«Vi ringrazio per la vostra ospitalità, nobile Zamoshan.»
«Siete sempre benvenuta.»
Nonostante ciò che era successo al banchetto, Helena era stata di nuovo invitata a pranzare insieme al signore di Shavek. Ma sin dal loro primo scambio di convenevoli, la ragazza si accorse che l’atmosfera era cambiata. Zamoshan si era fatto più freddo, meno loquace. Era il minimo che dovessi aspettarmi, pensò.
Questa volta il signore non la intrattenne con spiegazioni o curiosità come suo solito. Sembrava invece impegnato a cercare le parole per farle una domanda, senza riuscire a trovarle.
Dopo più o meno mezzo giro di pasto silenzioso, finalmente Zamoshan parlò: «Ho saputo che qualche giorno fa siete andata in visita a selyann fuori da mura. Perché?»
Lo disse scandendo lentamente le parole. Helena non seppe dire se quello fosse un modo per suonare minaccioso oppure se fosse esitazione dovuta alla consapevolezza di ciò che stava dicendo, e che lei già sospettava.
Mi sta rivelando che sono spiata. Ma forse non così da vicino da sapere tutto ciò che faceva.
«Mi volevano solo ringraziare per aver offerto loro del cibo.» gli mentì, osservando la sua reazione e ignorando il capitano Astor che si era discretamente messo in guardia dietro di lei.
Zamoshan non diede segno di dubitare delle sue parole. Qualsiasi modo avesse Artor Deutarid di riconoscere quando lei mentiva, lui evidentemente non lo conosceva, né dava l’impressione di conoscere la verità.
«Fate attenzione, nobile Gheléna.» le disse. «Selyann sono… vili. Non provano vergogna ad ingannare e sfruttare prossimo per propri fini. E non conoscono onore. Anche gratitudine per vostro… sciocco… gesto, diventerà solo scusa per pretendere altro da voi. Non dovete fidarvi di loro.»
L’ironia del fatto che fosse lui a dirle di non fidarsi di qualcun altro rischiò di fare scoppiare Helena in una risata amara. Ma lei si controllò, e gli rispose invece: «Me ne sono accorta.»
Che non era per forza una bugia. Kuts l’aveva effettivamente sfruttata per i propri fini. Era passata una settimana dall’inizio dell’addestramento dei selyann al combattimento. “Per renderli perlomeno capaci di non farsi male da soli occorreranno come minimo quattro settimane.” aveva pronosticato Astor. Lei gli aveva chiesto di ridurle a tre.
Si stavano allenando dentro le fattorie, lontano dagli occhi degli dvar. Helena non aveva ancora capito che piani avesse Zamoshan per lei, ma sentiva che prima o poi avrebbe avuto bisogno di scappare, di nascondersi o di difendersi. Una volta completato l’addestramento e guadagnata la loro gratitudine, i selyann sarebbero stati perfetti a quello scopo. Naturalmente, se il signore non li avesse scoperti prima.
Ma lui non sembrava sospettoso. Forse la stava sottovalutando. O forse stava sottovalutando la grande massa di persone fuori dalle sue mura. Probabilmente entrambe le cose.
Il resto del pranzo fu consumato in relativo silenzio. Quando Helena si alzò, Zamoshan non chiamò nessuno per accompagnarla fuori dal palazzo, a differenza delle altre volte.
Ma mentre usciva dalla sala da pranzo e Astor chiudeva la porta dietro di loro, all’improvviso una donna inciampò e cadde davanti a lei. Indossava l’abito scolorato e il grembiule grigio che Helena aveva imparato ad associare alla servitù.
Nonostante l’evidente apprensione di Astor, si chinò per aiutarla ad alzarsi, come le era stato insegnato a fare quando vedeva qualcuno bisognoso di aiuto.
E a quel punto la donna le strinse un braccio attorno al collo, avvicinò la bocca al suo orecchio e le sussurrò: «Questo pomeriggio. Quartiere nord-ovest della città. Cerca la volpe blu.»
Accadde in poco più di un respiro. Poi la sconosciuta si rialzò come se non fosse successo niente, fece un inchino e se ne andò.
Helena era sicura che nemmeno il capitano si fosse accorto di ciò che era successo. Per la seconda volta, la sua sorveglianza era stata elusa. Ma fortunatamente, il responsabile sembrava essere lo stesso.
Dopo due settimane, i mittenti del messaggio che aveva ricevuto la sera in cui era arrivata in quella città avevano tenuto fede alla loro promessa di contattarla di nuovo.
Finalmente.
«Data la… “barriera linguistica”, si dice così? Grazie. Dicevo, data la barriera linguistica, insegnargli cose come tattiche di battaglia e azioni coordinate è fuori discussione. Il massimo che possiamo fare, mia Esarca, è impugnare le nostre armi e fargli imitare i nostri movimenti.»
Helena era tornata alla sua tenda, e Barys Rafidid le stava riportando i progressi nell’addestramento delle loro estemporanee reclute.
Il capitano Astor era di guardia all’entrata della tenda, mentre Ergon era in piedi alla destra di Barys.
«Fortunatamente conoscono lo sclerigro, e lo usano nel loro lavoro nei campi. Se avessimo il tempo potremmo insegnare loro a crearci armi vere e proprie, ma data la situazione conviene insegnare loro a combattere con gli attrezzi in cui sono già abituati a plasmarlo.»
Helena in realtà lo stava ascoltando solo distrattamente. Stava ancora pensando alle parole della serva e alla conferma che stava venendo spiata. Era stata informata giorni fa che nell’accampamento era stata notata una persona sospetta, e fortunatamente non aveva sottovalutato l’allarme. Barys al momento era in abiti civili, come tutte le guardie assegnate alla sua speciale missione. Un uomo o donna in uniforme che lasciava l’accampamento avrebbe attirato l’attenzione, ma sembrava che i semplici cittadini non fossero degni dell’interesse di coloro che li stavano osservando. Sembrava anche che la tenda di Helena fosse al riparo da occhi indiscreti.
Ma una volta che avesse messo piede all’esterno, la ragazza sentiva che ogni suo movimento sarebbe stato riportato al signore. Un potenziale alleato le aveva dato appuntamento dentro le mura, ma come faceva a raggiungerlo senza che le persone sbagliate lo venissero a sapere? Non sarebbe bastato cambiarsi d’abito, non con lei: quasi sicuramente le spie conoscevano la sua faccia.
All’improvviso si accorse che Barys aveva smesso di parlare e sembrava in attesa di una sua risposta.
«State facendo un ottimo lavoro. Continuate così.» gli disse, sperando che fosse sufficiente.
Le sue speranze vennero esaudite: Barys chinò la testa e fece per andarsene.
Ma quando era sul punto di imboccare l’uscita della tenda si fermò e si rivolse a qualcuno all’esterno: «Tu cosa ci fai qui, ragazzina? E cosa c’è in quella borsa?»
Helena sentì una voce femminile imbarazzata farfugliare qualcosa, prima che si inserisse una voce maschile che lei riconobbe: «L’Esarca ha chiesto la nostra presenza.»
Lei ed Ergon si scambiarono uno sguardo. Con quello che era successo a palazzo, Helena si era dimenticata delle lezioni.
Nella tenda entrarono Artor Deutarid e Agatha Eleisina. Barys uscì, lasciando Helena ed Ergon con i due nuovi arrivati.
«Spero di non avervi fatto aspettare troppo. Era un colloquio urgente.» esordì Helena, con cortesia.
«Oh, nessun problema.» rispose Agatha.
«Avete qualche nuova parola da condividere con noi?» chiese Ergon. Tra loro quattro si era formata una sorta di accordo: Ergon insegnava ad Agatha e Artor la lingua comune della Federazione, loro due gli insegnavano le parole e le regole della lingua di Shavek che scoprivano parlando con i selyann e Helena imparava da entrambe le parti.
«Sì, molte.» disse Artor, mentre si sedeva. «Ad esempio, “Vardettchen”. Significa “sclerigro”.»
Quell’ultima frase fece sussultare Helena. Non avevano origliato la conversazione con Barys, vero? No, non era possibile, c’era il capitano di guardia…
Scosse la testa. Doveva essere una coincidenza. La questione delle spie la stava rendendo paranoica.
Ma durante tutta la lezione non riuscì comunque a concentrarsi. Ergon, Agatha e Artor discutevano di casi e coniugazioni, ma la sua mente era altrove.
All’improvviso l’occhio le cascò su Agatha Eleisina. Dopo il loro primo incontro non le aveva più prestato particolare attenzione: una volta capito che non era lei la persona da cui avrebbe potuto imparare ciò che le serviva, l’aveva classificata mentalmente come una conoscenza di Artor Deutarid e depennata dalla sua lista di risorse utili.
Ma ora i capelli di quella ragazza avevano attirato la sua attenzione. Erano neri, come i suoi. E anche se erano acconciati in modo diverso, era abbastanza sicura che fossero persino più o meno della stessa lunghezza.
Era difficile valutare da sedute, ma nonostante Agatha fosse più piccola di qualche anno, a Helena sembrò essere alta quanto lei. La corporatura allo stesso modo era abbastanza simile.
Nella sua mente si stava formando un piano. Forse aveva trovato la soluzione al suo problema.


Mentre lei rifletteva, quasi non si accorse che la lezione era finita. Agatha e Artor si alzarono, e così fece anche lei, con un’urgenza involontaria.
«Aspettate!»
Gli occhi dei due e di Ergon si spostarono su di lei.
«Non andate ancora. C’è una cosa che devo chiedervi di fare. …Per cominciare: Agatha Eleisina, tuo fratello oggi ha il giorno libero, vero?» Risorsa utile o meno, Helena faceva sempre in modo di tenere a mente ogni informazione che riceveva.
La ragazza all’improvviso sembrò nervosa, preoccupata, e strinse la voluminosa borsa che portava con sé: «S-Sì. Perché oggi è il suo-»
«Astor! Manda qualcuno a chiamarlo.» ordinò subito lei al capitano, per poi rivolgersi di nuovo a lei: «Ora… Devo chiederti un’altra cosa, e confido nella tua assoluta discrezione, come in quella di ogni altra persona qui presente. Agatha Eleisina… ho bisogno dei tuoi vestiti.»
Lei le rivolse un’occhiata interrogativa. Guardandole bene il viso, Helena vide che le fattezze naturalmente erano diverse, ma non abbastanza da risaltare.
Sì, funzionerà, Pensò soddisfatta.
«V-Va bene,» disse Agatha, con una comprensibile esitazione, «però, ecco… a una condizione, mia Esarca.»
«Tutto quello che desideri, hai la mia totale gratitudine.»
Agatha fece un respiro profondo e poi chiese, con un’espressione quasi supplicante: «Posso tenermi almeno la borsa?»
Kal uscì dalla tenda dell’Esarca, mormorando: «Non sono sicuro che sia una buona idea, mia Esarca. Non ti conviene una scorta più numerosa, o almeno più esperta?»
Gli rispose la donna dietro di lui: «E perché una semplice cittadina come me dovrebbe avere una scorta? Stiamo solo andando a fare una passeggiata in città io e te, Kalos. E per favore, vedi di chiamarmi Agatha.»
«Ha ragione.» disse Ark, subito dietro di loro. «Tuttavia, “Agatha”, non hai mai chiamato tuo fratello con il nome intero. Chiamalo “Kal”, come fai sempre, su.»
Kal sospirò. Avrebbe voluto trovare la situazione divertente anche lui, ma non ne era in grado. La responsabilità che gravava sulle sue spalle era troppo grande.
Ma non solo: si azzardò a guardare l’Esarca Helena, che al momento indossava gli abiti di Agatha e si era sciolta i capelli.
È… sbagliata.
Se avesse dovuto riassumere il proprio pensiero in una singola frase, quella era la sola che trovava adatta.
Era come se per un istante vedesse sua sorella, solo per scoprire una sconosciuta l’istante dopo. Distolse lo sguardo, inquieto.
«Andrà tutto bene.» gli disse Ark, che si era avvicinato senza che lui se ne accorgesse. «Rilassati. Se ti mostri così nervoso rovinerai la recita.»
«Io non penso che la recita funzionerà.» gli rispose, a voce bassa.
In quel momento qualcuno gridò il suo nome. Kal vide Kydalim, il suo vecchio vicino di casa ad Elis, poco lontano, seduto con la sua numerosa famiglia a mangiare intorno a un fuoco. Aveva alzato il braccio nella sua direzione.
«Kal!» ripeté l’uomo. «Ti godi la giornata libera insieme a tua sorella e ai tuoi amici, eh?»
Lui esitò per un istante, poi rispose, alzando la voce per farsi sentire bene: «S-Sì! Esattamente!»
Kydalim sorrise, poi uno dei figli richiamò la sua attenzione e lo fece tornare a concentrarsi sul cibo.
«Io invece penso che funzionerà a meraviglia.» disse Ark.
I tre si misero in coda ai cancelli, e in meno di un giro avevano oltrepassato le mura. A quel punto l’Esarca si mise in testa, guidandoli verso sinistra con passo deciso.
Kal era già stato all’interno della città, ma continuava a trovarla strana e fredda: gli edifici avevano una foggia simile a quelli di Elis, ma era come se un architetto li avesse riuniti a due a due, o a quattro a quattro, e fusi insieme, aprendo le pareti tra gli uni e gli altri come se fossero le ante di un portone e congiungendole tra loro. Il risultato erano case enormi, circondate da vasti cortili, in cui ogni tanto si poteva vedere qualche uomo o donna in grigio pulire il selciato con una ramazza o innaffiare le piante spruzzando acqua da un piccolo secchio.
Il grigio, Kal ormai aveva imparato, era il solo colore concesso ai servi. I padroni invece sfoggiavano abiti variopinti, su cui spesso risaltava almeno un elemento rosso acceso.
“Padroni”. Kal rabbrividì. Quella parola evocava immagini orribili nella mente di ogni cittadino del Principato.
L’Esarca si fermò davanti a un’insegna: un animale a quattro zampe, dalla testa triangolare, di colore blu. A parte il colore bizzarro, Kal riconobbe il disegno stilizzato di una volpe. «Qui.» fu la sola parola che disse l’Esarca prima di entrare dalla porta sotto l’insegna. Kal e Ark la seguirono.
Quando i suoi occhi si furono abituati al buio, Kal si rese conto di essere in una taverna. In fondo alla sala, dirimpetto all’entrata, stava un largo bancone in legno. Di fianco ad esso una rampa di scale conduceva verso l’alto. Dietro il bancone c’era un uomo corpulento, stempiato, dalle guance cascanti e la bocca larga, impegnato a pulire un boccale. Indossava una tunica bianca, e sopra di essa un panciotto simile a un gilek, rosso e senza maniche. Tra il bancone e i tavoli pieni di clienti facevano avanti e indietro tre donne, vestite con abiti curati, ma rigorosamente grigi.
L’Esarca si sedette a un tavolo non occupato e fece cenno a Kal e Ark di sedersi insieme a lei. Kal ebbe l’impressione che l’uomo dietro il bancone per un istante interrompesse la pulitura del boccale e fissasse loro tre, ma non poteva esserne sicuro.
Poco dopo, una delle donne si avvicinò al loro tavolo. Kal si aspettava che fosse lì per chiedere cosa volevano ordinare, ma lei si rivolse all’Esarca e disse: «Perdonatemi, questo tavolo è occupato. Possiamo offrirvene un altro al piano di sopra. Venite con me.»
Helena Dorina guardò la donna come se non fosse la prima volta che la vedeva. Poi disse: «Capisco. Accetto volentieri.»
Guidati dalla donna in grigio, i tre salirono la rampa di scale. Effettivamente al piano di sopra c’era un’altra sala, con qualche tavolo vuoto, ma la donna proseguì dietro una porta e lungo uno stretto corridoio, prima di fermarsi all’improvviso a metà di quest’ultimo.
Voltandosi lentamente verso di loro, disse: «Da qui in poi è bene che proseguiate da sola.»
«Dove vado io, vengono anche loro.» rispose immediatamente l’Esarca.
«Quello che vi sarà detto non è per le orecchie di estranei.»
«Mi fido di questi due più di quanto io mi fidi di voi.»
«Come volete.» La donna riprese il cammino, fino a una piccola porta quasi in fondo al corridoio. La aprì, facendoli entrare in una piccola stanza occupata da un singolo tavolo, un armadio e un letto. Sul tavolo era poggiata una lanterna vuota. La sola fonte di luce era un piccolo pertugio in alto sul muro di fronte alla porta.
«Aspettate qui.» disse la donna, andandosene chiudendo la porta.
L’Esarca si sedette al tavolo, Kal si mise in piedi di fianco alla porta, Ark si sdraiò sul letto come se fosse a casa sua, totalmente indifferente all’atmosfera della stanza.
Non dovettero aspettare molto, prima che la porta venisse aperta di nuovo ed entrasse l’uomo che Kal aveva visto dietro il bancone.
«Finalmente ci incontriamo di persona, figlia di Stefan.» disse, senza la minima traccia di accento. Ora che ci faceva caso, Kal si rese conto che non aveva avuto nessun accento nemmeno la donna. «Io sono Bek-Cherek.»
«Non suona come un nome di questo paese.» osservò l’Esarca Helena.
L’uomo, Bek-Cherek, piegò la bocca in un sorriso sottile. «Molto acuto da parte tua. No, io non sono shaveko. Io vengo da Hinzan, nel nord.»
«Sei una spia.» Era una constatazione, non una domanda. «Perché sei qui, in un paese che è tuo compagno di federazione? Non vi fidate nemmeno tra di voi?»
«Oh, figlia di Stefan, scoprirai che la relazione tra le tre signorie è più… complicata di quello che appare. Siamo ben lungi dall’essere un’entità unica, in cui siamo tutti d’accordo. Ma in questo caso, tale discordanza si rivelerà la tua salvezza.»
«Che cosa intendi?»
«Ricorda. Tu mandasti delle guardie a consegnare una lettera al signore Zamoshan. Di quelle guardie non hai saputo più nulla.»
«Ricordo. Zamoshan mi ha detto che probabilmente si sono imbattute in dei banditi sulla via del ritorno.»
«Sai anche tu che mentiva. Quelle persone sono morte qui, dentro le mura di Istak. Per ordine del signore Zamoshan. Perché avevano scoperto qualcosa che doveva rimanere segreto, specialmente a te.»
Nonostante ciò che era stato appena detto, l’Esarca rimase impassibile. «Vieni al punto. Che cosa avevano scoperto?»
Bek-Cherek alzò le spalle, poi disse: «Il signore Zamoshan ha intenzione di consegnarti a tuo zio, con cui ha stretto un accordo. In queste due settimane ha cercato di allontanarti dalle tue guardie e di metterti contro i tuoi stessi cittadini, allo scopo di rendere più facile la tua cattura quando sarà il momento. Probabilmente ha già mandato da tempo un messaggio ad Arlis, informandoli che sei qui.»
L’Esarca chinò la testa, con un sospiro. «È peggio di quanto temessi. Ma… c’è qualcosa che tu non mi stai dicendo. Quando io e mio padre siamo fuggiti dal Principato, il reggente Sofron non era in una posizione così solida da impressionare anche un paese straniero. È successo qualcosa, qualcosa che ha convinto uno dei Signori della Federazione a fargli un favore, e Dysis a non attaccarlo.»
Bek-Cherek abbassò lo sguardo. «Ti compatisco per la tua perspicacia, figlia di Stefan. Dev’essere una maledizione per te in questo momento.»
Lei lo guardò, senza sbattere le ciglia, e nel suo sguardo Kal vide una profonda tristezza. «Dimmelo.»
La spia di Hinzan chiuse gli occhi per un istante, prendendo il respiro, poi disse:
«Da settimane, tuo zio non è più reggente. Sofron adesso è Principe. Il giorno che tu fuggisti da Elis… tuo nonno Aryst era già morto.»
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