La tenda dell’Esarca era silenziosa. I rumori dell’accampamento all’esterno non la raggiungevano.
Agatha si era sempre trovata a disagio in quell’ambiente, anche prima di indossare quegli abiti poco familiari e sedere su un cuscino cui non era abituata.
Alla sua destra sedeva a gambe incrociate il giovane uomo chiamato Ergon, impegnato a scrivere su un registro. Ogni tanto prendeva un altro quaderno, come se li stesse confrontando, e sulla sua ampia fronte si formava una ruga insoddisfatta. Agatha non aveva ancora capito bene quale fosse il suo ruolo: nelle ultime settimane lo aveva visto svolgere le mansioni di medico, interprete, insegnante e anche cuoco, in almeno una occasione. Ormai lo considerava una sorta di attendente tuttofare, per cui immaginò stesse redigendo l’inventario di qualcosa, come era stato insegnato a fare anche a lei a scuola.
In tanti le avevano detto che lei aveva un’ottima memoria e talento per il calcolo e l’organizzazione. Da parte di chi glielo diceva si era sempre trattato di una lode, ma ogni volta c’era una parte di lei che la prendeva invece come una critica.
Perché Kal aveva una pessima memoria, e certamente né il calcolo né l’organizzazione erano tra i suoi talenti.
Lei e Kal erano gemelli, nati lo stesso giorno, eppure non avrebbero potuto essere più diversi.
Ricordandosi all’improvviso di Kal e del suo compleanno, Agatha aprì la borsa e tirò fuori l’uniforme di suo fratello e il rotolo di filo verde che aveva comprato. Finalmente era riuscita a prendergliela e ora, appena in tempo, l’avrebbe rammendata a dovere.
Plasmò il suo bracciale in un ago e si mise immediatamente al lavoro.
Kal era stato il suo primo amico. Da bambini erano inseparabili. Le avevano raccontato che quando ancora non avevano imparato la loro prima parola, se una piangeva l’altro istintivamente la consolava con un abbraccio. E le avevano raccontato anche che da piccola lei era stata molto malata, di una malattia che invece aveva risparmiato Kal. Lei non lo ricordava consciamente, ma era convinta che tutta la sua vita fosse stata segnata da quella prima, originaria differenza. I suoi genitori si erano preoccupati moltissimo in quell’occasione, e sin dai suoi primi ricordi si erano comportati in maniera più protettiva con lei che con suo fratello: a lui venne permesso di giocare all’aperto più spesso e più a lungo che a lei; se lui si faceva male non era mai la tragedia di quando era lei a farsi male; quando lui aveva chiesto di imparare a combattere, suo padre aveva reagito con entusiasmo, perché così avrebbe potuto proteggerla meglio.
Ma lei non aveva mai chiesto di essere protetta. Lei voleva bene a Kal, lo ammirava, e non avrebbe chiesto altro che di essere come lui: forte, affidabile, qualcuno che protegge gli altri. E sapeva di poterlo essere, bastava che qualcuno le desse una possibilità. Il fatto che nemmeno Kal gliene desse una era fonte di grande frustrazione per lei.
Fu distolta dai propri pensieri e dal proprio lavoro, da una voce concitata appena fuori dalla tenda.
«Che succede?» chiese senza pensare, rivolta a nessuno in particolare.
Ergon si alzò e andò alla porta della tenda. Qualcuno cercò di entrare, ma il capitano Astor, di guardia all’entrata, lo respinse: «Non capisco quello che dice!»
«Fai provare me.» disse Ergon, prima di rivolgersi alla persona al di là della soglia, fuori vista: «Che cosa succede?»
Adesso che sentiva bene, persino Agatha capì la risposta allarmata dell’altro: «Ci attaccano! I banditi ci attaccano! Le guardie della città non hanno intenzione di alzare un dito per aiutarci, non finché non sarà in pericolo Istak-di-Dentro! Vi prego, aiutateci voi!»
Ergon si voltò per un singolo istante verso di lei, e Agatha intuì il suo pensiero.
Dovrebbe essere l’Esarca a dir loro cosa fare. Ma l’Esarca non è qui.
Non aveva idea di cosa fare. Non sapeva neanche se dovesse fare qualcosa. Sentì che la paura si stava impadronendo di lei.
Perché doveva succede proprio adesso!?
Poi l’istante passò. Ergon si voltò di nuovo verso il capitano e gli tradusse ciò che l’altro uomo aveva detto.
Ci fu un istante teso di silenzio, poi lui rispose: «Abbiamo trenta guardie. Ne manderò una decina ad aiutarli, mi assumo io la responsabilità. Sento che è ciò che l’Esarca Helena vorrebbe. Chiudi la porta e tranquillizza la ragazza.»
Ergon obbedì e tornò a sedersi, rivolgendole un sorriso sereno: «So che sei spaventata, ma non c’è niente di cui preoccuparsi, vedrai. Qui siamo al sicuro.»
Poco dopo la porta fu aperta e rapidamente richiusa di nuovo.
«Ho rafforzato la sorveglianza intorno a questa tenda.» disse il capitano Astor, con un’espressione stanca. «Io starò qui dentro, fuori ci sono altre tre guardie. Non temere, ragazzina. Basta che te ne stai seduta lì e aspetti che l’Esarca torni.»
Concluse la frase con un sospiro, prima di sedersi di fronte ad Ergon, dall’altro lato della tenda e chinare il capo.
Agatha si sforzò di tornare a cucire l’uniforme, ma nonostante le due rassicurazioni che aveva ricevuto, le mani avevano iniziato a tremarle, e non riusciva a farle smettere.
Fyra immaginò il suo avversario davanti a sé. La sua arma era un bastone, o una lancia, qualcosa di lungo impugnato con entrambe le mani.
Contro un’arma simile, finché lei restava a distanza il nemico era in vantaggio.
Lo immaginò tentare un affondo.
Fyra schivò sulla sinistra, un singolo passo, nessun movimento superfluo, poi avanzò, facendo idealmente scorrere la lama sul braccio destro contro l’asta dell’arma nemica.
Se visualizzava il raggio d’azione del suo avversario, esso aveva la forma di uno spesso anello. Lei adesso aveva superato il bordo interno di quell’anello, era troppo vicina perché il nemico potesse attaccarla.
Adesso era lei in vantaggio.
Rapidamente. In modo istintivo. Senza dar tempo all’altro di reagire. Fyra sferrò un affondo con il braccio sinistro, e la sua lama colpì esattamente il punto dove si sarebbe trovato il cuore del suo oppositore.
«Ma che stai facendo?» una voce irritata alle sue spalle.
«Mi sto allenando.» rispose a Yugis, che si era avvicinato. Avrebbe preferito avere un manichino, come a casa, ma anche allenarsi senza era meglio di niente.
«E a cosa ti serve?» chiese lui, con tono infastidito. «Smettila. A forza di dimenarti così rischi di far male a qualcuno.»
Fyra non si disturbò a rispondergli che quando si allenava stava sempre attenta. Conosceva quell’uomo abbastanza da sapere che neppure l’avrebbe ascoltata. Gli avrebbe volentieri tirato un pugno, ma si limitò a sbuffare, far ritornare le lame dei bracciali e togliersi la fascia di controllo.
«Ecco, brava.» Il tono di Yugis adesso era soddisfatto.
«Toglimi una curiosità, Yugis.» disse Pol, comparendo da dietro di lui. «Sei così guastafeste dalla nascita o hai deciso da grande che sarebbe stata la tua vocazione?»
«Oh, stai zitto, tu!» Yugis sembrava essersi già completamente dimenticato di lei. Era nervoso, come quasi sempre, e stava solo cercando qualcuno con cui sfogarsi. Fyra lasciò volentieri Pol a svolgere quel ruolo, cosa che lui sembrava fare altrettanto volentieri.
La sua attenzione piuttosto era stata catturata da quello che stava accadendo poco lontano.
Una decarca, alla guida di una colonna di uomini e donne in uniforme, aveva chiamato tutte e cinque le guardie assegnate alla tenda e stava dando degli ordini.
Fyra si avvicinò, cercando di sentire.
«Tu, alla tenda dell’Esarca. Tu invece vieni con me. Tutti gli altri, tornate ai vostri posti.» disse la donna, poi ripartì con la sua colonna, diretta fuori dall’accampamento.
«Che succede? Tu lo sai?» le chiese Takhys, e Fyra si rese conto di non essere la sola ad aver assistito. Poco lontano scorse il vecchio Epideks, e dall’altro lato si stavano avvicinando anche Pol e Yugis, che sembravano aver sospeso le ostilità.
Fyra scosse la testa.
«Guardate, laggiù!» disse Epideks. «Quello è fumo.»
Sì, in lontananza verso sud, nella direzione in cui era scomparsa la decarca, si stava alzando una colonna di fumo marrone chiaro.
«Dev’essere in corso uno scontro.» disse Pol, con tono serio, un evento raro.
«Oh no! Devono essere i banditi!» esclamò Takhys portandosi una mano alla bocca.
«Banditi?» chiese Yugis, preoccupato.
«Me ne ha parlato un mio conoscente, che sta in un’altra tenda.» rispose lei. «Sua sorella era nelle guardie ed era stata mandata qui ad avvertire il signore del nostro arrivo… ma sulla via del ritorno i banditi l’hanno uccisa. Sono loro, devono essere loro! Ohhh…» Corse via, rifugiandosi dentro la tenda.
«Devo prendere mia moglie e i bambini. Non siamo al sicuro qui!» anche Yugis fece per mettersi a correre.
«E calmati!» Pol lo fermò. «Guarda quanto sono lontani. Dovrebbero farsi strada combattendo attraverso l’intera città prima di arrivare qui!»
Fyra però ebbe un presentimento. Indicò il luogo da cui proveniva il fumo. «Cosa c’è laggiù? Qualcuno lo sa?»
Epideks si grattò la testa. «Ogni tanto ho fatto qualche passeggiata in quella direzione… non mi pare ci sia niente, ragazza. Solo case.»
«Le fattorie dove sono?»
«Ah, le fattorie e gli orti sono là, da quella parte.» il vecchio indicò verso nord-ovest.
«Non c’è nemmeno un cancello, un’altra entrata nelle mura?»
«Oh, sicuramente un’altra porta ci sarà, ma ti assicuro che non è là. Dove vuoi arrivare?»
«Che senso ha attaccare lì, se lì non c’è niente?»
«Perché cerchi un senso alle loro azioni? Sono banditi.» le rispose Pol.
«Perché…» Fyra prese un respiro profondo, cercando di scacciare l’inquietudine. «Mio padre è un militare, ha studiato strategia.»
Ricordava ancora la risposta che lui le aveva dato quando da bambina gli aveva chiesto cosa volesse dire: “La strategia è quella cosa che ti fa vincere le battaglie anche quando il nemico è più forte di te.”
«Quando i tuoi nemici sono più numerosi di te, li devi dividere, li devi distrarre, devi fare in modo che non capiscano qual è il tuo vero obiettivo finché non è troppo tardi.»
Riusciva a sentire la voce di suo padre che riassumeva quel concetto in una frase: “Fai rumore a est… colpisci a ovest!”
In quel momento, un’ombra enorme si abbatté sulla tenda dietro di loro, facendone crollare il tetto in uno schianto assordante.
Un ultimo giro del filo, e lo strappo era stato perfettamente ricucito.
Agatha si lasciò sfuggire un sorriso soddisfatto.
«Un ottimo lavoro di precisione.»
Lei sussultò. Non si era accorta che Ergon aveva smesso di scrivere sul suo registro e aveva cominciato a osservarla lavorare.
«Parlo sia della cucitura che del tuo ago. Plasmare lo sclerigro in un oggetto così piccolo richiede talento, non tutti ne sono capaci.»
«G-Grazie.» gli rispose, non senza orgoglio ma anche un po’ imbarazzata. «Non saprei dire se il mio è “talento”, mi sono impegnata a lungo per farlo e alla fine ho imparato, tutto qui.»
«Ah, ma ci sono molte persone che non imparerebbero mai, neppure se ci mettessero tutto l’impegno del mondo.»
A quelle parole il capitano Astor emise uno sbuffo di difficile interpretazione.
«Che cosa intendi?»
«Vedi, la manipolazione psichica dello sclerigro è una capacità che capiamo ancora abbastanza poco. Non la possiedono tutti, e anche tra coloro che la possiedono essa ha molte gradazioni diverse. C’è chi riesce a plasmarlo con precisione fino a darci un filo come a una lama, e chi non ci riesce. C’è chi riesce a farci cambiar forma senza bisogno di toccarlo, e chi no. Ci sono persino persone con una tale padronanza da riuscire a muoverlo con la mente, non soltanto plasmarlo. Inoltre, la capacità varia con l’età. Nella maggior parte degli uomini e delle donne, crescendo essa si… irrigidisce: la mente si abitua ad alternare tra una rosa limitata di forme, a cui non si riesce più ad aggiungerne altre.»
«Oh.» Agatha abbassò lo sguardo. Era tanto contenta di aver imparato a creare un ago con lo sclerigro, ma adesso le era venuta paura di poter fare solo quello per il resto della vita.
«No, no, non l’ho detto per deprimerti, perdonami.» disse Ergon, con tono dispiaciuto.
Agatha lo aveva notato anche prima, ma guardandolo di nuovo in faccia fu colpita dai suoi grandi occhi chiari. Erano azzurri, un colore raro, ma non era stato soltanto quello a colpirla. C’era qualcosa… di triste nel suo sguardo, come se fosse preda di un’incurabile malinconia anche in questo momento in cui le stava sorridendo.
Si rese conto che aveva già visto quello sguardo.
È lo stesso che ha Ark.
«Non volevo implicare che fosse inevitabile.» continuò lui. «Prendi ad esempio il nostro capitano Astor. Non so se l’hai mai visto usare il suo sclerigro, ma adesso di norma lo plasma in una singola spada lunga e sottile. Beh, ti sorprenderà sapere che non ha sempre usato quell’arma. Quando era più giovane, tanti anni fa, preferiva usare due pugnali, corti e spessi. Per cui vedi, non devi perderti d’a-»
Ergon fu interrotto con violenza dal capitano, che gli afferrò una spalla e lo costrinse a voltarsi. «Che cosa hai detto?»
Agatha vide sul viso di Ergon la stessa espressione confusa che aveva lei in quel momento. Il capitano invece aveva gli occhi spalancati e i denti scoperti, come se qualcosa lo avesse spaventato. Non capiva cosa fosse successo, ma l’atmosfera all’improvviso si era fatta tesa.
«Che cosa hai detto?» ripeté il capitano Astor. «Come fai a sapere dei pugnali? Chi te lo ha detto!?»
Ergon sembrò accennare una risposta, ma qualsiasi cosa avesse eventualmente detto fu soffocata dal suono più forte che Agatha avesse mai sentito: un fracasso immane, il suono che lei immaginava facevano i massi che franavano. Sentì persino il riverbero sul terreno, come un’onda che la fece sobbalzare.
E dopo il suono vennero le urla. Disperate. Terrorizzate. Orribili.
Il capitano lasciò immediatamente andare Ergon e si diresse verso la porta. Agatha fece per seguirlo, ma lui la fermò: «No! Resta qui dentro, ragazzina. Nasconditi. Qualsiasi cosa succeda, non uscire!»
Mentre l’uomo spariva al di là della porta, lei si guardò intorno. Nascondermi? E dove? Io poi non voglio nascondermi! Posso combattere. Glielo dimostrerò!
Si accorse di avere ancora l’ago in mano. Si concentrò intensamente.
Lo aveva trasformato tante volte in un coltello, durante l’addestramento.
«Forza… Forza!»
Perché non le riusciva?
Qualcuno le strinse con gentilezza le spalle.
«Non è il momento, adesso.» le disse Ergon. «Fai come ti ha detto il capitano. Vieni.»
Senza farle male ma con fermezza, il giovane la spinse sotto la branda dietro di loro.
«Resta ferma qui. E non fare nessun rumore.»
Un istante dopo, la porta venne aperta con violenza e il capitano cadde all’interno. Emise un gemito, poi rimase immobile.
Entrarono due uomini, incappucciati e coperti da capo a piedi in abiti scuri.
Ergon ebbe un momento di esitazione, poi si avventò sul più grosso dei due. O almeno, l’impressione di Agatha fu quella.
Vide una lunga lama spuntare dalla sua schiena, e poi Ergon ebbe un tremito e cadde, senza un suono.
Agatha strinse più forte l’ago e si sforzò disperatamente di concentrarsi.
Perché non mi riesce? PERCHÈ?
Aveva commesso un errore trasformandolo in ago, sarebbe rimasto un ago per sempre, Kal non l’avrebbe mai fatto, era stata stupida, stupida, stupida.
Cercava di scacciare quei pensieri, ma il panico si era impadronito di lei.
I due incappucciati si guardarono intorno, poi concentrarono i loro sguardi sul giaciglio sotto cui lei era nascosta.
Si scambiarono un’occhiata, e poi un cenno.
Il più esile dei due si avvicinò e ribaltò il nascondiglio di Agatha con un calcio, poi la afferrò per un braccio.
Lei si dimenò cercando di liberarsi e riuscì ad afferrargli il cappuccio, togliendoglielo.
A quel punto, e solo a quel punto, Agatha strillò.
Dopo l’ultima frase di Bek-cherek, Helena si prese un momento per elaborare la notizia.
Non avrebbe mai più rivisto suo nonno. A differenza di suo padre era vecchio e malato da tempo, ma…
«Aspetta. Come è morto?» chiese a Bek-cherek.
Vide negli occhi della spia che lui aveva intuito le parole non dette nella sua domanda.
«Il suo tempo su questa terra era giunto al termine. Nulla fa pensare che sia stato assassinato.»
Helena lasciò uscire un lungo sospiro. Se non altro non avrebbe dovuto aggiungere a crimini di Sofron anche il parricidio.
«E così adesso quell’uomo si è fatto Principe.» disse, sibilando.
«Sì, e se resti qui verrai consegnata a lui, per poi essere giustiziata per tradimento davanti al tuo stesso popolo.» Bek-cherek si chinò in avanti. «Ma non è così che deve finire la tua storia, figlia di Stefan.»
«Dimmi la tua proposta, Hinzano.» Helena stava rapidamente esaurendo la pazienza con l’incapacità di quell’uomo di arrivare al punto.
Lui rivolse un’occhiata a Kalos Aregonid dietro di sé e ad Artor Deutarid dietro di lei, poi annuì, e raddrizzò la schiena. «Il mio signore, il grande Quvu-atul, non condivide i piani di Zamoshan per te. Egli al contrario è disposto a venirti in aiuto. Mi ha dato l’ordine di portarti in salvo e scortarti da lui. Una volta che sarai al sicuro a Tobor, il mio signore ti darà tutto quello che ti serve per riconquistare ciò che è tuo. Armi, soldati, provviste, denaro, dovrai solo chiedere. Ma dobbiamo partire ora, finché sei ancora in tempo.»
Helen provò una sensazione strana, come se avesse già vissuto questo momento.
«Partire ora? …Da sola?»
«Puoi scegliere un paio di accompagnatori, ma non di più. Dobbiamo muoverci in fretta e senza attirare l’attenzione.»
«E i miei concittadini? Le mie guardie?»
«Nel luogo dove andremo, avrai protettori migliori di loro.»
La sensazione venne confermata. Helena non riuscì a impedirsi di ridere in modo amaro.
«Dopo avermi detto che Zamoshan sta cercando di allontanarmi dalle mie guardie e dal mio popolo, di isolarmi in modo che io sia in suo potere… il tuo signore mi propone di lasciargli fare lo stesso con la mia approvazione?»
Ora era lei a chinarsi in avanti sul tavolo.
«Dimmi, Bek-cherek: mi credete tutti stupida?»
Forse, forse, il signore di Hinzan aveva davvero intenzione di fornirle soldati con cui combattere. Ma quanto poteva fidarsi di persone che avrebbero sempre e comunque risposto a qualcun altro prima che a lei?
«Mi rifiuto. O riuscite a portarmi in salvo insieme a tutti gli altri, o per quanto mi riguarda preferisco restare qui.»
Non mi allontanerai dalle mie forze. Saranno anche scarse e inadeguate. Ma sono mie.
«Figlia di Stefan, renditi conto della situazione.» ribatté la spia, allarmata. «Siete un centinaio di persone. Credi davvero che sia possibile nascondere la fuga di così tanti? Non vi permetteranno mai di andare via. Devi rassegnarti e salvare quanto può essere salvato.»
Helena aveva pronta una risposta: “Se solo io posso essere salvata, allora niente può essere salvato!” Sì, suonava bene.
Ma all’improvviso fu Artor a parlare: «Un momento. Sentite anche voi?»
Helena si voltò verso di lui, e vide che si era seduto sul letto e aveva portato una mano a un orecchio.
Per un istante, non sentì nulla.
Poi, attraverso il piccolo pertugio sul muro, da lontano arrivò un’eco acuta, fastidiosa, come l’ululato del vento ma più graffiante.
«Questa è… una sirena.» disse Kalos.
«Dev’essere un attacco dei banditi.» Bek-cherek sembrava tranquillo. «Non è la prima volta che succede. Zamoshan si fa chiamare “signore”, eppure non riesce a garantire la sicurezza nemmeno intorno alla sua capitale.»
«L’accampamento!» esclamò Kalos, rivolgendo a lei uno sguardo quasi implorante. Dobbiamo andare, IO devo andare,le dissero i suoi occhi.
Artor si alzò e andò verso la porta, senza dire nulla.
«Fermi tutti!» Bek-cherek si alzò. «Non capite? È l’occasione perfetta. Nel caos, nessuno noterà la vostra assenza prima che sia troppo tardi! È il momento, figlia di Stefan. Vieni con me.»
Le tese una mano.
Helena guardò quella mano. Spostò lo sguardo sul volto di quell’uomo, sul suo sorriso sicuro di sé e sui suoi occhi piccoli e furbi.
Poi si girò verso Kalos, e vide un uomo che si stava sforzando di restare al suo posto e obbedire agli ordini, anche se avrebbe voluto solo correre fuori e aiutare i suoi concittadini.
Infine si girò verso Artor. La sua espressione era come sempre difficile da decifrare, ma le parve di percepire una sfida che lui le stava lanciando. Lui sarebbe andato; cosa aveva intenzione di fare lei?
Si alzò.
«I miei concittadini sono in pericolo, Bek-cherek. Questo colloquio è concluso. Quando avrai trovato un modo per farci fuggire tutti, sai dove trovarmi.»

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