La mattina dopo ripresero il cammino inoltrandosi nella grande pianura. I lunghi tronchi scuri lasciarono il posto agli esili steli d’erba, bagnati di rugiada. Soffiava un vento fresco e piacevole. A nord si scorgevano gli aguzzi denti di una lontana catena montuosa. Forse Kal o Ark avrebbero saputo dire come si chiamava, ma Agatha no.
Verso l’ora di pranzo, l’orizzonte smise di essere piatto e comparvero sagome grigie, come di edifici umani.
«Quella è Istak?» chiese la ragazza al fratello, in cammino al suo fianco.
Kal smise di armeggiare con la spalla della sua nuova uniforme e alzò lo sguardo.
«Non può essere.» rispose, mentre lei notava uno strappo nella cucitura della sua manica. «Siamo ancora lontani. Hanno detto che ci vorranno almeno due settimane.»
«Quello è solo un villaggio di frontiera, ragazzina.» disse un’altra guardia. «Probabilmente ci abitano meno persone di quante ce ne siano intorno a noi in questo momento. Ma comunque ce ne terremo alla larga. Meno ci faremo notare prima di arrivare ad Istak e meglio sarà.»
Come l’uomo aveva detto, la colonna dei profughi cambiò direzione, deviando verso nord come per aggirare quei grigi edifici e le persone che vi abitavano.
Ma anche Agatha capiva che non era possibile “nascondere” un centinaio di persone in marcia, specialmente in una pianura come quella. Se loro avevano visto il villaggio, era probabile che qualcuno nel villaggio avesse visto loro.
E quella sera, mentre montavano le tende, Agatha li vide arrivare quasi prima delle sentinelle.
Erano pochi, una decina al massimo. Tra essi, quasi nessuno era armato. Uno portava una lanterna, che illuminava il gruppo di luce bluastra. Li guidava un uomo anziano, vestito di una lunga tunica rossa.
Mentre la folla si riuniva per vedere cosa stesse succedendo, le guardie impugnarono le loro armi e l’anziano si fermò. Poi iniziò a parlare, ma Agatha non riuscì a capire nemmeno una parola di quello che diceva. La sua parlata era bizzarra, aliena, piena di suoni strani che lei avrebbe avuto fatica a descrivere se qualcuno glielo avesse chiesto. A volte soffiava tra i denti come se volesse imitare il fruscìo delle foglie, altre volte faceva schioccare la lingua facendo il rumore di un piccolo sasso che cade in acqua.
Trovò Kal e gli chiese: «Ma che sta dicendo?»
Lui le rispose: «Non lo so. Qui parlano un’altra lingua.»
«Un’altra lingua?»
Tra le guardie si aprì un varco e comparve la figlia dell’Esarca, accompagnata da un giovane dai capelli corti. Il giovane si rivolse all’uomo anziano, parlandogli nello stesso modo strano.
Lui rispose, e quando ebbe finito il giovane si voltò verso Helena Dorina e disse: «Lui è Kesmetàl, capo del villaggio di Màlkisvor. Ci accoglie in questa terra e ci chiede chi siamo.»
Lei emise un lieve sospiro, cercando di dissimularlo, poi rispose, guardando l’anziano: «Ti ringraziamo per la tua accoglienza, Kesmetàl di Màlkisvor. Ti assicuriamo che non abbiamo cattive intenzioni, e che ce ne andremo domani mattina. Siamo in viaggio verso Istak.»
Prima ancora che lei avesse finito di parlare, il giovane iniziò a parlare a sua volta, a voce più bassa, rivolto all’anziano e usando la sua strana lingua. Agatha non seppe dire se lui si fosse reso conto che lei non aveva esattamente risposto alla sua domanda, ma l’uomo chinò la testa in segno di assenso, poi disse di nuovo qualcosa. Forse fu solo una sua impressione, ma le sembrò che il tono fosse cambiato.
«Perdonateci, abbiamo poco cibo da offrirvi.» disse il giovane. «Quest’anno il raccolto è magro, e la maggior parte servirà a…» una pausa, come se cercasse le parole giuste «…pagare le tasse, che gli esattori del Nobile Signore stanno riscuotendo proprio in questi giorni. Siamo davvero dispiaciuti.»
«Non preoccuparti per noi, abbiamo le nostre provviste.» rispose Helena. «E staremo attenti a non recare disturbo né a voi né agli esattori del Nobile Signore.»
Agatha era piuttosto lontana, ma fu comunque abbastanza sicura che Helena e l’anziano si stessero scambiando un sorriso. Eppure, nessuno dei due sembrava allegro.
L’anziano se ne andò, seguito dalla sua comitiva, e la figlia dell’Esarca tornò alla sua tenda.
Dopo che le guardie ebbero disperso la folla e tutti si furono ritirati per la notte, Agatha nel suo giaciglio ripensò allo strano spettacolo cui aveva assistito.
Le avevano insegnato che esistevano altre lingue oltre la sua, ma era la prima volta che ne sentiva una.
E si rese conto che fino a quel momento non aveva realmente capito di non essere più a casa sua.
«Esattori reali.» mormorò Helena, seduta sulla sua coperta nella sua tenda.
Aveva colto il messaggio nascosto nelle parole del capovillaggio: “se ci attaccherete, troverete uomini armati a difenderci.” Ma non avendo lei mai avuto intenzione di attaccarli, non era questo a preoccuparla.
«Entro un paio di giorni Istak saprà della nostra presenza. E ai loro occhi sembreremo un esercito invasore.»
«Questo non l’avevo previsto.» ammise suo padre. «Era inevitabile che saremmo stati avvistati presto o tardi, ma siamo stati sfortunati nel capitare qui proprio mentre era in corso la riscossione delle tasse.»
Ergon gli porse silenziosamente una fiala di medicina. L’Esarca la bevve tutta d’un fiato, poi riprese: «Però non è detta l’ultima parola. Non credo che gli esattori reali saranno molto ansiosi di disfarsi di parte della loro preziosa scorta per mandare un messaggio al loro signore, non quando si trovano in questa regione di frontiera e sono così lontani dalla capitale.»
«E questo in cosa ci avvantaggia?» Helena si massaggiò una tempia. «A meno che non abbiano intenzione di sostare qui per almeno due settimane saranno comunque di ritorno ad Istak prima di noi. Ergon, aspetta.»
Il medico stava uscendo dalla tenda, ma si fermò.
«Ergon, tu sei nato nella Federazione, giusto?»
Non sapeva i dettagli, ma ricordava il giorno in cui quello strano uomo dai molti talenti era giunto a offrire i suoi servigi a suo padre. La sua nazionalità non aveva mai avuto rilevanza alla Rocca, Helena dubitava persino che molti sapessero che lui non era nativo del Principato, ma quando si era offerto di tradurre per lei le parole del capovillaggio all’improvviso le era tornato in mente.
«Sì, Helena Dorina.» rispose lui, con tono vagamente timoroso.
«Non avere paura. Voglio solo chiederti se puoi dirci qualcosa su questo territorio. Mio padre conosce il signore Zamoshan perché lo ha incontrato durante la Guerra d’Inverno, ma non è mai stato nella Federazione. Non conosci strade più veloci di quelle che abbiamo sulle nostre mappe?»
«Mi dispiace.» Ergon scosse la testa. «Io sono di Enver, molto a est di qui. Questa è la signoria di Shavek, non la conosco meglio di quanto la conosciate voi.» E detto questo, uscì, come se fosse felice di andarsene.
Quando lei e suo padre furono rimasti soli, lui le disse: «Allora, cosa facciamo?»
Helena fu sorpresa dalla domanda, ma continuò a riflettere, come stava già facendo. Non sarebbero mai arrivati ad Istak prima della notizia della loro presenza, anche nelle condizioni più favorevoli possibili: un gruppo di cento persone non si poteva muovere più velocemente di così.
Però… era davvero necessario che precedessero la notizia tutti e cento?
Si sentì sciocca a non averci pensato prima.
«Padre, mi hai detto che conosci Zamoshan. Quanto lo conosci?»
Un bagliore nei suoi occhi le disse che lui si aspettava quella domanda. «Meno di quanto vorrei, ma so che è un uomo intelligente e comprensivo.»
«Comprensivo… quanto? Se gli scrivessimo una lettera in cui gli spieghiamo la nostra situazione, credi che la leggerebbe?»
Suo padre rispose senza neanche pensarci su: «Oh, senza dubbio.» Si alzò dal cuscino dove era seduto, prese una penna e un rotolo di carta e si avvicinò alla lanterna al centro della tenda.
Nel frattempo Helena fece chiamare il capitano Astor, e non appena lui fu arrivato gli diede i suoi ordini: «Raduna immediatamente un contingente di guardie. Sceglile tra gli uomini e donne più veloci che hai. Dovranno precederci e portare più velocemente possibile la lettera che l’Esarca sta scrivendo al signore Zamoshan.»
Astor uscì, e nella tenda calò il silenzio, rotto solo dal rumore della penna di suo padre sulla carta. A un certo punto anch’esso si interruppe, e Helena si accorse che suo padre la stava guardando, con un sorriso amaro.
«Che succede?» gli chiese.
«Adesso… somigli molto a tua madre.» fu la sua risposta.
Questo la inquietò: suo padre non parlava quasi mai di sua madre. Helena non l’aveva mai conosciuta. Sapeva il suo nome, “Dora”, quasi solo perché faceva parte del proprio. E ogni volta che da piccola aveva provato a chiedergli informazioni in proposito, Stefan si era rifiutato di rispondere, dicendole solo che era morta dandola alla luce. Crescendo, aveva capito che per lui quella era una ferita ancora aperta. Doveva averla amata profondamente.
«In momenti come questo, sento ancora la sua mancanza.» riprese lui. «Ma ormai… ah, lascia stare. Piuttosto, chiudi questa lettera per me. Non mi fido molto della mia manualità con i nodi in questo momento.»
Lei fece come le era stato chiesto, ma nel prendere il rotolo gli toccò la mano.
E anche se dal suo viso non trasparì nulla, quel contatto la riempì di una vaga ansia.
Perché nonostante il freddo, le mani di suo padre erano calde, roventi. Come se fosse febbricitante.
Kal sbadigliò.
Non sapeva che ora fosse, però il campo dietro di lui era buio e silenzioso, quindi tutti ormai si erano addormentati.
Sotto le stelle, tutto era immobile. La foresta era scomparsa dietro l’orizzonte ormai da giorni. In lontananza a sudovest riusciva ancora a vedere l’ultimo villaggio che avevano incrociato nel loro cammino.
Dopo Màlkisvor c’erano stati altri tre centri abitati. Ogni volta era stato dato l’ordine di tenersene lontani, per evitare potenziali disordini. Ma se il primo e il terzo li avevano ignorati, il capovillaggio del secondo era venuto a parlare con loro, come Kèsmetal, e ponendo anche più o meno le stesse domande. Aveva offerto loro del cibo, in cambio che loro lasciassero in pace il villaggio. Helena Dorina aveva rifiutato l’offerta e aveva assicurato di non avere cattive intenzioni, e a colloquio finito sembrava per qualche motivo di buon umore.
A parte questo incidente, il viaggio proseguiva monotono. Nonostante la situazione, c’era un diffuso senso di… placida calma. Per precauzione il cibo era razionato, ma era stato assicurato a tutti che le scorte sarebbero durate fino all’arrivo a Istak, e nessuno sembrava metterlo in dubbio. Kal si sarebbe aspettato proteste e pianti da parte dei cittadini, ma da quando erano usciti dalla foresta sembravano essersi tutti tranquillizzati.
Forse era un effetto del paesaggio. La pianura si estendeva a perdita d’occhio, ogni tanto interrotta da ruscelli a cui abbeverarsi, lavarsi e cambiare acqua alle lanterne.
Persino nel buio la prateria aveva un effetto rasserenante, quasi soporifero.
Kal resistette alla tentazione di chiudere gli occhi, e fu in quel momento che la vide.
Lontano, dietro l’accampamento. Quasi invisibile.
Una ondeggiante fiamma solitaria.
Strizzò gli occhi e la restò a osservare per un momento, per assicurarsi che non fosse un’allucinazione dovuta alla stanchezza. Era senza alcun dubbio reale.
Qualcuno aveva acceso un fuoco, laggiù in mezzo al nulla.
A Kal tornò in mente la prima notte nella foresta, quando avevano visto quella fiamma solitaria, spenta prima che Fyra potesse avvicinarsi, e all’improvviso fu assalito da un’inquietudine che non riusciva a spiegare.
Stava per chiamare un compagno e segnalare il fuoco, quando si accorse che il campo all’improvviso era percorso da un mormorio.
Distogliendo lo sguardo da quella fiamma lontana, vide che le lanterne dell’accampamento erano state scoperte e una folla di persone si stava radunando intorno a una delle tende, quella dell’Esarca Stefan.
Quando un cittadino gli passò vicino, Kal chiese: «Che cosa succede?»
L’altro gli rispose: «Non lo so, ma dicono che l’Esarca sta morendo.»
«Ergon! Finalmente sei arrivato!»
Helena lo aveva mandato a chiamare non appena suo padre si era svegliato accusando dolore al petto. Stefan era ancora steso sul letto e respirava affannosamente.
Ergon però restò sull’entrata della tenda, esitante, con un’espressione dispiaciuta sul volto.
«Ha avuto una ricaduta, Ergon. Aiutalo!» Helena si stava sforzando di mantenere l’autocontrollo. E il motivo non era solo la folla di curiosi che circondava la tenda e che Astor riusciva a malapena a non far entrare.
Ma Ergon rispose: «Quella non è una ricaduta, Helena Dorina. Quello è l’effetto dei farmaci.»
«Che cosa intendi?»
Il medico sospirò: «Ho fatto tutto quello che ho potuto, ma la ferita è troppo profonda, e si è infettata. Gli ho dato delle tinture per ridurre il dolore e permettergli di viaggiare, ma anche quello ha un costo. E ormai il suo corpo non ce la fa più.»
Helena fece fatica a comprendere quello che lui le stava dicendo. O meglio, qualcosa dentro di lei si rifiutava di comprenderlo.
«Tu… cosa?»
«Mi dispiace.» Ergon chinò il capo e rimase immobile, come in attesa di una punizione. Ma Helena, sorprendendo persino se stessa, non provava nessun desiderio di punirlo. Non sarebbe servito a niente.
«Helena.» Sentì suo padre che la chiamava e immediatamente si inginocchiò al suo capezzale.
«Helena.» ripeté. «Non prendertela con lui. Sono stato io a chiederlo. Avevo bisogno di più tempo… e non volevo farti preoccupare.»
Tese una mano verso di lei. Helena la prese.
«Lasciateci, per favore.» disse suo padre a Ergon e alle altre guardie. La porta della tenda fu chiusa e dopo poco calò il silenzio.
«Ricordi cosa ti ho detto tante volte?» la voce di suo padre era flebile, eppure piena di calore. «Ciascuno di noi ha un compito… un ruolo. Il mio finisce oggi.»
Con l’altra mano le accarezzò teneramente i capelli, come faceva quando era bambina.
«Non essere triste per questo. Io non lo sono. Se c’è una cosa per cui sono triste, è che avrei voluto per te… un ruolo diverso.» Si fermò un istante, per prendere il respiro. «Volevo lasciarti un mondo in cui tu non fossi costretta a combattere, ad avere paura, a soffrire…»
All’improvviso, con quello che lei comprese essere un enorme sforzo, la strinse a sé.
«In questo, io ho fallito. Ti prego… perdonami.»
Lei riuscì solo a restituirgli l’abbraccio. Si sentiva come se niente di ciò che vedeva fosse reale. Ogni sensazione era attutita.
Dopo qualche istante, suo padre allentò la stretta, e Helena capì che quella era la sua forza che lo stava abbandonando. «Oggi il mio ruolo finisce, e il tuo comincia. Sulle tue spalle graverà una grande responsabilità… ma non devi aver paura. Sei pronta. Sono vissuto abbastanza da vederlo.»
Le rivolse un debole sorriso. Debole, ma sincero.
«Non odiare tuo zio, lui sta solo venendo… manipolato. Tu dovrai salvare anche lui. Dovremo essere uniti. E sarai tu a unirci. Ce la farai. Tu… realizzerai le speranze di tutti.»
La sua espressione si fece severa e solenne.
«Basterà solo… che ti ricordi sempre… chi è il vero nemico…»
E quelle furono le sue ultime parole.
Emise un lungo sospiro, dopo il quale Helena sentì che suo padre non c’era più.

Svuotarono una grossa giara del suo contenuto, spartendolo tra le sacche. Poi lo avvolsero nelle sue coperte, lo deposero dentro la giara e lo seppellirono poco lontano dal campo.
Ci fu una breve cerimonia, ma Helena in seguito non ne ricordò i particolari. Continuava a sentirsi come in un altro mondo.
Si aspettava di provare disperazione, di non sapere cosa fare, di essere angosciata. Ma la realtà era molto peggio. Per quanto ci provasse, non riusciva nemmeno a piangere. Cercando dentro di sé, trovava solo un vuoto infinito.
C’era dolore, ma era ovattato, distante, come se quella perdita non fosse avvenuta da meno di un giorno, ma da molto, moltissimo tempo, come se fosse già solo un ricordo lontano.
È questo ciò che sono? Tutto qui ciò che provo, persino alla morte della persona cui volevo più bene al mondo?
Ebbe paura di se stessa.
Questa dovrebbe essere la persona che “realizzerà le speranze di tutti”, Padre?
Ma non aveva tempo di tormentarsi sulla questione.
Anche se Stefan Arystid era morto, i cittadini di Elis si trovavano ancora in terra straniera, lontani da tutto ciò che avevano mai conosciuto.
Furono loro a cercarla, nella sua tenda.
Astor si inginocchiò davanti a lei, e chiese: «Quali sono i tuoi ordini, mia Esarca?»
Seppure lei temesse che si sarebbe scatenato il caos, sembrava che tutti avessero accettato il suo comando, sia tra la popolazione che tra le guardie. E intuì che era stato quello il motivo per cui suo padre negli ultimi giorni aveva sempre preteso che fosse lei a parlare al popolo e dare ordini. Tutti si erano già abituati a considerarla la loro guida, e non vedevano nessun problema ad affidarsi a lei.
Hai detto che ero pronta. Mi fiderò del tuo giudizio, Padre.
Prese un respiro profondo, e poi emise il suo primo ordine da esarca.
«Proseguiamo. In marcia.»
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