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SeNNaaR – Capitolo 20: Cattiva Amministrazione, Parte Due

Le porte della città si aprirono, e ne uscì Silen, seguito da una processione di persone vestite di grigio.

Erano passati cinque giorni da quando Helena aveva iniziato a prendere lezioni di lingua sia da Ergon che da Artor Deutarid. Si sentiva abbastanza pronta. Durante un colloquio con Zamoshan aveva espresso apprezzamento per il banchetto che il signore aveva organizzato in loro onore, e lui aveva abboccato all’esca proponendo di ripetere l’evento.

Così, di nuovo vennero portate fuori la tavola, i tre grandi vassoi e le botti.

E di nuovo intorno all’accampamento si radunò una folla magra e triste, vestita dello stesso colore delle persone che li stavano servendo, tenuta lontana da uomini armati.

Era il momento.

Si avvicinò al cordone di guardie, con passo deciso. Silen, che stava ripetendo il proclama di una settimana prima, si interruppe, seguendola con lo sguardo.

Helena si rivolse a due guardie e disse loro: «Fatevi da parte.» usando la loro lingua.

Gli uomini reagirono con sorpresa, ma non diedero segno di muoversi, come se fossero convinti di aver sentito male. Lei ripeté l’ordine, e questa volta essi obbedirono.

Dopo aver dato una rapida scorsa alle persone adesso davanti a sé, Helena fece ricadere la sua scelta su una donna dall’aspetto malato, con le guance infossate e i capelli in disordine, ma dai grandi occhi azzurri.

Le tese la mano e le disse: «Vieni.»

La donna esitò, timorosa, ma alla fine la prese.

Tra gli sguardi attoniti dei suoi concittadini, Helena guidò la donna fino alla tavola, le indicò i vassoi e le disse: «Scegli e prendi.»

Incredula, la donna prese quattro pani bogach, profluendosi in molteplici inchini e ripetendo la parola “grazie”, che Helena fu lieta di comprendere.

Mentre la donna se ne andava, prima che Silen o chiunque altro potesse reagire, Helena si rivolse alla folla davanti a sé, cittadini di Elis e non, e parlò nella lingua di Istak, mentre Ergon, previamente istruito, ripeteva nella lingua del Principato.

«Popolo di Istak! Nostri stimati ospiti! Ci avete accolti tra voi con generosità, senza chiedere nulla in cambio! Sto parlando proprio di voi, voi che venite chiamati selyann, voi che vivete fuori dalle mura. Perché è sul vostro terreno che abbiamo montato le nostre tende, ed è con la vostra farina che noi cuciniamo il nostro cibo! Persino questo pane, offerto a noi dal signore Zamoshan, è fatto con il grano che voi avete seminato e mietuto, e voi stessi ce lo servite senza poterne mangiare!»

Mentre diceva quell’ultima frase, si voltò verso gli uomini e donne in grigio dietro di lei, dall’altro lato della tavola. Una settimana prima aveva notato che quelle persone non avevano mangiato né bevuto nulla di ciò che servivano, ma solo più tardi aveva capito il perché.

Silen provò a intervenire, ma Helena lo ignorò.

«Noi vi siamo grati dal profondo del nostro cuore. E perciò cediamo volentieri a voi questo banchetto! Accettatelo, in segno di rispetto e amicizia! Mangiate, bevete, e siate felici!»

«Non potete farlo!» protestò Silen, mentre la folla iniziava a mormorare, comprendendo quello che Helena aveva appena detto. «Il nobile Zamoshan ha preparato tutto questo per voi!»

«Lo so.» gli rispose Helena. «E gli siamo grati. Ma abbiamo il diritto di farne ciò che vogliamo, adesso che ci è stato donato.»

«Ciò che volete voi popolo di Elis… o ciò che volete voi nobile Helena?» riprese lui, spostando lo sguardo sui cittadini.

Alcuni stavano mugugnando, con tono infastidito.

Ma quando i selyann vinsero la paura e si avvicinarono alla tavola, la maggior parte della gente seguì l’esempio di Helena e li accolse con entusiasmo. Quelli che una settimana prima si erano fatti servire, adesso servivano gli altri: i ruoli si erano scambiati. Non si capivano a parole, ma i sorrisi e i gesti erano sufficienti.

Fino a quel momento, Helena aveva visto quella gente come ingenua, facile da manipolare, utile. Ciò che stava vedendo non smentiva nessuna delle tre cose. Ma le tornarono in mente le parole che un tempo le aveva detto suo padre: “Sono un popolo semplice, e buono. Per questo io li amo.” E finalmente, anche se non riusciva a condividere il sentimento, capì cosa lui intendeva.

Sapeva che non ci sarebbe stato un terzo banchetto, e che Zamoshan si sarebbe fatto molto più freddo dopo questa sua trovata. Ma meglio una freddezza sincera che una cortesia infida. Inoltre, questo incidente sarebbe stato molto utile per distrarlo dal resto dell’operazione.

Il primo passo del piano di Helena, quello più semplice, era stato compiuto.

Ora venivano quelli difficili.


«Mia Esarca, mi dispiace, non capisco cosa stia dicendo.»

Le cose si mossero più in fretta di quanto Helena si aspettasse.

La mattina dopo, all’accampamento si presentò un ragazzo, magro e lentigginoso, che a gesti fece capire di stare cercando lei. Ergon purtroppo non fu di nessun aiuto, ma Helena aveva una proprietà di linguaggio sufficiente a capire «Venite con me.»e che qualcuno voleva parlare con lei.

«Credo abbia intenzione di portarmi dai capi della loro comunità.»

«Non è il signore Zamoshan il loro capo?» chiese il capitano Astor.

«Zamoshan è un’autorità distante, al di là delle mura. Considerato come lui e gli altri dvar li trattano, devono avere qualche figura di riferimento più vicina a loro, come degli anziani o una specie di capovillaggio.»

Questo era un colpo di fortuna: era sua intenzione sin dall’inizio di cercare e trattare con qualche rappresentante dei selyann, e adesso le veniva risparmiata la necessità di cercarne faticosamente uno. C’era un bizzarro senso di urgenza nella voce del ragazzo, ma per il momento decise di non prestarci attenzione.

Diede ordine ad Astor di andare a chiamare Artor Deutarid: avrebbe avuto bisogno di lui come interprete. Una volta che il giovane fu arrivato, lei e gli altri tre si incamminarono dietro il ragazzo.

Furono condotti attraverso una ragnatela di strade e vicoli, spesso stretti e sporchi. Sugli usci delle case, edifici bassi e sgraziati, sedevano figure magre e grigie, dall’aria stanca. Ogni tanto le persone che incontravano additavano Helena o dicevano qualcosa rivolti nella sua direzione, con tono rispettoso.

«Ieri ti sei guadagnata la loro gratitudine, mia Esarca.» le mormorò Astor.

Lei non rispose.

Si fermarono davanti a una casa modesta, ma dall’aspetto accogliente, la cui facciata dava su una piccola piazza con un pozzo.

La loro guida gli fece segno di entrare, ma non li accompagnò.

L’interno era una singola stanza, dominata da un grande tavolo. Da un lato era seduto un uomo anziano, piccolo, magro e dalla schiena così curva da far quasi sembrare di essere gobbo. Helena notò anche un bastone, poggiato a portata di mano.

«Benvenuti.» disse il vecchio, nella lingua comune della Federazione. «Sedetevi pure.»

Helena si fermò sulla soglia e si guardò gli stivali. Sulle suole si era formato uno strato di fanghiglia grigia. Il terreno intorno alla città ne era pieno, ed era abbastanza fastidiosa da rimuovere. A palazzo, gli stivali venivano puliti accuratamente prima di permetterle di entrare, e la giovane voleva riservare al suo attuale ospite lo stesso rispetto.

Ma il vecchio doveva aver notato il suo sguardo e la sua espressione, perché disse: «Non preoccupatevi per le scarpe, qui non ci fa caso nessuno.»

Una volta che si furono accomodati, continuò, mentre Ergon traduceva: «Io mi chiamo Kuts. E voglio ringraziarvi a nome di tutti noi abitanti di Istak-di-fuori. Siete stati molto generosi ieri. Il nostro signore Zamoshan non ci aveva mai offerto un simile banchetto.»

Helena rispose, sempre tramite Ergon, perché ancora non si fidava molto a parlare quella lingua, non senza un discorso pre-preparato: «Vi abbiamo solo restituito una minima parte di quanto vi era dovuto, Kuts. Io sono Helena.»

«Meritate comunque i nostri ringraziamenti, Helena.» La ragazza notò che il vecchio pronunciava il suo nome senza il pesante accento di Zamoshan. «Anche se solo per una sera, ci avete donato un po’ di felicità, svago dai nostri problemi e soprattutto sollievo dalla fame.»

«A proposito di questo. Non sta scritto da nessuna parte che noi non possiamo fornirvi tale sollievo di nuovo.»

«Che cosa intendi?» Il tono del vecchio si fece curioso, ma non sorpreso. Era come se si aspettasse che la conversazione prendesse tale piega.

«Il vostro signore ci offre ogni settimana della farina con cui noi profughi possiamo cucinarci da mangiare. Quella farina è ricavata dal vostro grano.»

«Avete intenzione di continuare a restituirci ciò che è nostro, come hai detto poco fa?» Il vecchio sorrise in modo furbo. «E in cambio cosa vorreste?»

«Niente di più che la vostra amicizia.» rispose Helena, il più candidamente possibile.

«L’amicizia è un concetto astratto. Di cosa avete bisogno nella pratica? Di accoglienza? Di protezione? Di informazioni? O di tutte e tre le cose?» Il sorriso di Kuts le diceva: “Non trattarci come sprovveduti”.

«Di qualcuno su cui poter contare nelle difficoltà. Non è questo che significa la parola “amicizia”?»

A quella risposta, Kuts sbuffò.

«Vorrei che potessimo essere quel qualcuno. Ma noi siamo solo selyann. Gli dvar non si fidano di noi abbastanza da permetterci di possedere armi, e si rifiutano di insegnarci a combattere.»

Quella frase le fece venire in mente che, seppure per un motivo diverso, anche suo padre si era sempre rifiutato di insegnarle a combattere. “Non è il tuo ruolo”, le aveva spesso detto, quando era più piccola. Con il tempo lei aveva smesso di chiederlo e si era abituata all’idea che altri avrebbero combattuto per lei. Si chiese quando di preciso aveva iniziato a dare ciò per scontato, ma sentì che Kuts stava continuando.

«Siamo inermi persino di fronte al più infimo dei criminali.» A quel punto il vecchio spostò lo sguardo verso la porta d’ingresso, per un istante, per poi posarlo sul capitano Astor. «Tra di voi sono in tanti a saper combattere?»

Helena sentì di aver compreso dove l’uomo voleva arrivare.

«Sì. Tantissimi. Se volete, potremmo insegnare anche a voi.»

Sul volto di Kuts ricomparve un sorriso sottile.

«Questa è una proposta molto allettante, più di quella di donarci della farina se devo essere schietto. Possiamo discuterne.»

La discussione tuttavia fu interrotta dall’improvviso suono di qualcuno che bussava con violenza alla porta, e una voce che ripeteva con rabbia qualcosa. A Helena fu necessario qualche istante a capire che stavano chiamando Kuts.

Tutti e cinque si alzarono, Kuts prendendo il suo bastone, e si avvicinarono alla porta. Una volta che fu aperta, Helena vide che il responsabile del rumore era un uomo vestito in un modo che lei non aveva familiare. Indossava quella che sembrava una spessa giacca di pelo, che lasciava le sottili braccia nude, a parte per i bracciali stretti ai polsi. I suoi pantaloni erano larghi, spessi come la giacca, e scomparivano a metà polpaccio all’interno di lunghi stivali scuri. La testa calva era cinta da una fascia sulla fronte. Era accompagnato da altri due uomini vestiti alla stessa maniera.

I tre entrarono con passo impaziente, concentrando la loro attenzione su Kuts e degnando Helena e gli altri di poco più di un’occhiata passeggera. L’uomo calvo si rivolse al vecchio nella lingua di Shavek, parlando con tono minaccioso e strascicando le parole in un modo che rese molto difficile a Helena capire anche solo parzialmente che cosa stesse dicendo.

«Tu lo comprendi?» chiese ad Artor Deutarid, che sino a quel momento era rimasto in silenzio.

«Non molto. Mi pare si stia lamentando che non vede qualcosa di pronto, ma non capisco cosa. “Avevamo un accordo”, sta dicendo adesso.»

A quel punto Kuts ribatté.

«“L’accordo con voi è annullato.”» tradusse Artor. «“Ora abbiamo un nuovo accordo.”»

L’uomo calvo reagì con un’esclamazione che esprimeva in egual misura sorpresa e oltraggio.

«“Con chi?”»

Kuts non rispose.

Si limitò a spostare lentamente lo sguardo su di lei.

L’uomo calvo fece altrettanto, emettendo un suono simile a un grugnito interrogativo, dopodiché fece un passo verso di lei, mentre gli altri due uomini si spostavano ai fianchi.

Astor si frappose tra lei e l’uomo calvo, che le parlò.

« “Tu… chi saresti?”, mi pare il senso sia quello.» le sussurrò Artor, che non sembrava affatto intimorito dalla situazione.

Ma forse era solo autocontrollo, come quello di Helena stessa. «Digli questo: “Io mi chiamo Helena Dorina. Tu invece chi sei?”»

L’uomo calvo all’improvviso gridò qualcosa, sbattendo un piede per terra.

«È convinto che tu lo abbia ignorato, mia Esarca.» le disse Artor, prima di iniziare con una certa evidente fatica a tradurre il suo messaggio.

L’uomo calvo ripeté il nome, rivolto ai suoi due compagni, che iniziarono a ridere.

Poi sibilò qualcosa, e repentinamente i tre si avventarono su di loro.

Astor impugnò immediatamente la sua spada e respinse l’uomo calvo, facendolo ruzzolare per terra e sbattere la testa. Un respiro dopo colpì di piatto l’uomo alla sua destra, che cadde in ginocchio. Rimasto da solo, il terzo uomo ebbe un istante per far comparire sul suo viso un’espressione di profondo rimpianto, prima che il calcio della micra di Astor affondasse nel suo stomaco e lo facesse piegare in due.

In tutto, lo scontro era durato meno del tempo necessario a una foglia per cadere da un albero.

«Tutto bene, mia Esarca? Ho preferito non sporcare la casa del nostro ospite.»

«Sì, Astor.» L’attenzione di Helena però era tutta concentrata su Kuts, che si era messo in disparte e adesso osservava impressionato la scena.

«Spiegazioni. Adesso.» gli disse nella lingua di Shavek.

Ma prima che il vecchio potesse aprire bocca, l’uomo calvo si rialzò, e con un urlo belluino tese la mano nella direzione di Helena.

Lei ebbe appena il tempo di vedere un luccichio metallico, e d’istinto chinò la testa, chiudendo gli occhi.

Con un suono secco, qualcosa si conficcò nel muro alle sue spalle, passandole così vicino che lei percepì lo spostamento d’aria.

Seguirono uno schiocco e un acuto grido di dolore.

Quando riaprì gli occhi e rialzò la testa, Helena vide che Astor aveva ancora la micra tesa davanti a sé, mentre l’uomo calvo si teneva una guancia e un rivolo di sangue gli colava tra le dita.

A giudicare dal tono della sua voce sembrava ferito più nell’orgoglio che nel fisico. Gli altri due uomini lo presero e lo trascinarono via quasi di peso, mentre vomitava nella direzione sua e di Astor quelli che certamente erano insulti.

« “Maledetta donna, torneremo.”» Artor sembrava non essersi mosso in tutta quella baraonda, neanche quando il coltello adesso conficcato nel muro era passato vicino alla sua testa quanto a quella di lei. «“E quando succederà, questo è quello che ti farò. Prima di tutto ti strapperò i vestiti di dosso e poi…”»

«Non mi serve che tu traduca anche quello, grazie.»

Helena rivolse uno sguardo a Ergon, visibilmente scosso, e poi si avvicinò a Kuts, ancora fermo in disparte.

«Allora? Chi era quello?» gli chiese, tramite Ergon.

«Quello era Nosh.» rispose il vecchio, senza guardarla negli occhi. «È uno degli uomini di Kratko, un bandito che si è stabilito nella pianura.»

«Continua.» gli disse, parlando di persona.

«Tra noi e Kratko c’è un “accordo”. Noi gli diamo parte del nostro grano, e lui ci lascia in pace.»

«Una parte del vostro grano? Non lo date tutto agli dvar?»

«Credete che saremmo in grado di sostentarci con i miseri avanzi che quelli ci lasciano?» Il tono di Kuts si fece indignato. «Non glielo abbiamo mai dato tutto. Abbiamo i nostri modi per metterne da parte. Non ci sfama, ma ci mantiene vivi.» Il vecchio picchiò il suo bastone per terra. «O almeno, lo faceva finché non è arrivato Kratko. Adesso quel poco che riusciamo a nascondere lo pretende lui! E non possiamo nemmeno rivolgerci al signore Zamoshan! Stiamo morendo, stretti tra un martello e un’incudine!»

Concluso l’accorato racconto, Kuts la guardò negli occhi. «Dateci la vostra conoscenza. Insegnateci a combattere e a respingere i banditi, come adesso vi ho visto fare. Aiutateci, e vi giuro che vi saremo debitori a vita.»

Helena era già convinta sulla risposta da dargli. Avere quella gente come debitrice era esattamente quello che lei voleva. E in ogni caso adesso Kratko, o perlomeno il suo braccio destro, si erano segnati il suo nome. Ma mentre ascoltava quel vecchio, aveva capito una cosa.

«Hai vinto.» gli disse, alla fine. «Non possiamo fornirvi armi, ma vi addestreremo. Però voglio sapere una cosa, e sii sincero.» Le tornarono in mente le parole di Artor Deutarid di quasi una settimana prima, ma le scacciò. «Tutto quello che è successo qui faceva parte del tuo piano. Ci hai invitati qui oggi perché sapevi che ci sarebbe stato anche quel Nosh. Tu volevi questo risultato, volevi che anche noi venissimo coinvolti e non avessimo altra scelta che aiutarvi. Non è così?»

Kuts le rivolse il terzo sorriso furbo di quella giornata, e le disse: «Quando sei selyann, per sopravvivere fai tutto quello che puoi


«Non so voi, ma io comincio ad averne abbastanza! Si tratta della nostra sopravvivenza!»

La voce di Semna Tritina accolse Elef di ritorno alla tenda, una volta finito il suo turno di pattuglia. Il ragazzo si sentiva stanco e avrebbe voluto solo mettersi a riposare, ma quelle parole attrassero di prepotenza la sua attenzione.

Attorno alla madre di Artor si era riunita tutta la tenda, una scena che ormai Elef era abituato a vedere. Non aveva simpatia per quella donna, ma il suo carisma e la forza della sua personalità erano indubbie. Sin da quando era stata assegnata a quella tenda, aveva messo tutti sotto il suo incantesimo.

«Calmati, Semna.» provò a dire timidamente uno degli uomini seduti davanti a lei, Elef lo riconobbe come suo vicino di branda. «Non è successo niente di grave, in fo-»

«Niente di grave?!» l’urlo di Semna non gli permise nemmeno di completare la frase. «Ma dov’eri ieri sera? Hai visto quello che abbiamo visto tutti qui o stavi dormendo?»

«Semna ha ragione.» disse una donna che ogni tanto Elef aveva visto badare al fuoco della tenda. «L’Esarca ha provocato scioccamente il signore di questa città.»

«Stupida ragazzina!» le fece eco di nuovo Semna. «Da chi crede che dipendiamo noi per il nostro sostentamento? Cosa vieta adesso al signore di toglierci il cibo? O di cacciarci e costringerci di nuovo a vagabondare? Qui noi siamo al sicuro! E quella sembra quasi volerci rimettere in pericolo!»

La folla intorno a lei iniziò a mormorare. Elef ebbe come un cattivo presagio.

«E non è nemmeno la cosa più grave.» disse all’improvviso un uomo che lui non riconobbe. «Perché Helena Dorina ha messo così a rischio tutti noi? Per quattro straccioni.»

Le sue parole avevano fervore, ma il tono era freddo. Il cattivo presagio di Elef si intensificò.

«Esattamente!» la voce di Semna era diventata ancora più acuta. «Lei è la nostra esarca! Siamo noi la sua responsabilità! Dovrebbe pensare prima di tutto e sopra ogni altra cosa a noi, alla nostra sicurezza e al nostro benessere! Non avremmo mai dovuto seguirla!»

Il mormorio si alzò di volume.

E l’uomo che Elef non aveva riconosciuto parlò di nuovo.

«A questo punto… perché continuare a seguirla?»

Per un istante calò un silenzio irreale.

Fino a quel momento, si era trattato solo di sfogare la propria frustrazione. E se fosse rimasto uno sfogo, Elef non avrebbe avuto bisogno di intervenire. Non era la prima volta che succedeva e non sarebbe stata l’ultima.

Ma adesso era ovvio che quell’uomo stava cercando di infiammare gli animi e di trasformare lo sfogo in una rivolta.

Il ragazzo seppe cosa doveva fare.

Prima che la folla riunita avesse il tempo di riflettere su ciò che lo sconosciuto aveva detto, sfoggiò il tono più imperioso che riusciva a usare e chiese: «Che cosa succede qui?»

L’effetto fu immediato. Praticamente tutti si voltarono timorosi verso di lui, completamente dimentichi di quello di cui stavano parlando. E chi lo ricordava ancora si sforzò di dimenticarlo. Persino Semna Tritina ammutolì. Elef si rese conto che non provava una simile soddisfazione da molto tempo. La sua presenza come guardia cittadina aveva ancora tutto il suo potere.

Ma adesso c’erano cose più importanti di cui occuparsi.

«Tu chi sei? Non ti riconosco.» disse, avvicinandosi allo sconosciuto colto in flagrante tentativo di sobillazione, che aveva tenuto la testa bassa, senza guardarlo.

Elef vide corti capelli neri, occhi scuri, un volto privo di segni particolari e di sfuggita un anello alla mano sinistra, poi l’uomo gli voltò le spalle e si incamminò rapidamente in direzione dell’entrata della tenda, mormorando qualcosa come: «Scusami, ho un impegno urgente adesso.»

«Fermo lì! Identificati!»

L’uomo lo ignorò e uscì.

Elef provò a inseguirlo, ma quando uscì all’esterno anche lui, lo sconosciuto si era già volatilizzato. Anche scorrendo tutte le persone che vedeva intorno a sé, ce n’erano troppe che condividevano quei pochi tratti che era riuscito a memorizzare.

Emise uno sbuffo frustrato, e poi tornò dentro. Più tardi avrebbe riportato la cosa al suo decarca, sperando che quell’uomo lo stesse a sentire nonostante per quasi tutti i compagni lui ormai fosse solo “il disertore”. Capì di dover chiedere aiuto a Mikka: quella ragazza era tra i pochi compagni che lo trattavano da pari, e con il suo appoggio sarebbe riuscito a convincere anche il decarca. Ma tutto quello poteva aspettare. Per il momento, doveva riposare.

Si stese sulla sua branda. Chiuse gli occhi.

«N-Non hai intenzione di denunciarmi, vero, giovanotto?»

E fu immediatamente richiamato alla veglia.

Semna Tritina lo guardava con espressione supplichevole. Era uno spettacolo strano, ma Elef era troppo stanco per rifletterci su.

«Erano solo discorsi, giusto? Non hai intenzione di fare nulla. Riporterò questo incidente, ma non farò il tuo nome.» le disse, e poi tornò a cercare di addormentarsi.

Le ultime parole che sentì prima di affondare nel sonno furono: «Sì, naturalmente. Erano… solo discorsi.»

Nota dell’Autore

Sono sempre avido di conoscenza, riguardo i pareri dei miei lettori.
Sentitevi liberi, anzi invitati, a commentare, qualsiasi sia la vostra opinione su quello che avete letto.
La comunicazione è la chiave in ogni ambito della vita.

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