Fyra si rialzò, dolorante. Sentiva Epideks gemere alla sua sinistra e Pol imprecare alla sua destra.
Guardò la tenda… o quello che ne restava. Assi di legno spezzate, coperte da una disordinata coltre scura. Da essa spuntava qua e là un braccio, una gamba o la testa di chi era all’interno al momento del crollo ed era rimasto schiacciato.
Fyra sarebbe rimasta profondamente turbata da quello spettacolo degno di un incubo, se la sua attenzione non fosse stata immediatamente catturata dalla bestia ritta sulle macerie, la bestia enorme che cadendo dall’alto aveva causato tutta quella distruzione.
Alta abbastanza da arrivarle alla testa, un folto pelo grigiastro, quattro zampe possenti e aguzze zanne che al momento erano scoperte.

Un lupo. Un lupo in carne e ossa, di quelli che si potevano incontrare soltanto nel nord del Principato. Una creatura temibile, capace di schiacciare a terra un uomo adulto con le sue zampe e di spezzare le ossa con il suo morso.
Fyra fu paralizzata dal terrore, e quasi non si accorse delle tre figure incappucciate che erano scese dal dorso dell’animale.
Due corsero rapidamente in direzione del centro dell’accampamento, la terza invece restò a guardarsi intorno, come se non sapesse dove andare.
«Cosa fate ancora qui!? Scappate!» le gridò un uomo passandole accanto insieme a una donna e a due bambini terrorizzati, correndo verso i cancelli della città. Fyra ebbe bisogno di qualche istante per rendersi conto che erano Yugis e la sua famiglia.
Quell’urlo sembrò risvegliare la figura incappucciata. Voltò la testa verso i quattro in fuga, e mosse un passo verso di loro.
Poi si girò verso di lei, Epideks steso a terra e Pol che si stava rialzando.
Puntò un braccio nella loro direzione, e gli occhi gialli del lupo furono su di loro.
La bestia iniziò ad avvicinarsi ringhiando con un suono basso e profondo, una vibrazione che Fyra quasi sentiva sotto la pelle.
«No. No. No. NOOOO!» Ancora non del tutto in piedi, Pol si lanciò in una corsa disperata nella direzione opposta al lupo, incespicando e piegato in avanti.
La figura incappucciata estrasse una micra dal suo mantello.
Risuonò uno schiocco, e poi il grido strozzato di Pol, che cadde a terra.
La figura a quel punto sembrò aver perso qualsiasi interesse per le due persone rimaste. Si allontanò, diretta verso la tenda accanto.
Ma il lupo continuò ad avvicinarsi, un lento passo felpato alla volta, come un predatore a caccia.
«Io non riesco ad alzarmi, ragazza, ma tu non devi restare qui.» le disse Epideks, che anche se a terra sembrava lucido. «Scappa e mettiti in salvo!»
Fyra era conscia che sarebbe morta, se non avesse fatto qualcosa in fretta.
Ma era conscia anche che né fuggire né combattere sarebbe servito a qualcosa. Un lupo era più veloce di un essere umano, e lo stile di combattimento che utilizzava lei avrebbe solo invitato quell’animale a strapparle via braccia e gambe.
Cosa faccio?
La bestia adesso era così vicina che lei riusciva a sentire il suo fiato. Odorava di sangue.
Questo fece finalmente prendere a Fyra una decisione.
Se verrò divorata in ogni caso, tanto vale restargli sullo stomaco!
Mandò un impulso attraverso la sua fascia di controllo e indossò i suoi guanti di sclerigro.
Il lupo balzò.
Ma prima che potesse raggiungerla, fu spinto via e cadde malamente sulla sinistra di Fyra e Epideks.
«Non gettare via la tua vita così.» disse l’uomo che aveva appena dato una poderosa spallata al lupo. Era alto, con spalle larghe e capelli e barba lunghi, grigi e disordinati.
Fyra lo riconobbe.
«Tu sei… quel vecchio, a Elis.» L’uomo che si era frapposto tra loro e lo spathar.
«Parleremo più tardi.» rispose lui. «Adesso devono esserci altre persone che hanno bisogno di te. Vai da loro. A questo penserò io.»
Sentendo quella frase, fu come se la nube di stordimento che la circondava da quando la tenda era stata distrutta si fosse diradata.
Nonno! Nonna!
Avrebbe voluto correre a cercarli, ma poi si ricordò di Epideks accanto a lei.
Lo prese e lo fece alzare.
«Ce la fai a camminare?»
«Mi fa male un braccio, però sì. Da qui in poi posso fare da solo. Tu vai.» La sua velocità nel correre via mostrò che non mentiva.
Si mise a correre anche lei, gridando: «Nonno! Nonna! Dove siete?» e pregando che qualcuno rispondesse.
Dietro di lei, il vecchio materializzò lo spadone senza filo che Fyra aveva già visto ad Elis, e mentre il lupo si rialzava con un verso rauco, mormorò, guardandolo: «Attacchi gli umani perché a questo ti hanno addestrato, non per tua natura. Hai la mia compassione.»
«Siamo sotto attacco!» gridò Klazon entrando nella tenda. «C’è una belva enorme là fuori che ha buttato giù una tenda da sola! Dobbiamo scappare!»
Quell’entrata, unita al rumore spaventoso che avevano sentito poco prima, fece sì che un’onda di terrore si diffondesse tra gli occupanti.
Elef scambiò un’occhiata con i suoi due compagni in uniforme e poi disse subito: «State calmi! Vi terremo al sicuro, non fatevi prendere dal panico!»
«Se avete intenzione di tenerci al sicuro, perché siete solo in tre?» gli rispose una voce stridula.
Elef dovette sopprimere un gemito. Non è proprio il momento per questo.
«Vi abbiamo visti fare le vostre manovre e allontanarvi dall’accampamento proprio poco prima che ci attaccassero!» disse Semna Tritina, su cui all’improvviso si concentrarono gli sguardi di tutti, uomini, donne e bambini.
«Perché? Dove state andando tutti?»
Elef lasciò che i suoi colleghi uscissero a difendere la tenda. Questa situazione l’avrebbe risolta lui.
«Cittadina, mantieni la calma.» si sforzò di esprimere tutta l’autorevolezza che possedeva.
Ma l’imperioso «Rispondi alla mia domanda!» della donna lo fece comunque vacillare.
«Non sono tenuto a risponderti.» La verità era che non lo sapeva, era solo una guardia semplice ora, non lo mettevano al corrente dei piani, doveva obbedire agli ordini e basta. Ma dirlo avrebbe solo aumentato il panico, doveva sembrare sicuro di sé.
Tuttavia, la madre di Artor sorrise come se lui avesse detto esattamente quello che lei voleva sentire.
Fece scorrere lo sguardo sulle persone intorno a sé, in modo calcolato, come un’oratrice davanti a un’assemblea.
«Eccole, le guardie dell’Esarca Helena. Non sono qui per proteggere noi cittadini, ma solo per fare l’interesse di quella ragazzina! Io ve l’avevo detto, ve l’avevo detto che per lei noi non abbiamo nessuna importanza. Di quante altre prove avete bisogno?»
La folla la ascoltava, improvvisamente in silenzio. Ma qua e là, Elef notò che alcuni si scambiavano cenni con la testa e si facevano strada tra gli altri, mettendosi in posizione… intorno a lui.
E comprese di aver sottovalutato la situazione.
«Non sei tenuto a risponderci, giovanotto?» gli chiese Semna, ora fiancheggiata da un gruppo di uomini e donne in atteggiamento ostile. «Bene. Noi non siamo più tenuti a…»
Il resto della frase fu coperto dal suono di qualcosa che si strappava, seguito da quello di legno che si spezza.
Dall’altro lato della tenda rispetto alla porta, all’improvviso era comparso un buco che dava sull’esterno. La copertura in cuoio era stata tagliata da una lama affilata, e il varco nella rete in legno era stato allargato con le mani.
Da quel varco era entrata una figura incappucciata.
Per un istante, la tenda fu immersa in un silenzio incredulo.
Poi la figura vibrò un fendente con la spada che teneva in mano, e l’uomo che più vicino ad essa si artigliò la gola, mentre il sangue gli bagnava rapidamente il gilek.
A quel punto si misero tutti a gridare e cercare di uscire dalla tenda, o almeno allontanarsi. La figura continuò ad affettare qualsiasi persona fosse a tiro, apparentemente senza cercare nessun bersaglio particolare. A un uomo fu passato il petto da parte a parte, a un altro cedettero le gambe mentre cercava di tenersi le interiora dentro la pancia. Una donna provò a difendersi con un braccio, solo per vedersi la mano quasi aperta in due, con solo un piccolo lembo di carne a tenerla ancora unita.
Elef mantenne il sangue freddo, estrasse la sua micra e prese la mira.
È il momento di ripagare l’Esarca e cittadini della fiducia che hanno avuto in me.
Per un istante, il nemico fu nella sua linea di tiro. E un istante era tutto quello di cui lui avesse bisogno.
Ma proprio in quell’istante gli tornò in mente il volto con gli occhi chiari a cui non pensava da quasi un mese.
Un uomo calvo, riverso in terra, che cercava di respirare ma non ci riusciva. Perché Elef gli aveva sparato.
E l’istante passò, senza che lui avesse premuto il grilletto.
La folla, nel disperato tentativo di raggiungere la porta, lo travolse, e Elef non vide più niente.
Per un paio di respiri, il suo unico pensiero fu evitare di venire calpestato, poi chi era ancora in grado di camminare uscì dalla tenda, lasciando sul terreno chi non lo era più.
Elef era caduto di schiena. Sentendo intorno a sé i gemiti dei feriti, alzò cautamente la testa.
Notò con un colpo d’occhio sei suoi compagni di tenda rimasti schiacciati nella calca, come lui. Erano vivi, ma non era chiara la loro condizione. Altri cinque erano dall’altro lato della tenda. Anche loro erano vivi, ma vedendo le ferite che la figura gli aveva inflitto non lo sarebbero stati ancora a lungo. Li conosceva tutti, almeno di faccia, ma era come se qualcuno avesse steso un velo sulla maggior parte delle sue emozioni.
In quanto alla figura incappucciata, stava avanzando verso l’entrata quasi senza fretta. Si fermò vicino a un ferito, che ebbe il tempo di urlare raucamente «Aiuto!» prima di essere finito con un colpo secco di spada.
Lui sentì la sua mente spezzarsi in tanti piccoli frammenti, nessuno dei quali collaborava con gli altri.
Uno gli imponeva di alzarsi e combattere. Ma era il più piccolo e debole di tutti.
Un altro gli strillava di chiedere aiuto, come aveva fatto a Elis. Ebbe la forza per zittirlo: non sarebbe successo di nuovo come quella volta.
Un terzo lo implorava di chiudere gli occhi e fingersi morto: forse in quel modo sarebbe stato risparmiato. Ed era il frammento più grande e forte.
Ma non ebbe la meglio nemmeno esso, perché il tempo per fingersi morto era passato. La figura si era voltata verso di lui e si era accorta che lui la stava guardando.
Si avvicinò, con la stessa mancanza di urgenza di prima, ed Elef ebbe modo di scorgere il volto sotto il suo cappuccio scuro: due occhi di colore diverso restituirono freddamente il suo sguardo, uno castano, l’altro azzurro profondo.
Un altro passo e Elef sarebbe stato a portata di quella spada.
«Artor! Artor, dove sei? Aiutami!»
Il grido angosciato sembrò distrarre la figura, che cambiò direzione, scegliendo come nuovo bersaglio la donna che al momento stava strisciando per terra verso la porta della tenda.
Semna Tritina si accorse di aver attirato la sua attenzione, e accelerò, riuscendo persino a rimettersi in piedi e guadagnare l’uscita zoppicando.
«ARTOR! DEUTAR! QUALCUNO!»
La figura la seguì all’esterno. Anche continuando a camminare come stava facendo, in poco tempo l’avrebbe raggiunta.
Questo diede a Elef la forza di rialzarsi. Nel farlo, si rese anche conto che stava ancora impugnando la sua micra. I suoi istinti non lo avevano tradito.
Fuori dalla tenda, vide cittadini fuggire in tutte le direzioni. Da qualche parte stava riecheggiando una sirena. Almeno una tenda aveva preso fuoco, e nel caos nessuno si stava preoccupando di spegnerlo. Vicino alle macerie della tenda crollata, un uomo dall’aria vagamente familiare con una grossa spada stava tenendo a bada un enorme lupo grigio.
«QUALCUNO MI AIUTI!»
Al grido di Semna seguì una risposta: «Madre? Mamma!»
Elef concentrò di nuovo la sua attenzione sulla scena direttamente davanti a sé.
Semna avanzava trascinando una gamba, con il braccio sinistro abbandonato mollemente su un fianco, senza nessuna chiara destinazione. Verso di lei stava correndo Artor, più veloce che poteva.
Ma alle spalle di Semna, la figura aveva guadagnato abbastanza terreno.
Elef la vide sollevare la spada.
Puntò la sua micra, come aveva fatto poco prima.
E come poco prima, rivide l’uomo calvo, riverso in una pozza del proprio sangue, che moriva lentamente soffocato.
La sua vista si sfocò, cominciò a girargli la testa. E le sue dita si misero a tremare.
Si sforzò di costringere il suo corpo a obbedirgli. Ma prima che ci riuscisse, la spada calò.
Il mondo sembrò rallentare.
Sulla schiena di Semna Tritina si aprì uno squarcio, dalla spalla destra fino all’anca sinistra.
La donna cadde in avanti, addosso ad Artor, che finì in ginocchio. Lui la sorresse, guardandola sconvolto, mentre il sangue di lei gli sporcava i vestiti.
Lei gli disse qualcosa, Elef non riuscì a sentire.
E poi ogni forza la abbandonò.
Artor rimase immobile per qualche istante, con gli occhi spenti, poi spostò lo sguardo sulla figura, che stava di nuovo alzando la sua spada.
Questa volta Elef non riuscì nemmeno a prendere la mira. Il suo corpo lo stava tradendo. Qualcosa in lui non voleva sparare.
Provò almeno ad attirare l’attenzione della figura, ma il suo corpo lo tradì di nuovo: quel qualcosa gli impedì sia di muoversi che di emettere suono.
Riusciva solo ad assistere, impotente, agli eventi davanti ai propri occhi.
Un fischio acuto risuonò lontano, al di sopra del pandemonio.
Il lupo drizzò le orecchie.
Anche la figura si interruppe, poi mise giù la spada, senza attaccare, ed Elef ebbe l’impressione di vedere un sorriso crudele comparire sotto il cappuccio.
L’animale si mise a correre in direzione del fischio, e così fece la figura, prendendo velocità per la prima volta e balzando sul dorso del lupo.
Artor non smise di guardarla, in silenzio, finché non si fu allontanata.
Poi spostò i suoi occhi su Elef, ma lui sapeva che non sarebbe riuscito a reggere quello sguardo.
Chinò il capo senza neanche provarci, e lasciò cadere la micra.
Ancora carica.
Una volta usciti dalla taverna, Kal, Ark e l’Esarca erano corsi fino ai cancelli, riuscendo a uscire subito prima che venissero chiusi.
Davanti ai loro occhi adesso si presentava una scena che Kal non avrebbe potuto immaginarsi nemmeno nei suoi sogni peggiori. Sembrava che sull’accampamento si fosse abbattuto un fortunale. Una tenda era completamente crollata, in un’altra la copertura era stata strappata, aprendo una seconda entrata da cui provenivano urla e gemiti. Dovunque Kal si girasse, vedeva profughi fuggire terrorizzati, e cadaveri. Alcuni avevano evidenti ferite di spada, ma la maggior parte sembrava essere morta calpestata.
Era molto peggio che ad Elis.
Disse a se stesso che anche in questa circostanza lui aveva un dovere da compiere, era la scorta dell’Esarca, non poteva abbandonare il suo posto.
Poi vide la colonna di fumo alzarsi. Proprio dalla zona dove si trovava la sua tenda.
Si lanciò in corsa, dimentico di tutto. Gli parve di sentire una voce familiare gridare aiuto, ma la ignorò. Con la coda dell’occhio vide una grossa sagoma scura, ma non aveva importanza. Corse verso il fumo, e si scoprì a pregare che l’incendio fosse da un’altra parte, che fosse qualcun altro a stare perdendo la vita in modo atroce.
Se è stato deciso che oggi qualcuno deve morire, vi prego, fate che non sia la mia famiglia! Uccidete chiunque altro volete, non m’importa, ma loro no!
Quasi prima ancora che potesse rendersi conto di cosa stava pensando, fu in vista delle fiamme.
Le sue preghiere erano state esaudite: non era la sua tenda. Era un’altra, di cui non conosceva nemmeno un singolo occupante.
Era sollievo la sensazione che stava provando? Fu disgustato da se stesso.
Ma il disgusto non gli impedì di chiamare: «Mamma! Mamma, dove sei?»
Gli rispose una voce fievole: «Kal? Kal! Sono qui!»
La trovò all’entrata della tenda, e la aiutò a rialzarsi.
«Kal, stai bene?» fu la prima cosa che gli disse. Era frastornata, ma non sembrava ferita.
Lui dovette sopprimere un singhiozzo. «Sì.» le rispose, «Sì, Mamma, io sto bene. Non ti preoccupare. Tu?»
«Io… non ricordo. C’è stato un forte rumore, e poi tutti si sono messi a correre e urlare. Credo di essere caduta e aver battuto la testa. Mi fa ancora un po’ male. Ma adesso, per favore, aiutami a uscire. Fa… fa troppo buio qui dentro, non vedo niente.»
Per un istante, Kal fu confuso. Erano già all’esterno della tenda. Le fece girare gentilmente la testa verso di sé, guardandola negli occhi. Non vide ferite. Eppure quegli occhi verdi, il cui colore lui aveva ereditato, non lo vedevano.
«Kal, che stai facendo?» gli chiese sua madre, con tono preoccupato, mettendo le proprie mani sulle sue.
«N-Non è niente, Mamma. Però per il momento è meglio non uscire. Resta ferma qui, d’accordo?»
«Perché? Che sta succedendo? …Dov’è Agatha?»
Si alzò un fischio acuto.
«Tu resta ferma qui, Mamma, e non ti preoccupare. Ci penso io.» Kal si rialzò e si voltò nella direzione da cui gli sembrava fosse provenuto il suono.
Dalla sua posizione, vedeva chiaramente la tenda dell’Esarca. Le guardie all’entrata erano a terra, probabilmente morte. La sola figura in piedi era coperta da un mantello scuro. Era alta, grossa, e a giudicare dalla mano all’altezza della bocca era la responsabile del fischio.
Kal notò che la mano era bizzarramente pallida, prima che la figura la rimettesse sotto il guanto che teneva nell’altra, ma non ebbe il tempo di rifletterci troppo, perché dalla tenda uscì un’altra figura scura, che teneva in spalla…
«Agatha!»
Si era già messo a correre verso di lei, quando fu superato da una grossa creatura su quattro zampe: era un lupo, e Kal non ne aveva mai visto uno, ma adesso aveva cose più importanti a cui pensare.
La bestia aveva in groppa una terza figura e si fermò davanti alle altre due. La figura più grossa salì dietro a quella che già era sul lupo. Agatha, priva di sensi, venne issata su e depositata tra le due, di traverso, come un sacco di farina.
«No!»
Kal estrasse la micra, prese la mira e premette il grilletto.
La terza figura, che stava in quel momento salendo sul lupo, emise un grido e cadde all’indietro. La figura più grossa cercò di afferrarla, ma quella che guidava il lupo fece un gesto imperioso con la mano, e la bestia ripartì in corsa, lasciando il loro compagno sul terreno.
Kal si mise a inseguirli. Il suo buon senso gli diceva che non li avrebbe mai raggiunti, ma lui lo soppresse.
Stanno portando via Agatha! Stanno rapendo mia sorella! Questo era il suo unico pensiero. Lui doveva proteggerla, era sempre stato il suo compito. Lui doveva salvarla.
«Kal!» una voce familiare.
Non era il momento, doveva continuare a inseguire quel lupo, anche se ormai era già lontano.
«KAL! Aiutami, ti prego!»
Fyra.
Si fermò.
Sulla sinistra del suo campo visivo comparve Fyra.
«Kal, è scoppiato un incendio. I miei nonni sono andati a cercare altro aiuto, dobbiamo spegnere le fiamme prima che si propaghino! Dobbiamo formare una catena che va da qui al pozzo! Kal, mi senti?»
Lui la guardò. Il suo viso era annerito, i suoi capelli sporchi, ma il massimo di ferite che aveva era qualche taglio sulle braccia.
Lei sta bene. Agatha ha più bisogno del mio aiuto. Disse una parte di lui.
Ma allo stesso tempo, i cittadini che aveva giurato di proteggere erano in pericolo.
Ma Agatha era sua sorella.
Però era una persona sola.
Cosa aveva intenzione di fare? Salvare una singola persona cui voleva bene, o tante che neppure conosceva?
«Kal? Che succede?» gli chiese Fyra, avvicinandosi cautamente.
Il lupo ormai stava scomparendo in lontananza.
Kal strinse i denti.
Chiuse i pugni.
E poi urlò tutta la sua rabbia, frustrazione, e dolore, finché non ebbe più voce.
Dopo aver domato l’incendio, aver aiutato a calmare il panico generale ed essersi assicurato che sua madre fosse al sicuro, Kal ritornò alla tenda dell’Esarca.
Il silenzio nell’accampamento era irreale. Si immaginò che fosse quella la sensazione che davano i campi di battaglia dopo che lo scontro era finito.
Intorno al cadavere della figura in mantello scuro si era radunata una piccola folla.
«So’el!»
«Oh no…»
«I padroni…»
«Sono tornati… oh cielo, sono tornati…»
Kal dedicò al corpo una breve occhiata, in particolare alla testa, ora che gli era caduto (o gli era stato tolto) il cappuccio.
Notò la pelle pallida, così pallida da essere del colore del gesso, o delle ossa; le orecchie appuntite; i capelli rossi di una sfumatura innaturalmente accesa; i denti aguzzi e triangolari nella bocca rimasta aperta al momento della morte.
Sembrava un uomo, ma non lo era. Sarebbe stato normale essere sconvolti.
Ma Kal al momento non era in uno stato “normale”.
Entrò nella tenda.
Vide che l’Esarca Helena stava discutendo con il capitano Astor. Indossava ancora i vestiti di Agatha.
Aveva intenzione di fermarsi ad ascoltare la loro conversazione, per carpire qualsiasi informazione potesse aiutarlo.
Ma in quel momento entrambi si accorsero della sua presenza e ammutolirono. E allo stesso tempo lo sguardo di Kal si posò su una cosa abbandonata in un angolo della tenda, senza che a nessuno importasse.
La borsa di Agatha.
La raccolse e la aprì.
Dentro vide la sua uniforme, con una nuova accurata cucitura in filo verde dove prima c’era uno strappo.
Sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla.
«Mi dispiace.» gli disse l’attendente dell’Esarca… Ergon, si chiamava. La sua kamisa e gilek erano sporchi di sangue, con un buco all’altezza dell’addome.
«Mi dispiace.» ripeté. «Non ho potuto fare niente.»
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