«Liberi di visitare la città quando vogliamo un accidente!»
La guardia al cancello rispose a Fyra con una sequenza di suoni strani e alieni.
«Sì, sì, tanto non ti capisco!»
Questo provocò nell’uomo una reazione. Si ammutolì per un istante, poi indicò il cancello chiuso e il cielo ormai buio, pronunciando suoni e dando l’impressione di stare scandendo ogni “parola”.
Se c’era una cosa che Fyra detestava, era essere presa per stupida, e sentiva che prenderla per stupida era esattamente ciò che la guardia stava facendo. E dopo la coda che aveva fatto per arrivare fino ai cancelli, solo per vederseli chiudere in faccia, la sua già scarsa pazienza era al limite.
La sola cosa che le impediva di conciarlo per le feste era la micra che portava alla cintura: notò che era diversa da quelle in uso nel Principato, era più massiccia e aveva una forma strana, con una canna larga, spessa e bizzarramente triangolare.
«Credo stia cercando di dirti che i cancelli sono chiusi di notte.»
Fyra ebbe un sobbalzo. Non si era accorta di Ark alle sue spalle. Era da tanto che non succedeva.
«Adesso vuoi dirmi che sai la loro lingua?» Fyra emise uno sbuffo incredulo.
«No. Ma credo che i gesti e il tono parlino da soli.»
Con Ark era sempre così: potevi parlargli con rabbia o canzonarlo, su di lui non aveva nessun effetto. Le parole gli scorrevano addosso come acqua.
Il che non voleva dire che non sapesse graffiare.
«Piuttosto: avevi davvero intenzione di aggredire una guardia armata? Non sei più ad Elis.»
«Che importanza ha? Prima di tutto, ha cominciato lui!»
«Mi dispiace con tutto il cuore per Kal.»
«E questo cosa vorrebbe dire?»
«Niente.»
Quasi non si accorse che mentre parlavano si erano allontanati dai cancelli. Si era resa conto che chiacchierare così con Ark le era mancato. Negli ultimi anni le occasioni per parlare in questo modo si erano fatte sempre più rare. Fyra fu felice di vedere che lui non era cambiato così tanto.
Poco tempo dopo, i cancelli si aprirono di nuovo. Ma se Fyra pensò per un istante di poterne approfittare per entrare e finalmente vedere la città, Ark la trattenne.
Dalle porte uscì una grande processione di uomini e donne vestiti di grigio. Portavano un enorme calderone fumante, una grossa tavola con tre larghi vassoi in metallo e due botti. Erano guidati dall’uomo che prima aveva proclamato che erano liberi di visitare la città.
«Popolo di Antrakhora!» disse, dopo che la processione si fu fermata davanti al loro accampamento. «Come già detto, il cibo e l’acqua di Istak sono vostri. Domani vi verrà distribuita della farina con cui cucinare, ma per stasera il grande Zamoshan vi offre questo modesto banchetto, in segno di rispetto e amicizia!»
I vassoi vennero scoperti, rivelando decine e decine di piccole forme di pane rotonde.
«Servitevi liberamente del nostro pane bogach e del nostro vino lagia, ce n’è abbastanza per tutti voi. E per ciascuno c’è anche una porzione di zuppa! A chi non possiede una ciotola o un boccale, ne verrà fornito uno. Mangiate e bevete, e siate felici!»
La folla che lo ascoltava non se lo fece dire due volte. Tra grida di giubilo, gli affamati profughi di Elis si avventarono sui vassoi e sulle botti.
Ark li seguì. Fyra invece trattenne l’impulso di mettersi a sgomitare e si mise in fila per la ciotola di zuppa, un gesto che quasi sorprese anche lei, considerato quel che era successo poco prima, ma fortunatamente sembrava proprio che l’uomo che aveva parlato avesse ragione: per quanto fosse difficile crederci, ce n’era davvero abbastanza per tutti.
Una volta servita da una donna in grigio, si fece strada fino a uno dei vassoi e prese tre di quei dischi di pane. Al tocco avevano una consistenza strana, e guardandoli meglio si accorse che erano stati fritti, non cotti al forno.
Come ultima tappa, infine, prese un boccale di vino, dopodiché si allontanò dalla calca, rintracciò di nuovo Ark e si sedette vicino a lui, per mangiare in tranquillità. Non le sarebbe dispiaciuta la compagnia anche di qualcun altro, magari di Kal, ma la cosa importante al momento era mettere qualcosa di saporito sotto i denti dopo settimane di cibo razionato.
La zuppa aveva un gusto particolare, ma non era male. Il vino tuttavia era orribile, era stato mischiato a qualcosa che lei non riusciva a riconoscere, ma che le lasciava una sensazione gelida in bocca, tutto il contrario del caldo vino che nel Principato bevevano durante le feste. Ark non aveva abitudine di parlare mentre mangiava, ma a giudicare dalla sua espressione condivideva l’opinione di lei sulla bevanda.
Con un po’ di timore, Fyra addentò uno dei dischi di farina fritta. Erano salati, croccanti ai bordi ma soffici al centro. Molto più buoni di quanto si aspettasse. Finì il primo senza neanche accorgersene.
A quel punto, all’improvviso, fu conscia che qualcuno la stava osservando. Il suo istinto, affinato in anni con l’aiuto di suo padre, non l’aveva mai delusa, per cui si guardò intorno con attenzione.
Ma non ebbe bisogno di aguzzare troppo la vista. La bambina non sembrava molto brava a nascondersi. La stava guardando dall’ombra di un vicolo tra due case, acquattata dietro un angolo poco lontano. Quando lo sguardo di Fyra incrociò il suo, fece un balzo all’indietro e cadde per terra.
Fyra non riuscì a impedirsi di sghignazzare, ma smise immediatamente quando una delle guardie abbaiò qualcosa alla bambina, avvicinandosi con fare minaccioso. Sembrava stesse cercando di scacciarla.
«Ehi, ma che succede?» chiese, alzandosi e avvicinandosi alla scena.
La guardia si voltò con uno sguardo sorpreso, e iniziò a dirle qualcosa con un tono bizzarramente rispettoso, ma lei naturalmente non capiva la sua lingua. Indicò più volte la folla intorno alla tavola e poi la bambina, che sembrava terrorizzata.
A guardarla più da vicino, Fyra si accorse che indossava abiti grigiastri, sporchi e rattoppati in più punti, troppo larghi per lei.
Spostando lo sguardo sulla tavola, finalmente si rese conto degli uomini armati che avevano formato con discrezione un cerchio intorno al banchetto, mentre all’esterno di esso spuntavano qua e là uomini e donne smunti, vestiti di stracci e dall’aria triste e affamata.
«Credo stia dicendo che il suo compito è impedire a quella bambina o ad altri come lei di “rovinarci” la festa di stasera.» disse Ark, che l’aveva seguita.
Questa volta Fyra aveva capito anche senza spiegazioni.
«Se è così,» esordì, rivolta alla guardia, «allora da qui in poi ci penso io. Tu te ne puoi anche andare, capito?»
La guardia le rivolse uno sguardo interrogativo.
«Ho detto che non ho bisogno che voi mi “proteggiate” da questa bambina. Sciò, forza!»
Anche se l’uomo non capiva le parole, come aveva detto Ark prima i gesti e il tono furono sufficienti a fargli capire cosa lei intendeva. Con un’alzata di spalle se ne andò, lasciando loro due soli con la bambina.
«Va tutto bene adesso, se n’è andato.» le disse Fyra, cercando di rassicurarla. «Forza, vai a casa adesso.»
Ora che la tensione era passata, si era resa conto di avere ancora fame, e non vedeva l’ora di mangiarsi il secondo disco fritto (come lo aveva chiamato quell’uomo? “bogach”?), che ancora teneva in mano. Fece per portarselo alla bocca, quando vide che la bambina non si era mossa di un passo.
Era immobile, con lo sguardo fisso proprio sul disco e la bocca aperta.
«Oh. Vuoi questo.»
Si era creata una situazione piuttosto imbarazzante.
«S-Senti, piccolina, so che probabilmente hai fame, ma ne ho anche io, sai. Ark, su, aiutami, dille che non ne ho abbastanza per lei.»
«Te l’ho detto, io non so la loro…»
Uno strillo coprì la fine della frase.
Voltandosi di nuovo verso la tavola imbandita, Fyra vide che a urlare era stata una donna, afferrata da due guardie nerborute. Non la riconobbe. Non era una cittadina di Elis.
«Ecco, bravi, buttatela fuori!» gridò una voce che Fyra invece, con sommo dispiacere, riconobbe.
«Oh, no…» sentì Ark mormorare alla sua sinistra.
Ma fu la bambina a sorprenderla, scattando in avanti verso la donna immobilizzata e urlando una parola che, a prescindere dalla lingua, avrebbe capito ogni essere umano.
«Mama! Mama!»
Gli uomini trascinarono la donna lontano dalla tavola e fuori dal cerchio di guardie, dopodiché la gettarono di peso in una pozzanghera. La bambina corse da lei e la abbracciò, dicendo qualcosa con tono preoccupato. La donna si rialzò e la accarezzò, rassicurandola.
«Questo è il minimo che ti meriti!» urlò compiaciuta la stessa voce di prima, dall’interno del cerchio. E questa volta Fyra era abbastanza vicina da vedere Semna Tritina gongolare insieme a un’altra decina di persone.
Fyra voleva bene ad Ark. Ma sua madre era una di quelle persone che lei non riusciva a non odiare. Arrogante e presuntuosa, non aveva mai nascosto a nessuno di considerarsi superiore alle persone che aveva attorno, in virtù delle ricchezze e del potere di suo marito. Fyra era convinta che semplicemente non fosse capace di non guardare il prossimo dall’alto in basso, a prescindere dalla situazione.
«Guardatela, questa pezzente! Non si capisce nemmeno dove finisce il vestito e dove comincia la sporcizia!» disse, ridendo. E quelli che aveva intorno ridettero insieme a lei. Una risata nervosa, poco sincera, ma una risata comunque. Non volevano rischiare di contraddirla.
Fyra si precipitò ad aiutare la donna prima ancora di rendersi conto di cosa stava facendo. Quando si chinò a terra, quasi non si accorse di essersi sporcata i pantaloni. Sentì distrattamente Ark chiedere: «Hai finito, Madre?»
«Artor! Dov’eri finora? Hai preso la tua porzione? Spero di sì, altrimenti quasi certamente ti è stata rubata da gente come quella là!»
Dentro di Fyra, qualcosa scattò.
«Era solo affamata!» disse, praticamente ruggendo, rivolta alla donna dietro le guardie. «Come tutti noi fino a meno di un’ora fa! Come fai ad essere così… così crudele?»
Semna fece un passo indietro, intimorita. Ma poi scoprì i denti in un’espressione di estremo fastidio.
«Perché strilli, stupida ragazzina maleducata? Ecco cosa succede a crescere con genitori troppo permissivi! Non sanno cosa sia il rispetto!»
Le risate questa volta furono meno convinte.
«Affamata come noi, dici?» riprese. «E anche se fosse? Questo è il nostro banchetto, questo cibo è per noi! Se lei muore di fame non è un problema nostro! Tu la capisci questa logica, non è vero, Artor?»
«Perfettamente, Madre.» disse lui, con un tono così gelido che per un istante a Fyra venne paura.
«Ci tieni tanto a saziare quelle due straccione, ragazzina?» riprese Semna. «Ti fanno tutta questa compassione? Allora dagli tu da mangiare, dalla tua porzione, invece di chiedere a tutti noi di rinunciare a parte della nostra! Anche noi abbiamo fame, lo hai detto tu stessa!»
Fyra strinse i denti. Lo stava dicendo in modo veramente odioso, ma non aveva torto.
«Però non lo farai. Perché anche tu hai fame, come tutti.» Semna sbuffò. «Tipico dei giovani cresciuti nella bambagia! Sempre pronti a sacrificare la roba altrui, mai la pro-»
Non finì la frase.
A Fyra non importava più.
Sapeva di stare agendo d’impulso, una cosa che in tanti avevano cercato di insegnarle a non fare,e sapeva che se ne sarebbe pentita.
Ma non le importava.
Prese i due dischi di farina fritta che le restavano e ne offrì uno alla bambina e uno a sua madre.
«Prendeteli.»


Le due restarono interdette. La bambina la guardava incredula, la madre sembrava più diffidente. Ma dopo un momento, accettarono entrambe il dono e iniziarono subito a mangiare. Dall’espressione della bambina, Fyra capì che gradiva molto.
«Ohh, sarai fiera di te adesso, vero, ragazzina?» di nuovo la voce tagliente di Semna. «Come vuoi. Che nessuno si azzardi a offrirle da mangiare! Ha dato di sua spontanea volontà la sua porzione a qualcun altro, che si sfami del proprio altruismo da quattro soldi!»
Qualcuno tra le persone intorno a lei tossì imbarazzato. Qualcun altro alzò lo sguardo al cielo, qualcun altro ancora scosse la testa cercando di non farsi notare. Semna aveva autorità, ma certamente non a sufficienza da imporsi sull’intero accampamento.
L’attenzione di Fyra fu richiamata da uno strattone ai suoi pantaloni, che adesso avevano preso lo stesso colore grigio sporco degli abiti della bambina.
Era stata proprio lei a strattonarla: la piccola rivolse a Fyra un sorriso, e poi disse una singola parola, prima di correre dietro a sua madre, che fece un inchino e si allontanò nella notte.
«Credo quello fosse un “grazie”.» disse Ark, porgendole silenziosamente uno dei due dischi di farina che gli erano rimasti.
«Artor! Che cosa ho appena detto!?» gridò Semna, mentre Fyra prendeva il disco.
Ark si allontanò in direzione della sua tenda, e passando accanto a sua madre, le disse: «Io non le ho offerto nulla, Madre. È lei che lo ha preso.»
Quando il banchetto fu finito, Helena si ritirò nella sua tenda.
L’incidente con la “ladra” le aveva fatto passare l’appetito, per molteplici motivi.
Prima di tutto, era accaduto così in fretta che le sue guardie non avevano avuto il tempo di reagire, avevano fatto tutto quelle di Istak. Ci avevano fatto una pessima figura.
Secondariamente, ora che aveva visto la povertà di coloro che vivevano fuori dalle mura della città, l’intera “festa” le pareva uno scherzo di cattivo gusto e un segno di scarsissimo acume: far banchettare loro davanti agli occhi di chi moriva di fame avrebbe creato risentimento, verso Zamoshan ma soprattutto verso i profughi stessi. Che cosa aveva in mente il signore?
Infine, sì, infliggere un simile trattamento a persone che cercavano soltanto da mangiare sarebbe stato inaccettabile nel Principato. Almeno, nel Principato che suo padre voleva. L’indomani mattina avrebbe parlato ai suoi concittadini, specialmente alla donna che aveva inveito così tanto contro la “ladra”, e gli avrebbe ricordato quali erano i loro princìpi. Un evento simile non doveva verificarsi di nuovo.
Ma ora aveva una cosa più importante a cui pensare.
Lentamente, estrasse talla tasca il foglio di carta che aveva occupato la sua mente per tutta la serata.
Lo aprì, e lesse i caratteri scritti su di esso, in una grafia esitante, da qualcuno che però aveva una perfetta padronanza della sua lingua.
“Qualunque cosa tu faccia, non accettare l’ospitalità del Signore Zamoshan. Non trasferirti nel suo palazzo, non sarai al sicuro lì. Resta nel tuo accampamento.
Ti contatteremo di nuovo.
Fino ad allora, non fidarti di nessuno.
All’interno di queste mura, tu non hai amici.”
Conclusa la lettura, Helena sbuffò in modo quasi divertito. Ringraziò mentalmente l’anonimo autore, se non altro per aver confermato qualcosa che lei sospettava già.
Si coricò sulla sua branda e chiuse gli occhi.
Avrebbe rispettato il consiglio e avrebbe aspettato di essere contattata di nuovo. Ma non senza far niente.
Se non ho amici dentro le mura, forse ne troverò al di fuori…
Le due piccole luci nel cielo erano già tramontate da molto tempo, quando la porta della gabbia venne aperta.
Una mano inanellata fu poggiata con gentilezza sulla sua testa, dopodiché il Padrone lo tirò fuori dalla gabbia.
E lui seppe che era giunto il momento.
Il Padrone aveva comprato lui e i suoi fratelli tanti mesi prima, in un luogo lontano.
Era un uomo buono, il Padrone. Non gli faceva mai mancare né cibo né acqua, e la sua gabbia era spaziosa e confortevole.
Ogni tanto, lui aveva visto il Padrone prendere uno dei suoi fratelli e portarlo fuori dalla gabbia. A volte tornavano, ma solo dopo molti giorni.
Ed ora era venuto il suo turno.
Il Padrone gli legò alla zampa un piccolo oggetto metallico, poi, tenendolo con attenzione, lo portò in cima alla torre.
Il cielo sconfinato, percorso da nuvole mosse dal vento, lo riempì di tutta l’emozione di cui era capace il suo piccolo cervello. Aveva capito cosa stava per succedere.
Il Padrone gli diede un’ultima carezza.
E poi gli fece spiccare il volo.
Lui spiegò le sue ali, nere come la notte intorno a lui, e solcando le correnti d’aria si diresse nella direzione in cui sapeva che era tramontata la grande luce che vedeva di giorno.
Era passato tanto tempo, e aveva viaggiato molto lontano. Ma sentiva che quella era la direzione giusta.
Lui voleva bene al Padrone. E se il Padrone lo avesse accolto di nuovo, avrebbe volentieri ripreso il suo posto nella sua gabbia, in futuro.
Ma quella notte, lui sarebbe tornato oltre la pianura, oltre la foresta e oltre il fiume, nel nido in cui si era schiuso il suo uovo.
Nemmeno il piccolo contenitore legato alla sua zampa aveva più la minima importanza.
Quella notte, lui sarebbe tornato a casa.
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