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SeNNaaR – Capitolo 24: Coloro che Sono Sacrificati, Parte Uno

Helena sentiva le voci all’esterno della tenda.

«So’el!» dicevano.

Una parola che ogni singolo cittadino del Principato conosceva anche troppo bene.

Il nome maledetto.

Il nome di coloro contro i quali era stata combattuta la Liberazione.

I mostri che per millenni avevano tenuto l’umanità sotto il giogo della schiavitù.

Lei non ne aveva mai visto uno. Ma aveva ascoltato i racconti di suo padre e di suo nonno, per cui sapeva come essi erano fatti.

E il cadavere fuori dalla sua tenda era inequivocabilmente quello di un So’el.

«I morti al momento sono quindici.» le stava dicendo il capitano Astor. «I feriti almeno quaranta. E il conteggio dovrà essere aggiornato una volta che avremo trovato i dispersi. Anche contando coloro che si sono rifugiati dentro le mura, alcuni mancano all’appello. E poi c’è…» Lasciò che la sua espressione dicesse il resto.

Agatha Eleisina. Quando Astor si era risvegliato dopo l’assalto, nella tenda oltre a lui c’era solo Ergon ferito e privo di sensi, che inizialmente aveva preso per morto; la ragazza era svanita.

«Stiamo continuando le ricerche.» riprese il capitano, «ma non abbiamo ancora trovato… nessuna traccia di lei.» Da come i suoi occhi si erano per un istante spostati verso Kalos Aregonid, al momento in ginocchio in un angolo della tenda con un’uniforme tra le mani, Helena capì che aveva evitato all’ultimo momento di dire “il suo cadavere”.

Helena personalmente non era convinta che Agatha fosse morta. Stando a come l’attacco le era stato descritto, gli assalitori si erano mossi con sicurezza verso la sua tenda, approfittando del caos causato dalla propria comparsa. Questo le suggeriva che essi avessero un obiettivo preciso. E in tal caso…

Fu Kalos stesso a rispondere al capitano e confermare i sospetti di Helena. Rialzandosi e continuando a stringere l’uniforme, il ragazzo disse: «È stata portata via.»

In un istante, ebbe l’attenzione di tutti nella tenda.

«Li hai visti?» chiese Helena.

«L’hanno caricata sul loro lupo e sono fuggiti.» Il tono della sua voce era monocorde, il suo sguardo assente. Si trovava lì insieme a loro, ma la sua mente, o almeno parte di essa, era altrove.

«Quanti erano?»

Kalos non rispose immediatamente. Chinò il capo e sbatté le palpebre per qualche istante, confuso. Poi disse: «Tre. Erano tre.»

Ergon intervenne: «Solo tre?»

Parlò anche il capitano: «Non è possibile! Guarda cosa hanno fatto all’accampamento. Ho combattuto contro due di loro davanti a questa tenda. Mi stai dicendo che un solo aggressore sarebbe responsabile di tutto questo disastro?»

«I responsabili sono i vostri stessi concittadini.» disse una voce sconosciuta.

Nella tenda entrò un uomo alto e robusto, che dovette chinarsi e stringere le spalle per passare attraverso la porta. Era vestito con abiti da viaggio alla moda di Elis, sotto un mantello verde scuro. Il colore grigio della sua barba e dei suoi capelli rivelava la sua anzianità, ma nello sguardo che rivolse a tutti i presenti c’era la forza e la lucidità di qualcuno ancora nel fiore degli anni.

«Il panico è come un fuoco.» continuò. «Gli è bastato spaventarvi, una piccola scintilla. E al resto avete pensato voi. Sia qui che a sud.»

A sud? si chiese Helena.

«Stai dicendo che queste… creature sono dietro anche l’attacco ai selyann?» chiese il capitano Astor, facendole tornare in mente che in effetti lui gliene aveva parlato.

«Sì, è proprio quello che ho detto.» Il vecchio suonò quasi infastidito, come se fosse sorpreso che i suoi interlocutori non ci fossero arrivati da soli. «Faceva tutto parte del piano.»

«Chi sei tu? E come fai a sapere queste cose?» gli domandò a quel punto Helena.

«Li ho visti.» replicò lui. «Vi sto seguendo da quando siete fuggiti da Elis. Questo pomeriggio ho visto due lupi correre verso la città. Arrivati a un paio di stadi di distanza, si sono separati: uno è andato verso sud, l’altro è rimasto fermo, in attesa. Un giro di clessidra dopo, anche il secondo lupo è ripartito, diretto al vostro accampamento.»

A Helena non sfuggì che l’uomo non aveva risposto alla prima domanda. Ma lungo il viaggio fino ad Istak aveva ricevuto molteplici rapporti dalle sentinelle, su una lontana fiamma che ogni tanto si scorgeva nella pianura durante la notte. Questo e i suoi abiti davano sufficiente credibilità alla sua storia. E se tale storia era vera…

«Quindi avevo ragione. Cercavano me.» disse, vagamente conscia del sussulto di Kalos Aregonid. «Hanno separato le nostre forze con un diversivo e poi hanno attaccato con precisione.»

«Ma perché cercare proprio te, mia Esarca?» chiese Ergon, preoccupato.

«La domanda giusta non è quella, Ergon.» disse il capitano, con più astio nella voce di quanto Helena si aspettasse e un lampo di comprensione negli occhi.

«Esatto.» riprese lei. «La prima domanda da fare è: come sapevano dove trovarmi?»

Per un istante, nella tenda calò il silenzio.

Fu Helena stessa a riprendere la parola per prima: «Se non fosse già stato chiaro, ormai di Zamoshan non possiamo più fidarci. Ma abbiamo comunque bisogno di incontrarlo almeno un’ultima volta. Astor, più tardi dovrai andare a chiedergli udienza. E tu, Ergon, dovrai andare con lui. Osservate come si comporta, studiate le sue reazioni, carpite qualsiasi informazione possibile senza insospettirlo. Dobbiamo sapere quanto è coinvolto.»

«Ehm, perché non incontrarlo tu stessa?» chiese Ergon, intimorito dalla responsabilità che gli era stata affidata.

«Non capisci? Per chiunque ci sia dietro questo complotto, Helena Dorina è stata catturata. Lasciamoglielo credere. O meglio, evitiamo di dimostrargli immediatamente che si sbaglia: lasciamo che la certezza su una o l’altra possibilità gli sfugga. Ciò andrà a nostro vantaggio. Questo scambio di persona è stato davvero una grande fortuna nella sfortuna.»

«Mia Esarca!» gridò all’improvviso Kalos Aregonid. Helena notò che stringeva ancora l’uniforme in mano. Si chiese oziosamente da dove l’avesse presa, ma non aveva importanza. Importanza aveva piuttosto la forza con cui la stava stringendo. Gli tremavano le mani, e le nocche erano diventate bianche dallo sforzo. Alzando lo sguardo verso il suo viso, Helena ebbe il tempo di vedere i denti scoperti e gli occhi verdi spalancati. Ma quell’espressione di rabbia durò solo un istante, poi Kalos fece un respiro profondo, e la sua faccia si rilassò. «Mia Esarca,» ripeté «ti prego. Lascia che io parta alla sua ricerca. Devo riportarla indietro.»

Helena cercò le parole giuste, con attenzione.

«No, Kalos Aregonid. Adesso non possiamo privarci di nessun uomo o donna capace di combattere. So come ti senti, ma il tuo posto è qui.»

Dopo un istante, decise di aggiungere: «Mi dispiace.»

Le mani del ragazzo si distesero, pur senza mollare la presa sull’uniforme. «Capisco.» disse, con tono freddo. «Allora, con il tuo permesso, adesso tornerò al mio posto.»

Si incamminò verso la porta. Il vecchio si fece da parte, lasciandolo uscire.

«Partirà, che tu lo voglia o no.» le disse, dopo che Kalos se ne fu andato. «Gliel’ho letto negli occhi.»

Astor annuì solennemente. «Vuoi che io vada a fermarlo, mia Esarca?»

«Non c’è bisogno, lasciatelo andare.» riprese il vecchio. «Prenderò io il suo posto a difendervi. Uno scambio equo.»

Helena sbuffò. «Dovremmo fidarci di te? Non mi hai ancora detto chi sei.»

«Chi sono non ha importanza. Hai paura che io sia un nemico, ragazza?»

Molto era successo dall’ultima volta che Helena era stata chiamata “ragazza”. Si sforzò di esercitare autocontrollo: «No. Ma voglio capire come mai ci seguivi.»

L’uomo aggrottò la fronte: «Le mie motivazioni sono soltanto mie. Tuttavia, ti assicuro che voglio proteggere la tua gente quanto se non più di te. Per questo sono qui ora. Quello che è successo oggi mi ha dimostrato che non posso restare a vegliare da lontano, affidandomi a te e alle tue guardie: devo essere qui, presente, se voglio che queste persone siano al sicuro. Perciò ti chiedo:» si inchinò rispettosamente, un gesto che Helena non si aspettava. «lascia che io da ora in poi viaggi insieme a voi.»

Helena lo guardò. A giudicare dall’aspetto sembrava un uomo forte. E il modo in cui si muoveva tradiva una notevole esperienza e sicurezza di sé.

«Va bene. Ma avrò bisogno di un nome con cui chiamarti.»

Lui raddrizzò la schiena, chinò leggermente la testa di lato e alzò lo sguardo, massaggiandosi la barba. Poi disse: «Potete chiamarmi Geros.»

Helena dovette trattenersi dal ridere: «Vuoi che ti chiamiamo “Vecchio”?»

«Mi va benissimo come nome. E ora che ho avuto il tuo permesso, tolgo il disturbo. Qualcuno deve parlare a quel ragazzo, prima che sia troppo tardi.»

Detto questo, l’uomo chiamato Geros strinse di nuovo le larghe spalle, si chinò e uscì dalla porta della tenda.


«Vuoi che andiamo adesso dal signore Zamoshan?» chiese il capitano, dopo che Geros se ne fu andato.

«No. Prima c’è un’altra cosa che dobbiamo fare.» Helena si voltò verso la sola altra persona rimasta nella tenda. «Ergon. Stai bene?»

Lui annuì, con un sorriso. «Sì, mia Esarca, so benissimo. Sono onorato della tua preoccupazione.»

«Perfetto. …Allora non ti dispiace mostrarci la tua ferita, vero?»

In un battito di ciglia, il sorriso svanì dal volto del giovane, lasciando il posto a un’espressione allarmata. «Cosa?»

«Il capitano Astor mi ha detto che ti aveva dato per morto: avevi perso molto sangue. Eppure ti sei rialzato, come se niente fosse. Sai spiegarmi come ciò sia possibile?»

Lui non rispose. Fece saettare lo sguardo tra lei e Astor, implorante. Ma non c’era compassione da trovare in nessuno dei due, non in quel momento.

«Sospettate di me?» chiese, alla fine.

«Io non ho sospetti, almeno per ora. Sono solo curiosa. Se non hai spiegazione, perché non lo dici? Non ti sei neppure medicato.»

Ergon a quel punto si fece pallido in viso: «Ti prego, mia Esarca…»

«Cosa stai nascondendo? Capisci che così mi dai motivo di sospettare di te?»

Lui deglutì e scosse la testa: «Non sto nascondendo niente. …Niente di pericoloso per te.»

«E allora fammi vedere

Astor si spostò verso la porta, con il palese scopo di impedirgli di fuggire, ma Helena dubitava che fosse necessario. Non aveva mai visto Ergon così spaventato, nemmeno durante la fuga da Elis. Dopo molti lunghi istanti di esitazione, il giovane annuì: «Va bene. Ti farò vedere. Ma tieni a mente cosa ti ho detto. Qualsiasi impressione possa farti quello che vedrai, io ti giuro che non è pericoloso per te né per nessun altro cittadino di Elis.»

Lentamente, Ergon si tolse il gilek e poi sollevò la kamisa sottostante, sporca di sangue, scoprendosi l’addome.

E lì Helena vide lo squarcio obliquo attraverso pelle e muscoli inflitto da una lama. Già di per sé sarebbe stato uno spettacolo spiacevole, ma fu un singolo dettaglio incongruo a turbarla davvero. Sotto la pelle, messo allo scoperto dalla ferita, c’era qualcosa di colore grigio e lucido.

«Ma è… metallo

Un istante dopo, la spada di Astor era puntata contro il collo di Ergon. «Il Grande Peccato!» esclamò il capitano.

«Fermo, Astor!» Helena tese una mano.

Ergon guardava la spada, sconsolato, ma non sembrava intenzionato a difendersi o scappare.

«Mia Esarca, questa… cosa è uno pseudantropo, un mekhan! Non avremmo mai dovuto fidarci di lui!»

«Astor, rimetti a posto la spada e smettila. Ergon, è il momento di parlare. Dimmi: chi o cosa sei

Il giovane (era davvero giovane?) voltò i dispiaciuti occhi azzurri verso di lei.

«Il capitano ha ragione, mia Esarca. Io sono… quello che vedi. Sono nato per servire. O meglio, sono stato costruito per servire.»

«Sporco…» Astor alzò di nuovo la sua spada.

«Astor, no! Ergon, continua. Per servire chi

Lui rispose con tono ferito: «Voi. L’Esarca Stefan e la sua famiglia. Questo è lo scopo che mi ha dato la Signora di Enver quando mi ha inviato nel Principato.»

«Quindi non mentivi quando hai detto di venire da Enver.»

«Certo che no. Non mi è permesso mentirti. Non mi è permesso mentire a nessuno di voi. È parte del mio giuramento.»

Helena si sentì presa in giro: «Allora come hai fatto a tenerci nascosta la tua natura finora?»

«Mia Esarca, tu… non l’hai mai chiesto.»

Lei sospirò e si massaggiò una tempia. Quindi “non mentire” non equivale a “dire tutta la verità”. Ovviamente.

«Che cosa vuole la Signora di Enver da mio padre e da me?»

«Io… non lo so.»

«Non lo sai nel senso che non ne hai neppure la vaga idea o nel senso che non ne sei certo, Ergon?»

«L-La seconda.»

«Allora condividi con me la tua ipotesi. Cosa credi che lei voglia?»

Ergon strinse la bocca e corrugò le sopracciglia. Era una macchina, ma sapeva imitare perfettamente l’espressione di un uomo che ragiona. E anche qualsiasi altra espressione, pensò Helena.

«Ci sono altri come me, a Enver. Molti altri. Nella capitale, Ossonen, è normale, anzi, è frequente incontrare un mekhan. Non creiamo scandalo nella gente.»

Il capitano Astor emise uno sbuffo disgustato.

«Quando la Signora mi ha inviato da tuo padre,» continuò Ergon «mi ha fatto giurare di servirvi, e di “fare una buona impressione”, per tutti i miei simili. Ero… “un omaggio”, sì, ha usato questo termine. Se mi chiedi di fare ipotesi, mia Esarca, penso che la Signora volesse che io facessi da ambasciatore, per cambiare l’opinione del vostro popolo riguardo i mekhan.»

Quella parola, “omaggio”, fece salire un brivido lungo la schiena di Helena, che lo interruppe: «Fammi capire una cosa, Ergon. A Enver, voi pseudantropi… siete un bene di consumo?»

«Certamente.» fu la sua immediata risposta. «Veniamo comprati, venduti, a volte regalati. Alcuni di noi sono addirittura costruiti su commissione, rispettando le specifiche che desidera il nostro futuro padrone.»

Ergon aveva parlato con tono così candido che Helena avrebbe provato compassione per lui, se non fosse stata assalita dal ribrezzo.

«Quindi la Signora di Enver vuole trasformare il Principato in un nuovo terreno di mercato. E venderci altri mekhan come te, una volta che ci saremo abituati all’idea.»

«Precisamente, proprio così. …Almeno, questa è la mia ipotesi.»

«Dovrei tagliarti la testa seduta stante.» disse il capitano Astor, trasudando disprezzo da ogni sillaba. Però non brandì di nuovo la sua spada. «Non avrei mai dovuto nemmeno farti entrare alla Rocca. Enver sta compiendo il Grande Peccato e vuole renderci suoi complici.»

«Astor, smettila.» lo rimproverò Helena. «Non sappiamo nemmeno se creare gli pseudantropi fu effettivamente il Grande Peccato.»

«Tu sei disposta a correre il rischio, mia Esarca?»

«Non ho detto questo.» Quello che aveva sentito la preoccupava molto, ma non a causa di qualche sciocca antica superstizione. «Non ho nessuna intenzione di permettere a Enver di renderci suoi clienti.»

In quel momento, fu assalita da un dubbio terribile, e si diede della sciocca per non averci pensato prima: «Ergon… perché proprio mio padre?»

Quando arrivò Ergon alla Rocca? Cinque anni fa? Sette? Che il piano di mio padre fosse in moto già allora? Maledizione, perché ricordo quel giorno ma non riesco a darci una data?

«Hai paura che la Signora fosse al corrente dei piani di tuo padre.» disse Ergon, come se le avesse letto nel pensiero. «Io ne dubito. Ai suoi occhi, lui era semplicemente il futuro Principe. Di quali altri motivi aveva bisogno?»

«Permetti che sia io a fargli una domanda, mia Esarca.» Astor si avvicinò a Ergon. «Tu sei a conoscenza di informazioni sul mio conto che io non ho mai rivelato a nessuno, se non all’esarca Stefan, da quando sono entrato al suo servizio. Come mai? Da chi le hai avute?»

Sul volto di Ergon comparve una bizzarra espressione, quasi divertita. «Ah, parli dei…»

«Rispondi.» Il tono di Astor era glaciale.

L’espressione di Ergon tornò dispiaciuta, e per la seconda volta disse: «Io… non lo so. Sono informazioni che erano già presenti nel mio… cervello,» si indicò la testa «quando ottenni coscienza di me.»

Astor si rivolse a Helena: «Non possiamo fidarci di lui, mia Esarca. Tantomeno di Enver.»

«Sulla seconda affermazione siamo d’accordo, Astor. Ma sulla prima, lascia che sia io a giudicare.»

Guardò Ergon. Quell’uomo di cui fino a un giorno prima non aveva mai avuto motivo di dubitare.

«Hai detto che sei stato costruito per servirmi. Quindi se io ti dessi un ordine, qualsiasi ordine, tu obbediresti?»

Ergon annuì solennemente. «Sì, mia Esarca.»

«Allora ti proibisco di rivelare a chiunque che cosa sei. Non farai da “ambasciatore” per nessuno. Per tutti quanti, continuerai ad essere soltanto Ergon, il mio consigliere, interprete e medico. Dovrai sempre tenere nascosta la tua ferita e non farla mai vedere per nessun motivo.»

Lui chinò il capo, con reverenza. «Come mi sarei dovuto aspettare da te. Non devi temere. I tessuti organici si rigenereranno, con il tempo. Ma obbedirò, come ho obbedito finora.»

«Mia Esarca, ne sei davvero sicura?» chiese Astor, preoccupato.

Ma lei quasi non lo sentì. Le ultime parole di Ergon avevano suscitato la sua curiosità.

Come ho obbedito finora”? Un momento.

«Ergon, ho un’ultima domanda per te. Mio padre… lui sapeva?»

Ergon sospirò, poi rispose: «Per questo avrei preferito non dirtelo. Certo che lui sapeva: fu la prima cosa che mi chiese. E il suo primo ordine fu lo stesso che mi hai dato tu adesso.»


Dopo essersi congedato dall’Esarca, Kal andò dritto alla sua tenda.

Non riusciva a riflettere, era come se nelle sue orecchie risuonasse un ronzio insopportabile che gli impediva di pensare. Sentiva di dover fare qualcosa, e l’irrequietezza lo stava divorando.

La tenda era vuota. Era la prima volta che Kal la vedeva vuota, ma era quello che si aspettava. Dopo tutto, persino sua madre era stata trasferita altrove.

Prima che se ne rendesse conto, aveva preso una sacca da viaggio da di fianco alla sua branda e la stava riempiendo di provviste e altri oggetti utili, mentre la sua uniforme giaceva abbandonata sopra le coperte.

«Non puoi partire adesso.»

La voce proveniva dall’entrata della tenda. Distogliendo l’attenzione dalla bisaccia, Kal vide che era stato Ark a parlare.

«L’Esarca ha detto la stessa cosa. Dice che qui hanno tutti bisogno di me. Ma Agatha ne ha di più.»

«Non era questo che intendevo.» Ark si avvicinò. «Guardati. Ti reggi a malapena in piedi. Devi riposare, prima di partire.»

«Riposarmi!?» Il ronzio nelle orecchie di Kal si fece ancora più acuto. «Riposarmi mentre mia sorella è in pericolo?»

«Vuoi salvarla, o vuoi crollare stremato in mezzo alla pianura e morire senza neanche averla trovata?»

Aveva ragione. Kal ne era consapevole, a qualche livello della sua coscienza.

Ma il suo tono calmo, distaccato, gli fece perdere la pazienza. Qualsiasi cosa succedesse, Ark non reagiva mai, non mostrava mai emozioni. Come se… come se fosse al di sopra di tutto.

Lo afferrò per il bavero. Ark non si mosse, né emise un suono.

Questo lo fece solo arrabbiare di più.

«Chi mi assicura che una volta che io mi sarò riposato non sarà troppo tardi, eh!? Tu?»

«Sì. E adesso calmati.»

Kal lo strattonò. «Credi di sapere come mi sento? Mia sorella è stata rapita davanti ai miei occhi perchél’hanno scambiata per un’altra! E la persona a cui ho giurato fedeltà non ha intenzione di muovere un dito, perché questa situazione le fa comodo! COSA NE VUOI SAPERE TU!?»

«Agatha è viva

Qualcosa in quelle parole diede al ragazzo un istante di lucidità. Fu allora che si accorse che gli abiti di Ark erano sporchi di sangue. E guardandolo in viso, forse fu solo un’impressione dovuta alla scarsa luce ma gli sembrò che ci fosse del rossore intorno ai suoi occhi.

Stava piangendo, prima di venire qui?

«L’hanno catturata viva.» continuò Ark. «Quindi gli serve viva. Non la uccideranno. Hai tempo di riposare. E ne hai bisogno.»

«Il tuo amico ha ragione.»

Kal lasciò andare Ark e spostò lo sguardo sul vecchio che era comparso dietro di lui.

«Non le faranno del male, non per ora.»

«Tu sei quello che…» cominciò a dire Ark.

«Sì. Felice di vedere finalmente la tua faccia.» gli rispose il vecchio, con quello che sembrava un sorriso.

Fu in quel momento che Kal si rese conto di chi era quella persona, che poco prima aveva visto nella tenda dell’Esarca senza riconoscerla.

Era il Vecchio che ogni tanto mangiava alla taverna di Eumela.

Era l’uomo che li aveva salvati dallo spathar a Elis.

Cercò di formulare la richiesta che sentiva il bisogno di fare, ma i pensieri si accavallarono gli uni sugli altri e dalla bocca gli uscì solo: «Tu… aiutami, ti prego.»

Cadde in ginocchio, in parte per implorare, e in parte perché, come si rese conto all’improvviso, si sentiva veramente stremato.

«A Elis hai sconfitto uno spathar. Tu sei forte. Ho bisogno… ho bisogno del tuo aiuto. Aiutami a salvare mia sorella. Ti prego.»

Lacrime calde cominciarono a rigargli il volto. Sapeva che non ce l’avrebbe fatta da solo, lo sapeva sin dall’inizio, e finalmente il suo senso di impotenza era diventato troppo da sopportare.

Una mano forte si posò sulla sua spalla.

«Capisco quello che provi.» Negli occhi del Vecchio c’era una profonda compassione. «Ma non posso venire con te.»

«P-Perché no?» Kal si vergognò del proprio tono piagnucolante: gli sembrava di essere tornato bambino. Ma non potendo coinvolgere i suoi amici né mettere nei guai nessun compagno, quell’uomo gli appariva come la sua unica speranza.

«Tu hai qualcuno da salvare. Io ho qualcuno da proteggere. Chiederesti davvero al tuo prossimo di abbandonare coloro che ama quando più hanno bisogno di lui?»

Kal gemette come se quelle parole lo avessero trafitto al cuore.

«Però tu hai comunque rischiato la vita per una persona a me cara. Io ho tanti motivi per non essere orgoglioso di me stesso, ma l’ingratitudine non è tra questi. Non verrò con te, ma questo non vuol dire che non ti aiuterò. Alzati, e ascolta.»

Kal fece un respiro profondo per calmarsi, e poi obbedì.

«Oggi riposati. Domani partirai, e quando lo farai dirigiti a nord-ovest. Oltre la pianura, a un giorno e mezzo di cammino, alla convergenza di due fiumi troverai un’alta torre. Coloro che hanno rapito tua sorella sono lì.»

«Come… come fai a saperlo? Quando sono scappati, sono andati dritti a ovest.»

«Lo so, e hai avuto buona presenza di spirito a prenderne nota. Ma tu hai visto solo la direzione in cui sono fuggiti. Io ho visto quella da cui sono arrivati. Quando fuggi vuoi far perdere le tue tracce, ma quando arrivi non pensi di essere osservato. In quella direzione, il solo luogo in cui una banda del genere potrebbe nascondersi è quella torre abbandonata.»

Non era molto, ma ora che aveva una destinazione Kal si sentiva già meglio.

«G-Grazie.» disse, istintivamente.

«Mi ringrazierai quando l’avrai salvata.» Il Vecchio si incamminò verso l’uscita.

«Ti ringrazieremo tutti e tre.» gli disse Ark, rivolto alle sue spalle.

Lui si girò e annuì, poi se ne andò.

«Ark, no. Questa volta davvero non puoi venire.» Kal non sarebbe mai riuscito a perdonarselo se qualcuno dei suoi amici si fosse messo in pericolo per aiutarlo.

L’altro gli rivolse l’espressione impassibile cui Kal era abituato: ogni traccia di pianto, se mai ci fosse stata, era scomparsa. «Quello che posso o non posso fare, lo decido io.» gli rispose, incamminandosi anche lui verso l’uscita.

«No, Ark, ascoltami. Voglio che tu e Fyra facciate una cosa per me. Restate qui, e vegliate su mia madre. È stata-»

«L’ho vista, tra gli altri feriti.» rispose l’altro, fermandosi davanti alla porta.

E all’improvviso, Kal capì da dove veniva il sangue che gli sporcava i vestiti, e perché Ark aveva pianto.

«Ark… dov’è tua madre?»

Lui non rispose. Ma a Kal non sfuggì il tremito nelle sue mani, subito chiuse a pugno.

«Oh…» Ripensando a come si era comportato, si sentì un verme. «Mi, mi dispiace…»

«Non m’importa di lei.»

Fu un sibilo, appena percettibile.

«Cosa hai detto?»

«Ho detto che non importa, non preoccuparti. E non preoccuparti nemmeno per tua madre. Conosco una persona che si prenderà cura di lei.»

Detto questo, Ark uscì dalla tenda, lasciando Kal solo.

Nota dell’Autore

Sono sempre avido di conoscenza, riguardo i pareri dei miei lettori.
Sentitevi liberi, anzi invitati, a commentare, qualsiasi sia la vostra opinione su quello che avete letto.
La comunicazione è la chiave in ogni ambito della vita.

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