi bassi. E lei non ne poté più.

«Kal, guardami!»

Gli afferrò le guance e gentilmente ma con fermezza lo costrinse ad alzare lo sguardo. La luce che veniva da fuori illuminò due occhi lucidi.

«Kal… cosa è successo ad Agatha?»

Kal glielo disse.

E prima ancora che lui avesse finito, lei sapeva già che sarebbe andata con lui.

E non avrebbe accettato discussioni.


Il capitano Astor ed Ergon erano andati a cercare di ricevere udienza da Zamoshan. Astor aveva protestato all’idea di portare con sé Ergon, ma Helena aveva fatto valere la sua autorità.

Ora nella tenda era rimasta solo lei. Fuori dalla porta era appostata una singola guardia, un’altra decisione cui Astor si era opposto: Helena comprendeva le sue preoccupazioni riguardo la sicurezza, ma era un rischio che lei era disposta a correre.

Se quello che Bek-cherek aveva detto corrispondeva a verità, allora Zamoshan era interessato solo a lei; e non appena avesse sentito che lei era scomparsa, i profughi di Elis non avrebbero più avuto nessun valore per lui. Le conseguenze sarebbero state imprevedibili.

Ma se fosse riuscita a instillare in lui il dubbio, se Zamoshan fosse rimasto nell’incertezza riguardo la situazione di Helena, allora forse sarebbe stata in grado di giocarlo senza mettere direttamente in pericolo i suoi concittadini.

Il signore prima o poi avrebbe scoperto la verità, era inevitabile, ma Helena contava che ne avrebbe ricavato abbastanza tempo da risolvere il vero problema: come uscire da questa trappola in cui ci troviamo.

Per fuggire di nuovo, aveva bisogno di soddisfare tre requisiti: doveva convincere i suoi concittadini che non potevano fidarsi del signore e ristabilire l’unanime lealtà nei suoi confronti; doveva trovare un modo di andarsene che non desse nell’occhio e non mettesse immediatamente le guardie di Istak sulle loro tracce (questa sarebbe stata la parte più difficile); e infine doveva decidere una nuova destinazione.

L’offerta di Bek-cherek e del suo signore era valida, ma Helena non era ancora del tutto convinta.

Mentre rimuginava su tali questioni, la porta della tenda fu aperta.

«Mia Esarca.» disse la guardia all’esterno. «C’è un uomo che desidera vederti, o almeno credo. Non capisco quello che dice. Lo faccio entrare?»

Helena si alzò dal suo cuscino e si avvicinò alla porta, cautamente. Dietro alla guardia, scorse una figura curva e rinsecchita, appoggiata a un bastone.

«Sì, fallo passare.» disse alla guardia.

La donna si spostò, lasciando libero il passaggio a quel familiare piccolo uomo anziano.

«Non hai paura a farti vedere nel mio accampamento, Kuts?» gli chiese, parlando nella sua lingua, non appena la porta si fu chiusa. «Potrebbero esserci spie intorno a noi, e se scoprissero che sei venuto qui…»

«Non c’è nulla da temere.» rispose lui, sorridendo in quel suo modo furbo. «Per gli dvar, io non esisto. Non esiste nessuno di noi. Ci guardano, vedono il grigio,» si indicò con entrambe le mani la veste sporca di fango incolore «e immediatamente siamo solo “selyann”. Per loro siamo tutti uguali. Non saprebbero distinguermi da mia nipote.» concluse ridacchiando.

«Perché sei qui?» Helena era ancora diffidente, dopo l’ultimo loro incontro. Quell’uomo era troppo scaltro per i suoi gusti.

Ma Kuts si fece all’improvviso serio e solenne. «Sono qui per ringraziarti. Ho saputo cosa è successo, e se tu non avessi mandato i tuoi guerrieri ad aiutarci, forse avreste potuto proteggervi meglio.»

Helena ebbe bisogno di un momento per ricordarsi che, sì, il capitano Astor le aveva detto che poco prima dell’attacco aveva mandato delle guardie ad aiutare i selyann. Evitò di dire a Kuts che non aveva dato lei l’ordine.

«Vi siete sacrificati per noi selyann.» continuò lui, e si inchinò. «Voi, degli stranieri chiusi come noi fuori dalle mura, avete offerto la vostra forza per aiutarci, avete salvato tantissime nostre vite al rischio della vostra sicurezza. Avete dimostrato che nella difficoltà, nella peggiore delle difficoltà, possiamo contare su di voi. Voi siete davvero… nostri amici.»

La sua commozione era genuina. Helena non seppe cosa dire.

Ma non ce ne fu bisogno, perché Kuts si rialzò e riprese: «Oggi voi avete compiuto un gesto più nobile di qualsiasi dvar. Avete la nostra sincera e totale gratitudine. Qualsiasi cosa sia in nostro potere fare per voi, chiedete e la faremo.»

Helena si coprì la bocca con una mano. Era rimasta disarmata di fronte alla triste semplicità di questa gente. Un singolo gesto normale come rispondere a una richiesta di aiuto, una cosa che nel Principato era considerata doverosa, era stato sufficiente per ricevere una simile riconoscenza. Si chiese quanto dovessero aver sofferto e stare ancora soffrendo sotto gli dvar; e se prima della Liberazione fosse quella la norma per tutti gli umani.

«Tu ci onori, Kuts.» riuscì a dire. «Terrò conto delle tue parole. Ora va’.»

Il vecchio fece un altro inchino, e poi uscì dalla porta, proprio mentre la guardia si affacciava all’interno dicendo: «Mia Esarca, c’è un altro visitatore.»

Nella tenda entrò Artor Deutarid.

«Ti trovo bene, “Agatha”.» esordì.

«Vorrei poter dire lo stesso di te.» rispose lei, guardandolo. Non era la persona più sporca di rosso che avesse visto quel giorno, ma il sangue rappreso sui suoi vestiti cozzava con il suo atteggiamento calmo.

«Perdonami se non mi sono reso perfettamente presentabile prima di venire qui, mia Esarca, ma avevo un bisogno urgente di parlarti.»

Helena si incuriosì. Era la prima volta che quel giovane diceva di voler parlare con lei.

«Ti ascolto.»

Artor si guardò intorno, lentamente. «Alcuni miei concittadini hanno visto gli assalitori fuggire portando con sé una ragazza in abiti simili ai tuoi.» Poi spostò lo sguardo su di lei. «E ho sentito che stai cercando di sfruttare la cosa a tuo vantaggio. Hai i miei complimenti per la tua astuzia.»

Helena si rese conto che qualcosa in lui era cambiato. Adesso nei suoi occhi vedeva un bagliore sinistro e quasi minaccioso. Ma si sforzò di non mostrare nessun timore.

«La tua capacità di venire rapidamente al punto è una qualità che ammiro, Artor Deutarid. Non privarmene.»

Lui sorrise. E Helena preferì che non l’avesse fatto. Era un sorriso falso, privo di qualsiasi contentezza. Era una mera contrazione muscolare, che non convogliava nessuna reale emozione.

«Mia Esarca, se vuoi che siano tutti convinti che Helena Dorina è scomparsa, allora non mi pare appropriato che tu continui a occupare questa tenda. Vieni con me. Ti mostrerò un luogo in cui nasconderti meglio.» Artor le tese la mano. Nei solchi restavano ancora macchie di sangue rappreso, ma sembrava essere stata lavata.

Seppur con una leggera apprensione, Helena prese quella mano. Una parte di lei le diede della stupida, ma si sentiva come se non avesse altra scelta.

Artor la guidò fuori dalla tenda. Il cadavere del So’el era stato spostato, entro il tramonto qualcuno lo avrebbe seppellito.

La guardia fermò il giovane immediatamente, mettendo mano alla micra. «Dove stai portando l’Esarca, Cittadino?»

Lui rispose: «Al ricovero. Se qualcuno la cerca, mandalo là.»

Helena fece cenno alla guardia che non c’era da preoccuparsi, poi continuò a seguire il giovane.

Mentre passavano di fronte a una delle tende, Artor le disse: «Ecco, quella è la tenda che occupava Agatha, insieme a sua madre e suo fratello. Kal la occupa ancora, credo in effetti che in questo momento sia proprio lì dentro a dormire.»

«Perché mi dici queste cose?»

Artor non rispose.

I due proseguirono fino al ricovero: una delle tende era stata convertita a ospedale di fortuna, radunando lì tutti i feriti dell’attacco. Helena non l’aveva ancora visitata ma le condizioni del luogo la turbarono, anche se aveva dato lei stessa l’ordine di fare in fretta. C’era uno squarcio nella copertura, e la rete in legno sotto stava venendo riparata alla bell’e meglio da un paio di guardie. Poco lontano, altre guardie stavano cercando di recuperare più materiale possibile da un’altra tenda che sembrava essere crollata su se stessa. Il capitano Astor le aveva riportato le testimonianze, ma vederla in prima persona faceva un’impressione molto diversa.

«Da questa parte.» la incalzò Artor, mentre apriva la porta del ricovero.

Helena non era pronta a ciò che vide all’interno.

Alla sua sinistra, una donna gemeva mentre un volontario le versava acqua sul braccio ustionato per lavarlo. Dietro di lei, un uomo guardava silenziosamente il soffitto, con occhi spenti; una delle gambe era ridotta a un moncone coperto di bende insanguinate.

Alla sua destra, un altro uomo giaceva sulla sua branda, con gli occhi chiusi. Aveva i capelli rossi e una barba incolta. Come se avesse percepito la sua presenza, all’improvviso aprì gli occhi e la guardò. «Ohh,» esclamò, sorridendo, «che bellezza hanno mandato a prendersi cura di me! Vieni, ragazza, il proiettile mi ha preso proprio qui…»

«Polemos, non importunarli.» intervenne un uomo anziano con un braccio fasciato, in piedi dietro quello chiamato “Polemos”.

«Stavo solo scherzando, dai.» reagì quest’ultimo, ma l’anziano lo ignorò, rivolgendosi invece ad Artor. «È lei?» chiese.

«Sì.»

L’anziano annuì e allungò il braccio sano verso l’estremità opposta della tenda, nel gesto di chi cede il passo.

Artor proseguì, con passo sicuro in mezzo alla confusione. Le persone in grado di camminare e usare almeno un braccio medicavano chi non era in grado di fare una o entrambe le cose, passando di branda in branda. La tenda era ben oltre la sua capienza massima, eppure quando arrivarono nel punto più distante dall’entrata trovarono una piccola zona indisturbata, dove il clamore non spariva, ma almeno era affievolito.

Su una piccola branda era seduta una donna dall’aria familiare. Dalla benda intorno alla testa emergevano lunghi capelli neri. Le spalle erano coperte da uno scialle il cui colore verde non era stato del tutto coperto da polvere e fango. I suoi occhi erano anch’essi verdi, di un verde più chiaro.

«Eleisa.» disse Artor, prendendo le mani della donna tra le sue. «Te l’ho portata.»

Fece a Helena cenno di avvicinarsi.

«Oh, Artor.» disse la donna. «Davvero? Lei è qui, adesso?» Voltava la testa a destra e a sinistra, ma i suoi occhi non si posarono nemmeno per un istante su Helena. Fu a quel punto che lei capì perché, nonostante sembrasse quasi illesa, quella donna si trovava lì. E all’improvviso capì anche perché le era sembrata familiare.

Eleisa. Agatha Eleisina.

Prima che lei se ne accorgesse, Artor aveva guidato con gentilezza le mani della donna a giungersi a quelle di lei.

«Cosa stai…?» cercò di dire.

Ma Eleisa emise un “Ohhh” commosso e le strinse le mani. «Agatha… Agatha, stai bene. Mi ero preoccupata così tanto…» La tirò verso di sé e la chiuse in un abbraccio. Helena cercò istintivamente di divincolarsi, finché non si rese conto che la donna stava piangendo.

«Quando ho chiesto a Kal dov’eri non mi ha voluto rispondere. Temevo che ti fosse successo qualcosa.» disse, tra un singhiozzo e l’altro.

«Su, su, ora lasciala andare. Così la metti a disagio.» Artor le separò, poggiando una mano sulla spalla a entrambe. «Hai capito adesso che non c’era niente di cui preoccuparsi? Agatha sta bene.»

Helena riusciva solo a guardarlo incredula. Il giovane si era come trasformato in un’altra persona: il suo tono di voce era caldo, rincuorante; la luce sinistra nei suoi occhi era svanita; persino il suo sorriso era sincero. Che lui stesse recitando? Ma a vantaggio di chi, se quella donna non riusciva a vedere?

«Ha solo preso un po’ di freddo, per cui ha la voce un po’ roca. Per un po’ è meglio che non parli troppo.» Mentre lo diceva, spostò lo sguardo su di lei. «E ogni tanto sarà impegnata con le nostre lezioni all’Esarca, te ne ha parlato, vero? Però per il resto del tempo starà qui con te. Contenta?»

«Artor, certo che sono contenta.» disse Eleisa, asciugandosi le lacrime. «Grazie. Sei davvero… un bravo ragazzo. Anche in questo momento hai pensato a me. Io… ho saputo di Semna. Mi dispiace, davvero.»

Per un istante gli occhi di Artor si velarono, e tornò l’espressione fredda che ormai Helena era abituata a vedere. Ma fu solo un istante. «Non ti preoccupare.» disse.

«So che era una persona…» Eleisa esitò, prima di riprendere: «difficile. Ma io la conoscevo. E ti assicuro che, in fondo all’anima, lei ti voleva bene.»

«Non ho dubbi a riguardo.» Anche se Eleisa non sembrava averci fatto caso, a Helena non sfuggì il tono gelido di quell’ultima frase. «Ora ti lasciamo riposare, d’accordo? Agatha tornerà più tardi.»

Salutò Eleisa, e poi si incamminò verso l’uscita. Helena diede un ultimo sguardo alla donna cieca, e poi lo seguì.

«È questo il luogo in cui mi proponi di nascondermi, Artor Deutarid?» gli chiese, una volta fuori dal ricovero.

«Nessuno qui ti ha riconosciuta come Helena Dorina, mi pare.» disse lui. Ogni traccia di calore o gentilezza era svanita. «Per tutti, saresti solo Agatha Eleisina che fa compagnia a sua madre. Certo, ci sono degli svantaggi, ad esempio non potresti più dormire nella comoda tenda cui sei abituata.»

«L’inganno non può durare. Prima o poi quella donna capirà che non sono sua figlia.»

«Ti basterà imparare a recitare. Hai già del talento a riguardo.»

«Brutto impertinente…!»

«Ecco, prima lezione: Agatha non userebbe mai una parola come “impertinente”, certamente non con quel tono.»

Helena inspirò a fondo e si sforzò di calmarsi. «Non può funzionare lo stesso. Se recuperasse la vista, cosa faremmo?»

Artor la guardò come se avesse appena detto qualcosa di sciocco. «Oh, lei recupererà la vista prima o poi. Non è un se, è un quando. E cosa tu farai sarà sperare che quando ciò succederà Kal sia già tornato con la vera Agatha.»

Helena strinse i pugni. «Parli come se io non avessi altra scelta che danzare al ritmo della tua musica. Ma io posso sempre rifiutarmi.»

Lui sospirò, guardando lontano. «Se tu lo facessi ti avrei giudicata male. Non sei così schiava del tuo orgoglio da rinunciare a un chiaro vantaggio per meschinità. Resti in una posizione precaria anche se mi dici di no.»

Prese un respiro profondo. «Però va bene, immaginiamo che tu rifiuti questa mia proposta. Davvero credi che questa tua decisione non avrebbe delle conseguenze?»

«Che conseguenze?» chiese lei, vagamente spazientita.

Poi capì.

«No… tu non oseresti.»

«“Non oserei” cosa, mia Esarca?» Artor pronunciò il suo titolo sottovoce, ma con tono derisorio.

«Se tu rivelassi che io sono ancora qui, metteresti tutti i cittadini in pericolo. Non capisci che lo sto facendo per il vostro bene?»

«Il nostro bene?» Artor abbassò lo sguardo. «Il bene proprio di tutti noi?»

«Sì, di tutti.»

«Anche di Agatha?»

A Helena si strozzarono le parole in gola.

Artor la guardò negli occhi. E in essi lei vide ira: una furia distruttiva a malapena tenuta a bada, che tuttavia si mostrava soltanto lì, in quelle due finestre sul suo animo, mentre il resto del viso, il suo corpo e la sua voce esprimevano tranquilla indifferenza. E capì che lui avrebbe osato davvero.

«Vedi, mia Esarca. Tu credi che il mio gesto metterebbe tutti in pericolo. Io so che metterebbe in pericolo te. Te che stai abbandonando una ragazza innocente a soffrire e morire lontano dalla sua famiglia. Una ragazza che è finita in questa situazione a causa di una tua decisione.»

«Io…» Helena provò a reagire. «Io non potevo prevedere cosa sarebbe successo. Non puoi dare la colpa a me!»

«Non lo sto facendo.» Artor non distolse il suo sguardo. «Non sei responsabile di quello che è accaduto. Ma non sarebbe un male se fossi almeno un po’ dispiaciuta.»

«L-Lo sono! L’ho detto a Kalos Aregonid, se vuoi lo ripeterò pure a te: mi dispia-»

«Le parole non bastano.» la interruppe Artor. «Mostra il tuo dispiacere con le azioni, se vuoi essere la nostra principessa

Helena non riuscì più a controbattere.

«Va bene.» concluse, con un sospiro esasperato. «Hai ragione. Non ho mai avuto intenzione di rifiutare. Mostrerò il mio dispiacere con le azioni e reciterò la parte di Agatha Eleisina. E Kalos Aregonid è libero di andare.»

Immediatamente, l’emozione intensa e terrificante negli occhi di Artor svanì come neve al sole. «Sapevo di poter contare sulla tua saggezza, “Agatha”. Allora siamo d’accordo. Ti affido Eleisa. Trattala bene, è una donna che ha sofferto molto.»

Fece per andarsene.

«Artor!» lo richiamò lei.

Lui si voltò.

«Penso di odiarti.»

Lui le rivolse il primo sorriso sincero che le avesse mai rivolto.

«Lo penso anche io.»

Nota dell’Autore

Sono sempre avido di conoscenza, riguardo i pareri dei miei lettori.
Sentitevi liberi, anzi invitati, a commentare, qualsiasi sia la vostra opinione su quello che avete letto.
La comunicazione è la chiave in ogni ambito della vita.

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