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SeNNaaR – Capitolo 16: Ospitalità, Parte Uno

Ci volle un’altra settimana di viaggio, prima che Istak fosse in vista.

In quella settimana, i piccoli villaggi sparsi di frontiera avevano lentamente lasciato il posto a cittadine più grandi che avevano costretto i profughi a lunghe deviazioni. La prateria si era popolata di boschi e basse colline, sulla cui cima spesso si vedevano centri abitati cinti da mura di recente costruzione, alla maniera degli uomini, non come quelle della Rocca di Elis, e larghe strade in pietra avevano cominciato a solcare i prati, collegando un centro all’altro. Su quelle strade avevano incrociato occasionalmente altre persone: a volte singoli viandanti, altre volte piccoli gruppi familiari, altre ancora qualche raro tetraciclo, di una foggia totalmente diversa da quelli che si vedevano nel Principato.

Una mattina, il gruppo di Kal fu fatto marciare quasi in cima alla colonna, subito dietro l’Esarca Helena e le sue guardie. Le temperature si stavano abbassando, un segno che l’estate ormai era finita.

Barys, in marcia davanti a lui, bevve un sorso dalla sua fiaschetta. Quella in cui teneva il vino, non la borraccia per l’acqua. Kal fece per protestare: se cominciava già a quest’ora quella fiasca sarebbe stata vuota prima del tramonto, e il suo compagno non solo diventava inevitabilmente intrattabile quando si accorgeva che l’alcol era finito, ma cercava anche di scroccare la razione giornaliera agli altri.

Però quello che vide comparire in lontananza gli fece passare di mente ogni altra questione.

Da dietro una collina fece capolino una sagoma rettangolare, di un colore blu scuro nella foschia mattutina. Erano ancora distanti, ma già occupava un quarto dell’orizzonte. Kal ebbe bisogno di un po’ di tempo per capire che si trattava di una vasta cinta di mura.

«È quella? È Istak?» chiese, non rivolto a nessuno in particolare.

Barys emise un mugugno interrogativo, poi, dopo aver aguzzato lo sguardo verso l’orizzonte, rispose: «Non saprei, però è una grande città. Potrebbe essere.»

Nel frattempo si alzavano voci concitate dall’intera colonna di profughi. L’avevano vista anche loro. Il tono era di sollievo e commozione. Kal li capì: presto il loro lungo viaggio sarebbe finito.

La strada su cui camminavano cominciò a riempirsi di gente mentre, come affluenti di un fiume, si univano a essa sentieri da destra e da sinistra. Se prima avevano incrociato altre persone una o due volte al giorno, adesso non passava un’ora senza imbattersi in qualcuno: alcuni provenivano dalla grande città, altri erano diretti verso di essa. Ma tutti li guardavano con un misto di sorpresa e timore. Ne Kal né nessun altro cercò di fermarli e parlare con loro. Anche se lo avessero fatto, non sarebbero riusciti a capirsi.

Intorno a mezzogiorno, le mura si rivelarono essere di colore rossastro, con una striscia bianca a circa metà altezza. L’aspetto era solido e antico, la foggia era la stessa di quelle della Rocca. Erano circondate da una ragnatela disordinata di case piccole e grandi, che sembravano estendersi da esse come irregolari propaggini, e più in là da campi e fattorie. Dietro di esse invece si potevano scorgere edifici più larghi e almeno all’apparenza più ricchi.

A quel punto la strada era percorsa da una fiumana di gente praticamente continua. Kal si chiese se fosse così per tutte le grandi capitali. Notò che man mano che si avvicinavano la gente sembrava meno sorpresa della loro presenza. In effetti pochi li degnavano di un secondo sguardo. Non sapeva dire se ciò era dovuto al fatto che eventualmente la loro presenza ormai fosse nota, oppure alla semplice indifferenza.

Al tramonto, erano abbastanza vicini alle mura da scorgere il grande affollamento fermo davanti ai cancelli. Forse le porte erano già state chiuse per la notte.

Kal non prestò attenzione alla figura in avvicinamento finché essa non sostò davanti alla colonna e venne dato a tutti l’ordine di fermarsi.

L’uomo guidava un diciclo, un piccolo veicolo monoposto a due ruote. Indossava una corta tunica chiara con ricami rossi, stretta in vita da una sottile cintura, pantaloni attillati e lunghi stivali.

Kal vide l’Esarca andargli incontro con il suo interprete, come aveva fatto tutte le altre volte che qualcuno aveva chiesto di parlare con loro. Ma quando l’uomo aprì la bocca, con sorpresa del ragazzo le parole che ne uscirono furono nella loro lingua.

«Salve a voi, popolo di Elis.» Aveva uno strano accento, ma quello che diceva era comunque comprensibile. «Io sono Silen, servo del nostro grande signore Zamoshan. Egli ha saputo del vostro arrivo e vi ha preparato un posto dove potrete montare le vostre tende. Seguitemi.»

Risalì sul suo veicolo e precedette la colonna, facendo loro strada.

Mentre avanzavano, Kal vide che l’Esarca si era affiancata all’uomo sul diciclo, e i due si stavano dicendo qualcosa, ma a voce troppo bassa perché riuscisse a sentirli.

Silen li fece proseguire per un tratto lungo quella che sembrava essere la via principale verso i cancelli, ma ad un certo punto deviò, conducendoli lungo una via secondaria fino a sotto le mura, in un largo spiazzo circondato da una recinzione.

«Il grande Zamoshan si scusa per non potervi offrire alloggi migliori. Ma qualsiasi altra cosa possiate chiedere, voi la avrete. Il cibo e l’acqua di Istak sono vostre, e siete liberi di entrare dai cancelli e visitare la città quando volete. Siete i benvenuti.»

Viste da così vicino, le mura sembravano proprio essere state costruite con gli stessi metodi di quelle della Rocca. La striscia bianca che Kal aveva notato prima era formata da una singola sottile linea di pietre di quel colore.

Lo spiazzo era abbastanza vicino ai cancelli da permettergli di capire che l’affollamento che aveva visto in realtà era dinamico: l’andirivieni era così fitto che per ogni persona che entrava e usciva sembrava che un’altra ne prendesse il posto, dando l’impressione di una grande folla immobile di fronte alle porte della città.

Aiutò i suoi compagni a montare la tenda, ma non gli sfuggì il fatto che l’Esarca si allontanava dal campo insieme al capitano Astor, accompagnati da Silen sul suo diciclo, fino a scomparire dietro il cancello.


Helena si calò nella vasca, godendosi la sensazione dell’acqua tiepida sulla pelle.

Dalle sottili finestre sul muro alla sua sinistra vedeva il cielo violaceo nel crepuscolo. Probabilmente di giorno da lì e dagli spiragli sul soffitto a volta sarebbe entrata la luce del sole a illuminare l’ambiente. Ma a quell’ora tale compito era affidato alle lampade montate sulle quattro colonne che reggevano il soffitto. Le fosfore all’interno dei globi assorbivano la luce diurna e la rilasciavano durante la notte. Helena sapeva che diverse razze di fosfora emettevano luci di colore diverso, e in questo caso erano di un bianco intenso, quasi freddo.

Era sola, nella stanza di pietra rosa. Quando Silen l’aveva condotta all’interno della reggia, le aveva offerto di farsi un bagno prima di incontrare Zamoshan, ma c’era voluta molta insistenza da parte sia sua che del capitano Astor per lasciare che si lavasse da sola invece di affidarsi alle donne che, a quanto pareva, erano state “messe a sua disposizione per servirla”. Non aveva rifiutato solo per motivi di sicurezza, ma anche perché il tono con cui Silen aveva detto quella frase… l’aveva messa a disagio.

Nel Principato, le persone non venivano “messe a disposizione” altrui. Suo nonno aveva combattuto proprio contro quella mentalità durante la Liberazione. E aveva fondato una nazione in cui ogni essere umano era un libero cittadino, non un servo o uno schiavo.

Suo nonno. Il Principe Aryst. Helena poteva contare sulle dita di una mano le volte in cui lo aveva incontrato, eppure nella sua mente aveva comunque un’immagine chiara di quell’uomo vecchio ma con la schiena ancora diritta, magro, senza barba, con corti capelli bianchi, dal sorriso gentile e dagli occhi pieni di malinconia. Suo padre, per un qualche motivo che non le aveva mai rivelato, non era mai andato d’accordo con il nonno, e le visite ad Arlis erano sempre state rare. Da quelle poche volte che Stefan le parlava di lui, Helena traeva il ritratto di un uomo severo, freddo persino e distante dai suoi stessi figli, un’impressione che lei faceva fatica a conciliare con il vecchietto affettuoso, anche se forse un po’ triste, dei suoi ricordi.

Nonostante fosse sua figlia, Helena si rese conto di sapere veramente poco su Stefan Arystid. Lo conosceva, conosceva il suo temperamento, cosa gli piaceva e cosa non gli piaceva, le sue abitudini. Ma al di là di ciò…

Sapeva che era figlio del Principe. Sapeva che aveva sposato una donna chiamata Dora. Sapeva che aveva un fratello, Sofron, e una sorella, Dyna. Sapeva che Dyna era morta, e che la sua morte era stata una delle cause della Guerra d’Inverno. Sapeva che aveva combattuto nella Guerra d’Inverno, e sapeva che alla fine della guerra era stato nominato esarca di Elis, una piccola città ai confini del Principato, dove lei era nata.

Ma tutto questo era poco più di quanto potesse arrivare a sapere un qualsiasi cittadino. E ora che suo padre non c’era più, tutte le domande che lei avesse eventualmente voluto fargli sarebbero rimaste senza risposta.

Sospirando, Helena uscì dalla vasca e si asciugò con cura.

E mentre lo faceva, prese una decisione.

Non sapeva quando, ma un giorno, prima della fine di tutta questa storia, sarebbe tornata ad Arlis. Quel giorno lei sarebbe andata da suo nonno, e gli avrebbe chiesto di parlargli di suo padre, di che tipo di uomo era stato da giovane, e di cosa era successo tra loro due.

Passando nell’anticamera del bagno, una stanza più piccola, sempre in pietra rosa, con uno specchio, uno sgabello e un piccolo tavolo, Helena notò che i suoi vecchi vestiti erano scomparsi. Al loro posto, sul tavolo erano ripiegati nuovi abiti, che lei intuì essere un dono da parte dei suoi ospiti: una corta tunica di colore verde chiaro, con un paio di tasche; dei pantaloni attillati, molto strani per lei che era abituata a quelli larghi in uso nel Principato; e un paio di stivali scuri, che lei con sua sorpresa trovò subito molto comodi.

In generale sembravano capi resistenti, più adatti a viaggiare di quelli che aveva indossato finora, e ne fu sinceramente grata. Notò anche la somiglianza con quelli che aveva visto indosso a Silen e ad altri abitanti di Istak, e capì che quella era la moda locale.

Ma anche se una parte di lei si dispiacque della perdita di quel legame con la sua casa, mentre bussava alla porta per avvertire Astor che aveva finito si ritrovò a recitare sottovoce un antichissimo proverbio: «Quando sei a Roma, fai come fanno i Romani.»

Dove fosse “Roma” e chi fossero i “Romani” era una conoscenza che era andata perduta negli abissi del tempo, ma il senso era “quando viaggi, comportati come gli abitanti del luogo in cui arrivi.”

E in questa situazione, lei lo trovò un consiglio molto saggio.

Nota dell’Autore

Sono sempre avido di conoscenza, riguardo i pareri dei miei lettori.
Sentitevi liberi, anzi invitati, a commentare, qualsiasi sia la vostra opinione su quello che avete letto.
La comunicazione è la chiave in ogni ambito della vita.

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