«Cosa ha in mente l’Esarca adesso?»
Si era appena conclusa la distribuzione di farina annunciata dall’uomo di Istak la sera prima, e nella tenda la discussione si stava facendo accesa.
«Un settimo da ogni tenda preso in consegna?» disse Yugis, prendendo in mano il sacco che avevano ricevuto. «Già ci hanno dato pochissimo per un mese! Sta cercando di farci morire di fame?»
«Non è per un mese. È per una settimana, idiota.» gli rispose Pol. Yugis era un bottegaio, basso e quasi calvo, Pol invece era un lavoratore del porto di Elis, alto e con una folta chioma rossa. Fyra non aveva mai incontrato nessuno dei due prima che fosse assegnata alla loro tenda, ma in queste settimane li aveva conosciuti abbastanza da capire che uno aveva un’enorme nostalgia del suo negozio, l’altro dei suoi colleghi, e che si detestavano cordialmente a vicenda.
«È comunque poco!» ribatté Yugis. «Io ho due figli da sfamare!»
«Se tu e tua moglie non avete mai imparato altri modi per passare il tempo non è mica colpa dell’Esarca.»
«E poi Kydalim ha il triplo dei tuoi figli da sfamare, e non si lamenta!» si inserì Epideks. Epideks era un contadino, un uomo anziano, serio e abituato al lavoro duro. A Fyra stava abbastanza simpatico, anche solo perché parlava poco.
«Non mettetemi in mezzo, per favore.» disse Kydalim, al momento sdraiato in disparte.
Pol sbuffò. Era convinto di essere un uomo molto divertente, e quando nessuno rideva alle sue “battute” ci rimaneva male.
«Però Yugis non ha tutti i torti.» disse Takhys, una donna dai capelli bruni che, come Yugis, prima della fuga gestiva una bottega sulla via principale. «Cosa se ne fa di tutta quella farina? Non ha voluto dircelo.»
«Magari la metterà da parte in caso di emergenza.» disse un ragazzo alto e robusto di cui Fyra al momento non ricordava il nome.
«Ma quale emergenza?» sbottò una donna magra e dall’aspetto fragile cui Fyra non aveva mai chiesto il nome. «Il nostro viaggio è finito!»
«Già, siamo al sicuro adesso.» sussurrò una voce che Fyra non riconobbe. Il che era strano, era convinta di aver ascoltato abbastanza discussioni nelle ultime settimane da ricordarsi a memoria il timbro di ogni occupante della tenda.
«Esattamente!» disse Takhys. «Dopo settimane di viaggio, adesso dovremmo poterci rilassare e mangiare a sazietà. Invece sembra quasi che l’Esarca voglia continuare a razionare il cibo.»
«Già! E io non ne posso più!» Yugis si batté una mano su una gamba. «Voglio dire, questa roba…» si interruppe, come se fosse timoroso di continuare.
«Questa roba? Vai avanti.» di nuovo quella voce sconosciuta.
«N-No, lasciamo perdere.»
«“Questa roba è stata data a noi, non all’Esarca.” Era questo che volevi dire, giusto?»
Yugis non rispose, ma sul capannello di persone calò un’ombra tetra.
Fyra adesso stava attivamente cercando tra i volti intorno a sé quello a cui apparteneva la voce sconosciuta, ma non riusciva a trovarlo. C’erano Yugis, Pol, Epideks alla sua sinistra, poi la donna magra, il ragazzo robusto, Takhys…
Quest’ultima prese la parola, con qualche esitazione: «Beh, in un certo senso è vero. Voglio dire, il signore di Istak ci ha fatto questo dono per sfamarci, non per… qualsiasi cosa ci voglia fare quella ragazza.»
«“Quella ragazza” è la nostra Esarca.» intervenne Epideks con tono severo.
«Solo perché suo padre è morto.» rispose Yugis, sibilando. «Io seguivo lui, perché sapevo che aveva a cuore i suoi concittadini. Con lei, non ne sono così sicuro.»
«Allora… perché continuare a seguirla?» la voce sconosciuta era poco più di un bisbiglio, eppure sentirono tutti benissimo.
E finalmente Fyra lo trovò.
Là, tra la donna magra e il ragazzo. Era in ombra, per cui non riusciva a vederlo bene, ma notò i capelli corti neri, gli occhi scuri… e nient’altro, perché il ragazzo si spostò leggermente e lo nascose alla vista, prima di dire: «Non dovremmo parlare di queste cose.»
Gli rispose la donna magra: «Oh no, invece ne parleremo! È una domanda legittima! Perché dobbiamo continuare a seguirla?»
Le fece eco Yugis: «Io sono un libero cittadino, e se voglio posso andarmene da questo accampamento e cercarmi una casa qui ad Istak! Almeno il signore Zamoshan sembra tenerci a me e alla mia famiglia!»
Fyra non aveva abitudine di entrare in queste discussioni: di solito qualcuno, spesso Yugis, le urlava di stare zitta e a lei iniziavano a prudere le mani; inoltre quel giorno era già di cattivo umore per conto suo, per cui non ne valeva la pena. Ma a quel punto fu comunque molto tentata di parlare.
«Beh, buona fortuna, imbecille.» Parlò invece Pol, a voce più alta del solito. «Credi davvero che ti troverai meglio? Guardati intorno. Qui non funziona come a Elis. Abbiamo ricevuto quel cibo solo perché siamo ospiti. Diventa cittadino di Shavek e vedrai come il tuo nobile signore ti ignorerà! Sempre che qui abbiano il concetto di “cittadino”! Apri gli occhi e chiudi quella bocca!»
Fyra ammise che non avrebbe saputo dirlo meglio. Pol condivideva con lei una scarsa simpatia per l’Esarca, e in più come lei non era così sciocco da credere che un altro governante gli avrebbe reso la vita migliore. Tanto valeva tenersi quella che conosceva.
«Pol ha ragione.» disse Kydalim, che all’improvviso si era alzato e si era unito al capannello. «Smettete di fare questi discorsi e cuciniamo qualcosa con la farina che abbiamo. Sono certo di non essere il solo ad avere fame.»
«Grazie, Polemos.» disse il vecchio Epideks, che con il lavoratore del porto usava sempre il nome intero. «Per il bene di tutti, facciamo finta che questa discussione non sia mai avvenuta. E come ha detto Kydalim, prepariamo qualcosa da mangiare. La fame porta cattivi pensieri.»
Lentamente, uno a uno, si alzarono tutti e uscirono, diretti al fuoco poco fuori dalla tenda.
Fyra cercò con lo sguardo l’uomo che aveva scorto per un attimo.
«Kydalim. Chi era quello?»
«“Quello”, chi?»
«Quello che ha chiesto perché continuare a seguire l’Esarca.»
«Non era Yugis? La voce mi sembrava la sua.»
«No, no, era un altro.»
«Allora non l’ho visto, mi dispiace.»
Anche Kydalim uscì dalla tenda. E Fyra lo seguì, senza però riuscire a scacciare la vaga inquietudine che si era fatta strada in un angolo della sua mente.
«Come si dice “Salve, sai dove posso comprare del filo verde”?»
«Perché lo chiedi a me?»
Agatha e Ark si trovavano al pozzo poco lontano dall’accampamento, dall’altro lato della via principale. C’era folla anche per prendere l’acqua. Lei stava riempiendo la sua brocca, lui ne teneva due già piene, una per mano.
«Perché Fyra mi ha detto che tu hai imparato la lingua di qui.» Agatha si permise un sorso d’acqua, prima di ritornare indietro. Si sentì piacevolmente rinfrescata.
Ark mugugnò. «Mi sembrava di averglielo spiegato, io so solo qualche parola che sono riuscito a intuire.»
«E tu dimmi quelle parole, intanto!» Per poco non rovesciò la brocca, ma era una questione urgente.
«Attenta, con quella. Perché ti serve del filo verde, prima di tutto?»
Agatha fu tentata di non rispondergli: non poteva correre rischi. Ma nel tono di Ark non c’era derisione né curiosità maliziosa, solo un bisogno di capire. Sì, lui non era come Fyra.
«Voglio… voglio fare un regalo a Kal.»
«Un regalo?»
«Tra due settimane sarà il suo compleanno. E ho notato che la sua uniforme ha uno strappo qui, sulla spalla. Lui ci tiene molto, così ho pensato che…»
«Hai tenuto conto dei giorni fino al vostro compleanno?» Ark sembrava sorpreso, uno spettacolo raro.
«Beh, sì.»
Ark reagì con uno “hm”, poi si mise in cammino verso l’accampamento. Agatha lo seguì.
Procedettero lentamente, perché i secchi erano pesanti.
A un certo punto, Ark riprese la parola: «Ma tu… sai come ricucire uno strappo, vero?»
«Certo che lo so!» Agatha sollevò una mano e il suo bracciale divenne in un lampo un piccolo ago da cucito. Era molto orgogliosa di aver imparato a plasmare il suo sclerigro in quel modo, e l’espressione impressionata di Ark era esattamente il risultato in cui sperava.
«Complimenti. Non credo sia una cosa facile creare un oggetto così piccolo e preciso.»
«Già.» gli disse lei compiaciuta. «bisogna comprimere la massa e…»
«Però l’hai mai usato?»
L’ago tornò di scatto ad essere un bracciale, e Agatha fu costretta ad ammettere: «N-No. P-Però ho visto spesso i miei genitori cucire, e i miei maestri mi hanno insegnato, quindi non dovrebbe essere così difficile.»
«Ah. Nel caso, puoi sempre chiedere aiuto a Fyra. Credo sia abbastanza brava-»
«A Fyra? Ma sei pazzo? Così lei lo va a dire subito a Kal?»
«Attenta con la brocca. Perché dovrebbe andarglielo a dire subito?»
«Lo sai come è fatta! Se lo lascerebbe sfuggire mentre lo prende in giro!»
«Io non credo lo farebbe.»
«La conosco meglio di te!»
«Va bene, va bene, ma stai attenta con la brocca.»
Le dispiacque essersi fatta prendere dall’emozione in quel modo. Però Ark non poteva capire.
Fecero il resto del tragitto in silenzio. Una volta tornati all’accampamento, Ark prese la strada per la sua tenda e Agatha temette di averlo offeso in qualche modo. Ma lui le indicò una coppia di giare poco lontano e le disse: «Lì dietro è un posto abbastanza tranquillo. Depositiamo i secchi e poi vediamoci lì tra… un giro di clessidra. Ti insegnerò quello che so.»
Il giovane non vide il suo sorriso di gratitudine, ma andava bene così.
«Ah, sì, un’ultima cosa prima di cominciare.» le chiese, senza voltarsi. «Hai parlato con Fyra. Alla fine è riuscita a entrare in città?»
«Sì. Ha detto che è noiosa e non valeva la pena.»
«Tipico di lei.»
«Bevete vostro bicchiere, nobile Gheléna. È buona annata.»
Helena si trovava di nuovo nella reggia di Istak. Per la quarta volta.
Zamoshan sembrava aver deciso di tentare di corromperla con il cibo. Ogni giorno la invitava a pranzo nel suo palazzo, offrendole le pietanze più raffinate e il vino migliore che aveva.
La sala da pranzo era lunga e stretta, con un soffitto alto. Da un lato, una fila di sottili finestre arcuate lasciavano vedere spiragli di cielo azzurro. Davanti a Helena, al di là della tavola e del signore della città, si ergeva una enorme statua bianca: una figura umana la cui testa toccava il soffitto, a braccia allargate con i palmi rivolti verso il basso. Quella statua, unita alla conformazione generale della sala, le faceva pensare che quello originariamente non fosse un luogo adibito ai pasti. Sarebbe stata molto curiosa di indagare, certamente sarebbe stato più piacevole che bere il vino che le veniva offerto.
Purtroppo, dal punto di vista di Helena anche quella “buona annata” aveva un sapore disgustoso. Ma in segno di cortesia prese il bicchiere in vetro e bevve un sorso, senza che il suo sorriso cedesse neanche per un istante.
«Raccolto quest’anno è stato magro. Fortunatamente abbiamo riserve.» disse il signore.
Helena aveva scoperto che, a differenza di suo padre, Zamoshan non riusciva a stare seduto a tavola senza parlare. Le aveva parlato della deplorevole situazione della sua signoria («Banditi dominano campagna, e io non ho abbastanza denaro per assoldare mercenari che mi servono!»), del loro ruolo all’interno della federazione («Se Enver è mente e Hinzan è braccio, noi siamo… sì, noi siamo bocca!»), della propria frustrazione con le altre due signorie («Zanvervek, sì. Eguali, dicono. Eppure ‘vek’ sempre in fondo!»).
Spesso era difficile da seguire, a causa della barriera linguistica, ma Helena era riuscita comunque a cogliere informazioni interessanti e utili.
Suo padre le aveva insegnato che la Federazione era divisa in tre “signorie”: Hinzan, a nord, con capitale Tobor; Shavek, a sud, con capitale Istak; e Enver, a est, con capitale Ossonen. Però al di là dei nomi e delle relative posizioni, non sapeva molto altro. Non conosceva nulla dei meccanismi interni di quella nazione.
Grazie a questi pranzi con il signore di Shavek, Helena aveva imparato che le tre signorie erano legate da una forma di mutua dipendenza economica, tecnologica e militare:
Shavek, il territorio più fertile dei tre, faceva da granaio alla federazione, fornendo alle altre due signorie un sostentamento che da sole non sarebbero mai riuscite ad avere.
Enver ospitava le menti più brillanti della Federazione, e faceva da polo dell’innovazione tecnologica: tutte le armi e i veicoli che aveva visto a Shavek erano stati costruiti là. Tra le altre cose, gli studiosi di Enver avevano inventato una micra con una “canna rotante”, che permetteva di sparare più pallottole senza bisogno di ricaricare, un’arma temibile e superiore a quelle presenti nel Principato.
Hinzan, infine, era una terra fredda e inospitale, che aveva reso i suoi uomini duri come la pietra e privi di paura. Ciò che forniva alle altre due signorie erano proprio quegli uomini: i migliori guerrieri della Federazione erano nativi di Hinzan, assoldati come mercenari dai signori o da chiunque potesse permettersi i loro servizi. Questo colpì molto Helena, abituata com’era all’esercito permanente del Principato.
A forza di ascoltarlo, Helena si era fatta l’idea che Zamoshan non fosse semplicemente un uomo che adorava il suono della propria voce. C’era un entusiasmo sincero nelle sue parole, come se fosse felice di avere finalmente qualcuno a cui dire queste cose. Doveva essere un uomo molto solo, e quasi provava pena per lui.
Quasi. Perché nonostante tutti i discorsi che faceva, il signore non era mai tornato sulla questione della “nuova situazione politica” nel Principato, da lui menzionata nel loro primo incontro.
«A proposito del raccolto, nobile Zamoshan.» gli disse, azzardandosi a prendere la parola ed esercitando tutto il suo tatto. «Ho notato che fuori dalle mura ci sono molto più che campi e fattorie. Direi che quasi metà della popolazione vive all’esterno della cinta muraria. E non sembrano ricevere lo stesso trattamento di chi vive all’interno.»
Il signore le rivolse uno sguardo confuso. «Ma certamente. Loro sono, ehm… selyann.»
Questa volta fu il turno di Helena di essere confusa.
«Perdonate.» riprese Zamoshan. «Non conosco termine in vostra lingua. Forse faccio prima spiegando storia di Shavek e Istak. Città fu fondata stesso tempo di signoria, con grandi battaglie, tanti e tanti… ehm, secoli fa. Coloro che combatterono quelle battaglie sono dvar. Tutti altri sono selyann. Figlio di dvar è dvar, figlio di selyann è selyann. Vivere dentro mura è diritto di dvar, non di selyann. Selyann lavora terra e serve dvar. Dvar protegge e concede frutti di terra a selyann quando merita.»
Helena evitò di esprimere i suoi dubbi in merito ai “secoli fa”. Lo spiacevole punto del discorso era un altro.
«Quindi i “selyann” coltivano la terra fuori le mura, gli “dvar” prendono tutto il raccolto e ne restituiscono in seguito una parte ai contadini?»
«Un poco più complicato ma sì, avete capito sistema. Funziona così anche da voi, immagino.»
Helena prese un respiro profondo. Aveva sentito quello che doveva sentire, ma non aveva intenzione di chiudere qui la discussione.
«No. Noi non abbiamo questo sistema. Non possediamo neanche una parola per cose del genere, nella nostra lingua. Noi crediamo nell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, a prescindere dal loro sangue.»
«Oh.» rispose il signore, con tono sorpreso. «Io ammetto di sapere meno di quanto vorrei su vostro paese, però ora ho bisogno di capire: se voi credete in uguaglianza… perché solo figlio di principe diventa principe?»
La domanda la colse alla sprovvista. Non seppe dare risposta, se non un vago e difensivo: «È… È una questione diversa.»
«Davvero?» Zamoshan poggiò i gomiti sul tavolo, giungendo le mani sotto il mento e guardandola negli occhi. Helena fu certa di scorgere per un istante nel suo sguardo un lampo di compiacimento.
Glielo concesse: se c’era stato un duello verbale, il vincitore era lui.
Ma non aveva importanza. Con quello che Helena sapeva adesso, il prossimo passo da compiere era più che ovvio.
«Non posso costantemente affidarmi a te come interprete, Ergon. Insegnami la loro lingua.»
Fu la sua prima richiesta non appena fu tornata nella sua tenda.
«Insegnarti la loro lingua, mia Esarca? Sarò lieto di farlo, ma richiederà tempo, e…»
«Per il momento mi basta sapere anche solo le basi. Voglio instaurare un legame con questa gente, e per farlo ho bisogno di comunicarci di persona.»
«Ti prego, mia Esarca, lasciami finire.» Anche nella penombra della tenda, Helena riusciva a vedere che quello che ormai era diventato il suo fidato consigliere era in imbarazzo. «Ti insegnerò quello che so, per quello che vale, ma devo confessarti… che io non conosco la loro lingua.»
Lei inarcò un sopracciglio, convinta di non aver sentito bene.
«Quella che conosco è la lingua della Federazione.» continuò Ergon. «È la lingua comune alle tre signorie, che tutti gli abitanti istruiti conoscono e usano per comunicare attraverso i loro confini interni. Non so se le persone con cui tu vuoi instaurare un legame… siano abitanti istruiti.»
Helena si sedette sul suo cuscino, portandosi una mano alla tempia. Questo non lo aveva previsto.
Cosa fare adesso? Aveva l’impressione che se avesse chiesto a Zamoshan le sarebbe stato presentato immediatamente un maestro appropriato, ma naturalmente rivolgersi a lui era fuori discussione, sarebbe stato contrario allo scopo di non dipendere da lui.
La voce di Ergon la riscosse dai suoi pensieri: «Ti… ti ho delusa, mia Esarca?»
Alla vista di quel volto preoccupato, Helena rispose prontamente: «No, no. Sei stato di grande aiuto fino a questo momento, e lo sarai ancora in futuro.»
Rincuorato, Ergon le sorrise, poi disse: «Forse… Forse c’è qualcuno che ti può aiutare.»
Dopo che Helena gli ebbe rivolto di nuovo tutta la sua attenzione, continuò: «Ho notato un paio di giorni fa una persona, una concittadina, che parlava con una negoziante della città e non usava la lingua comune. Non so dove o come l’abbia imparata, ma…»
«Trovala e portala qui. Immediatamente.»
«Sì, mia Esarca.»
Trovò il giovane seduto sull’erba, in disparte, ai margini dell’accampamento.
Stava parlando con un ragazzo vestito di stracci grigi, o meglio stava gesticolando con le mani, mimando delle azioni e ogni tanto accompagnando ai gesti qualche parola che lei non comprendeva. Il ragazzo ogni tanto scuoteva la testa e diceva qualcosa, al che lui ripeteva il gesto e sembrava cercare di imitare i suoni che il ragazzo aveva pronunciato, e ogni tanto annuiva, al che lui passava a un altro gesto.
«Avevo sentito bene allora.» gli disse Helena. Avrebbe potuto mandare Ergon, come per la ragazza, ma dopo aver sentito quel nome aveva deciso di approcciarlo personalmente.
Lui si voltò, rivolgendole con lo sguardo la domanda: “Chi sei e cosa vuoi da me?” Dopo qualche istante sembrò riconoscerla, ma la sorpresa e il dubbio sul suo volto rimasero, anzi aumentarono.
I suoi capelli neri erano leggermente più lunghi dell’ultima volta, ma il naso diritto, la bocca che sembrava non abituata a sorridere e soprattutto gli occhi scuri e freddi non erano cambiati affatto.
Rapidamente, tirò fuori una piccola fetta di pane e la diede al ragazzo, rivolgendogli qualche parola. Il ragazzo sorrise, pronunciò una breve risposta, fece un inchino e se ne andò. Il giovane e Helena adesso erano soli.
«Eri davvero tu, Artor Deutarid.» disse lei.
«Quello è il mio nome.» fu la sua risposta, mentre si alzava in piedi. Ora che si trovava vicina a lui, notò che era alto, più alto di lei, e che anche se non era propriamente “robusto” aveva le spalle piuttosto larghe. Dalla sua postura era chiaro che si sarebbe volentieri congedato da quella conversazione, ma Helena non poteva permetterglielo.
«Sei il figlio del cristallista Deutar Artorid.» disse. Prima di quel giorno non aveva fatto il collegamento tra i due nomi, nonostante fosse ovvio.
Aveva cercato di metterlo a suo agio, ma la sua frase sembrò avere l’effetto opposto.
«Sì. Purtroppo mio padre non ha mai avuto fantasia con i nomi, per cui eccomi qua.» Dal suo tono, Helena sentì di averlo offeso in qualche modo.
«In cosa posso esserti di aiuto, mia Esarca?» Il senso dietro quelle parole era “Bando ai tentativi di convenevoli, vieni al punto.” E lei acconsentì.
«Agatha Eleisina mi ha detto che tu le hai insegnato a parlare la lingua dei nostri ospiti.»
La sua sola reazione fu un sospiro. Helena attese pazientemente per qualche istante un’eventuale aggiunta verbale, poi continuò: «La insegnerai anche a me.»
«No.»
Una risposta così rapida che sembrava che quel giovane non ci avesse nemmeno pensato su. Helena si era aspettata un po’ di resistenza, una certa esitazione magari, ma non un “no” così secco.
«Cosa significa “no”?»
«“No” significa “no”, mi pare piuttosto chiaro.»

Cercò di studiare la sua espressione, per carpire il ragionamento dietro quel rifiuto, che cosa lui stesse pensando, un qualsiasi appiglio da sfruttare… ma non trovò nulla. Era la prima volta che succedeva. E ne fu intimorita.
Le venne in mente il modo in cui lui le aveva risposto la prima volta che lo aveva visto, al porto di Elis.
«Anche se non sei un soldato, resti comunque un cittadino di Elis. Io sono la tua Esarca.»
«Sì, questo fa di me una tua responsabilità. Non uno strumento a cui dare ordini.»
Quella risposta la punse più di quanto lei fosse disposta ad ammettere, ma sentì che si stava facendo strada.
«Allora, se ti dicessi che insegnarmi la loro lingua renderebbe a me più facile garantire la sicurezza tua e degli altri cittadini?»
Lui si portò una mano al mento, prendendosi un istante di riflessione. Poi disse: «Una certa persona che conosco ti direbbe di aver bisogno di più dettagli.»
Helena era prontissima a rispondergli. Gli avrebbe detto il minimo necessario, naturalmente, informazioni che comunque sarebbe stato necessario comunicargli.
Ma prima che potesse dire alcunché, lui continuò: «Tuttavia io non sono quella persona, e la mia risposta resta no.»
Ora la pazienza di Helena si stava esaurendo.
«Ti stai prendendo gioco di me, Artor Deutarid?»
«Tu sei la sola che sta prendendo questo come un gioco, mia Esarca.» Aveva pronunciato il suo titolo con un tono così poco rispettoso che era suonato come un insulto. «Perché non smetti di cercare ragioni per le quali io avrei il dovere di aiutarti?»
Helena rimase senza parole. Non le succedeva spesso. Quel ragazzo aveva compreso immediatamente il suo piano di attacco e lo aveva descritto in una buona sintesi. Capì che sarebbe stata una sfida molto più difficile del previsto.
«Che cosa mi suggerisci di fare allora?» disse alla fine. Non le piaceva mostrare il fianco in questo modo e offrire la guida della discussione a lui, ma non vedeva altra scelta. Si rassicurò dicendosi che era solo temporaneo, una mera finta in questo duello di intelletti.
«Prova a farmi venire voglia di aiutarti, ad esempio.»
Tutto qui? Helena ne fu quasi delusa.
«Qualsiasi cosa tu chieda in cambio, sono certa che sapremo giungere a un accordo.»
La risposta di lui fu un altro sospiro frustrato.
«Quando non riesci a costringere una persona a far quello che vuoi, il tuo primo istinto è di comprarla? Sono quasi deluso.»
Qualcosa dentro Helena scoppiò.
«E allora perché non mi dici di preciso che cosa vuoi!? Come faccio a convincerti ad aiutarmi? Perché non vuoi farlo!?»
Si rese conto di aver alzato la voce solo dopo aver finito. Fortunatamente erano abbastanza lontani dalle altre persone e lei non aveva esattamente urlato, per cui nessuno sembrò aver sentito. Era una preoccupazione di meno, ma il fatto che questo individuo era riuscito a farle perdere le staffe restava. Si vergognò di se stessa.
«Finalmente hai posto la domanda che avresti dovuto fare all’inizio.» Helena continuava a far fatica a leggere le sue emozioni, ma ebbe l’impressione che sul volto di Artor Deutarid fosse comparsa un’espressione soddisfatta.
La domanda che avrei dovuto fare all’inizio?
«Sin dall’inizio di questa discussione hai parlato come se il perché del mio rifiuto non avesse importanza… o come se avessi paura a chiederlo.»
Aveva ragione. Chiedere esplicitamente una cosa del genere equivaleva a una resa, per cui cercava sempre di fare a meno di doverla chiedere, fidandosi del proprio intuito.
Ma forse… forse la sola a vedere questa conversazione come una battaglia era lei stessa.
…Sì, meglio vederla così che ammettere di aver perso un confronto verbale.
«E va bene. Perché no? Hai accettato di insegnare ad Agatha Eleisina, quindi perché rifiuti di insegnare a me?»
Lui fece un respiro profondo prima di rispondere.
«Prima di tutto, come Agatha avrebbe dovuto spiegarti, io ho ben poco da insegnare. La mia conoscenza è molto approssimativa.»
«Lei me lo ha spiegato.» Helena si aspettava che lui dicesse qualcosa del genere, era proprio come quella ragazza le aveva detto. «Ma per quanto approssimativa, la tua conoscenza è sufficiente per ciò che mi serve al momento. Mi basta saper pronunciare un paio di frasi.»
«Secondariamente,» continuò lui, ignorandola, «ora non ricordo bene ma mi pare che se non altro Agatha, che è una persona che conosco da molti anni… me lo abbia chiesto gentilmente.»
Non c‘erano dubbi. Adesso lui si stava prendendo gioco di lei.
«Potresti insegnare anche a me quel poco che sai della loro lingua, per favore?»
«A una condizione.» Di nuovo, sembrò non esserci stato nemmeno a pensare su.
Quindi alla fine un prezzo c’è.
«Quale condizione?»
«Cosa ti guida? Qual è lo scopo delle tue azioni? Che obiettivo vuoi raggiungere? Prova a rispondere a questa domanda.»
Per la seconda volta durante quella discussione, Helena pensò Tutto qui?
«Proteggere i cittadini e costruire un Principato migliore.»
Non si aspettava sarebbe stato così semplice. Era la risposta che si era addestrata per anni a dare, ogni volta che qualcuno faceva una domanda simile a lei o a suo padre.
Eppure, Artor Deutarid sospirò.
«Ecco, la mia condizione è questa, mia Esarca.» disse, guardandola all’improvviso negli occhi. Helena si accorse che non erano scuri, ma di un castano così vicino al nero da essere difficile distinguerli a meno che la luce non li colpisse. E di nuovo, come quando lo aveva conosciuto, in essi vide un sentimento indecifrabile ma intenso, che la inquietò.
«Se non vuoi dirmi la verità non la pretenderò, rifiutati di rispondermi. Ma se vuoi che io ti obbedisca, allora non mentirmi. Probabilmente non te ne accorgi, ma guardandoti è facile capire quando dici una bugia. Me ne sono accorto quando parlasti ai cittadini prima di lasciare la foresta. Adesso come quel giorno, tu non credi a una parola di quello che hai appena detto.»
Ci volle tutto l’autocontrollo di Helena per non trasalire.
«Te lo chiederò una seconda e ultima volta. Cosa ti guida? Qual è lo scopo delle tue azioni? Che obiettivo vuoi raggiungere?»
Sotto quello sguardo, Helena si sentì di nuovo come una bambina piccola, che aveva fatto arrabbiare suo padre e non sarebbe riuscita a farla franca con una bugia.
«M-Mi rifiuto di rispondere.»
Il giovane uomo distolse lo sguardo. «Come vuoi. Lo accetto.»
Helena si scoprì a tirare un sospiro di sollievo.
«Possiamo cominciare anche subito, se tu lo desideri.» Artor Deutarid era tornato a sedersi, e le fece segno di sedersi accanto a lui.
«Allora.» disse, come se l’ultimo giro di clessidra di conversazione non fosse mai avvenuto. «Quali sono queste frasi che vuoi saper pronunciare?»
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