La reggia di Istak era una piramide cava a gradoni, una struttura simile al Grande Palazzo di Arlis.
Silen condusse Helena e il capitano Astor di nuovo all’esterno, su per la larga scalinata che portava alla cima della piramide e infine dentro una vasta sala con un alto soffitto.
Fregi dorati adornavano le pareti: figure alate, cerchi dentro altri cerchi, l’immagine di un grande sole che spandeva i suoi raggi di luce. Questi facevano da contorno ad affreschi colorati e a candidi rilievi, scene che forse raccontavano una storia: cinque persone sedute a un tavolo; una figura che sembrava osservare la notte stellata; una nave in un mare in tempesta; una scena di battaglia, in cui risaltava un guerriero che impugnava un grosso martello; un uomo e una donna davanti a un grande albero.
Helena riconobbe le scene: aveva visto immagini simili anche nella Rocca. Ma ad Elis ogni figura era stata deturpata in modo deliberato, perdendo la faccia e le mani, in certi casi persino tutte le braccia e le gambe. Si sarebbe volentieri fermata a studiare quelle scene e i loro peculiari protagonisti ora che poteva finalmente vedere le loro fattezze, ma il suo sguardo fu guidato fino all’uomo seduto sul trono in fondo alla sala.
Indossava una lunga veste rosso scuro. Una stola gli avvolgeva le spalle e gli scendeva lungo il petto, andando a formare una Y dorata. Dal copricapo rotondo che aveva sul davanti qualcosa di simile a un diadema spuntavano ciuffi di capelli castani. Dello stesso colore erano la corta barba, i baffi curati e le sottili sopracciglia, che in quel momento erano inarcate in un’espressione curiosa mentre guardava Helena avvicinarsi.

Si voltò per un istante verso una persona alla sua destra e disse qualcosa, a voce troppo bassa perché Helena potesse sentire. E la persona se ne andò, uscendo da una porta poco lontano, prima che Helena potesse anche solo farsi un’idea del suo aspetto.
Arrivati a cinque o sei passi dal trono, Silen si fermò e si genufletté. Il capitano Astor fece immediatamente lo stesso, come se fosse pronto da tempo. Helena restò interdetta, prima di chinare il capo e cominciare a piegare anche lei un ginocchio.
«No, no!» la fermò una voce dal pesante accento. «Nobile Gheléna, non c’è bisogno.»
Helena rialzò lo sguardo, leggermente sorpresa dal tono acuto di quella voce, che non riusciva ad associare al fisico dell’uomo sul trono.
«Voi siete nostra stimata ospite.» continuò, facendole cenno con la mano di rialzarsi.
«Sono molto grata per questa ospitalità…» rispose lei mentre si rimetteva in piedi, ma non riuscì a concludere la frase, presa da un dubbio su come rivolgersi al suo interlocutore e confusa dal suo uso del “voi”.
«Nobile Zamoshan.» le sussurrò Silen, venendole in soccorso.
«Nobile Zamoshan.» ripeté lei. «La tua-»
«La vostra…»
«La v-vostra generosità non sarà dimenticata.»
Il signore le sorrise. «Non preoccupatevi di questo. Piuttosto, permettetemi di offrirvi mie condoglianze per il nobile Stefan.»
Helena ebbe un sussulto. Le era sembrato strano che nessuno finora avesse espresso sorpresa all’assenza di suo padre.
Zamoshan sembrò comprendere la domanda inespressa. «Lo aveva scritto in sua lettera. Sapeva che probabilmente sarebbe morto prima di arrivare qui, e aveva chiesto di trattare voi con stesso rispetto che avremmo riservato lui.»
Padre… Lei chiuse gli occhi, rivolgendogli un pensiero silenzioso. Ma immediatamente la menzione della lettera le fece venire in mente un’altra questione.
«Dove sono adesso le guardie che vi hanno portato la lettera, nobile Zamoshan?»
Per un singolo istante il signore si irrigidì, poi sul suo volto comparve rapidamente un’espressione di sorpresa e confusione.
Ma non abbastanza in fretta da impedire a Helena di cogliere il lampo di paura che era passato dai suoi piccoli occhi scuri.
«Le ho rimandate da voi non appena mi hanno consegnato lettera. Non sono tornate?»
Helena scelse di scuotere la testa e fare finta di niente, ma interiormente era giunta a una conclusione inequivocabile.
Quest’uomo sta mentendo.
Il perché al momento restava un’incognita, ma Helena era certa che Zamoshan le stesse nascondendo qualcosa.
Lui sospirò, poi si alzò dal trono e si diresse a una grande finestra alla sua sinistra.
«Avrei dovuto farle accompagnare, ma non ho soldati a sufficienza. Purtroppo pianure sono piene di pericoli, primo tra tutti i banditi.» disse, guardando all’esterno, verso le mura. «Sono davvero costernato. Colpa di questa perdita è solo mia.»
Quelle scuse sembravano quasi sincere, ma Helena le ignorò. «Banditi?»
«Sì, esattamente. Sbandati, disertori, criminali armati e organizzati. Li avrete anche in vostro regno, immagino.»
«Antrakhora non è un regno.» Helena si sentì punta sul vivo.
«Oh, certamente. Perdonate mia povertà di linguaggio.» Il signore chinò il capo contrito. «Comunque, banditi sono principale motivo per cui abbiamo costruito quelle mura.»
Helena evitò di dirgli che sapeva per certo che quelle mura erano lì da prima che l’intera signoria esistesse. Se Zamoshan stava cercando di impressionarla, che pensasse pure di starci riuscendo.
«Ma voi non avete nulla da temere, nobile Gheléna. Fintanto che resterete qui a interno di mura, sarete al sicuro.»
Finalmente, lei cominciò ad avere dei sospetti su dove questa conversazione fosse diretta. «Fintanto che resterò all’interno delle mura, nobile Zamoshan?»
«Ma certamente!» rispose lui con un sorriso. «Un intero piano del palazzo è a vostra disposizione, per tutto tempo in cui ci degnerete di vostra presenza.»
«E i miei concittadini?»
«Per quanto riguarda vostra gente…» l’espressione del signore si fece dispiaciuta. «…capite bene che non possiamo ospitare tutti in maniera permanente a interno di mura. Ma vi assicuro che se si verificherà emergenza troveremo modo di accoglierli.»
Adesso ho capito.
«E le mie guardie?»
Di nuovo, per un istante sul volto di Zamoshan comparve paura.
«Abbiate pazienza. Per ragioni di sicurezza, non posso permettere a persone armate che non sono mie guardie di sostare in questo palazzo o a interno di mura. Vostra persona non sarà comunque a rischio, nobile Gheléna. Da ora in poi sarete sotto mia protezione.»
Esattamente quello che lei si aspettava.
«Avete la mia gratitudine, nobile Zamoshan.» gli rispose, con la massima cortesia e il miglior sorriso che fosse in grado di sfoggiare. «Valuterò la vostra proposta nei prossimi giorni, ma per stanotte desidero restare con la mia gente.»
Il signore le restituì il sorriso, ma non le sfuggì il modo in cui aveva stretto i pugni. «Sì, perfettamente comprensibile. Non è mia intenzione costringervi. Avremo modo di riparlarne, in futuro. Sarete sempre benvenuta.»
A quel punto, l’uomo distolse la sua attenzione, dando segno che per quanto lo riguardava il colloquio era finito. Helena fece per andarsene, ma poi le venne in mente una cosa.
«Prima che si faccia troppo tardi, nobile Zamoshan, un’ultima domanda.» Non so quanto posso fidarmi, ma qualsiasi informazione sarà meglio di niente. «Vi sono arrivate notizie da Dysis? Cosa sapete della loro situazione?»
Zamoshan alzò lo sguardo al cielo, come se non si aspettasse quella domanda. «Diesis? Diesis è come è sempre stata.»
Helena sospirò. Il piano di suo padre prevedeva che Dysis intervenisse in suo aiuto, impegnando il Reggente su due fronti. Fino a quel momento, una piccola parte di lei aveva comunque sperato che almeno parte del piano fosse stata messa in moto.
Quasi le sfuggì l’osservazione fatta a mezza voce dal signore: «Penso che nuova situazione politica li ha resi esitanti, come tutti.»
«Nuova situazione politica?»
Per la terza volta durante quel colloquio, Zamoshan diede segno di starle nascondendo qualcosa. «Ah, lasciate perdere. Anche di questo avremo modo di riparlare in futuro. Ora si è fatto tardi, sole è quasi svanito oltre orizzonte. Se volete riunirvi a vostra gente, dovete partire ora, cancelli presto saranno chiusi. Andate.»
«Cosa ne pensi, mia Esarca?» le chiese Astor, mentre discendevano di nuovo la grande scalinata, questa volta senza Silen ad accompagnarli.
«Quell’uomo vuole isolarmi. Mi ha offerto una gabbia dorata in cui sarei in ogni istante alla sua mercé. Non so ancora quale sia il suo obiettivo, ma sono già certa che non coincida con il nostro.»
«Ho avuto la stessa impressione. Non possiamo fidarci di lui.»
«…Mi stavi mettendo alla prova, Astor?»
Il capitano non rispose, ma anche nella luce calante Helena colse il raro sorriso che era comparso sul suo volto ruvido.
Irritata, Helena si portò distrattamente la mano destra alla tasca della sua nuova tunica, e fu sorpresa di sentire che c’era qualcosa all’interno.
Non lo estrasse, ma al tatto sembrava un biglietto di carta ripiegato più folte. Era sicura di non aver messo ancora niente in tasca, quindi doveva essere stato messo lì da…
«Chi ha portato questi abiti nel bagno?» chiese.
Astor le rivolse uno sguardo confuso, poi rispose: «Una delle donne che quel Silen voleva ti servissero. Li ho ispezionati a fondo, non dovrebbero essere…»
«Lascia stare, hai fatto bene.»
Questo le diceva anche che il biglietto era stato messo lì proprio in quel momento, dopo l’ispezione e prima che lei uscisse dal bagno. Quindi doveva essere stata proprio una di quelle donne.
Stava rimuginando preventivamente su cosa ciò potesse significare, ma fu distratta da un gesto insolito del capitano. Astor aveva tirato fuori dall’uniforme quella che sembrava una piccola statuetta, e la stringeva in una mano con aria pensosa, facendo ogni tanto scorrere il pollice sulla sua superficie colorata.
Era una figurina di argilla, rozzamente plasmata. Per un istante pensò che avesse un significato religioso, e lo trovò strano ma non impossibile: nel Principato esistevano molti culti, ma non avrebbe mai detto che un uomo come Astor aderisse a uno di essi.
Ma guardandola meglio, si accorse che la figura scolpita, per quanto approssimativa, le era familiare. Indossava l’uniforme blu dei soldati del Principato, aveva grandi occhi azzurri e lunghi capelli neri.
Sì. Adesso teneva i capelli più corti, ma l’uomo raffigurato sembrava un ritratto da giovane del capitano stesso. Un ritratto… come quello che avrebbe potuto fare un bambino.
«Tu hai una figlia, giusto, Astor?»
«Due gemelle, mia Esarca.» rispose lui, come se la domanda lo avesse risvegliato dai propri pensieri.
«È un regalo molto carino.»
Astor riportò rapidamente lo sguardo sulla figurina. «Oh. No, questo non è un loro regalo. Questo… è un vecchio ricordo. Ogni tanto mi serve, per non dimenticare.»
«Un ricordo di tempi felici?» chiese lei, che adesso era moderatamente curiosa.
«No, purtroppo, mia Esarca.» il capitano sospirò, rimettendo la figurina dentro l’uniforme. «Il ricordo di una promessa che ho fatto a me stesso.»
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