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SeNNaaR – Capitolo 14: Coloro che Non Appartengono Più a Nessuno, Parte Uno

«Cittadini di Elis.» disse Helena alla folla riunita, più o meno un’ora dopo la conclusione del processo.

Fece un respiro profondo. Avrebbe voluto andare a riposarsi, ma suo padre aveva insistito perché fosse lei a dare l’annuncio. Notò che gli sguardi della folla erano concentrati meno su di lei che su suo padre, seduto su una sedia alle sue spalle. Le emozioni che leggeva nei loro occhi andavano dal vago timore all’incredula speranza.

«So che siete confusi e preoccupati, e per questo sono felice di darvi una buona notizia. Dopo lunga convalescenza, L’Esarca Stefan sta di nuovo bene!»

Mentre dalla folla si alzava un boato di esultanza, suo padre si alzò in piedi e allargò le braccia, tenendo le mani verticali.

Helena lo guardò. Era sempre pallido come quando era steso sul letto, neppure le occhiaie erano andate via, ma ora nel suo sorriso non c’era traccia di sofferenza.

Dovrei esserne felice. È un segno che sta guarendo. Eppure…

Tornò a guardare la folla. Le parole le uscirono con naturalezza, senza tradire neanche minimamente i suoi pensieri. Era una tecnica che aveva imparato da tempo.

«A questo punto, possiamo riprendere il cammino!»

La reazione dei cittadini contenne molta meno esultanza. Alcuni si scambiarono sguardi preoccupati, altri la fissarono in attesa di ulteriori dettagli.

Probabilmente non hanno nemmeno idea di dove siamo, pensò Helena con fastidio. Non odiava la gente, assolutamente no. Ma neppure la amava come suo padre.

Stefan Arystid viveva per la gente, il suo unico desiderio era proteggere i cittadini e renderli felici. Persino tutto il piano di riforma del Principato era scaturito dal suo sincero desiderio di garantire la libertà e il benessere della gente.

Helena era diversa: cose del genere la lasciavano indifferente. Aveva sempre avuto molto chiara l’utilità di “mostrare” amore, interesse, preoccupazione per la grande massa di persone di cui suo padre era responsabile, e aveva imparato a comportarsi come se provasse davvero quei sentimenti. Ma era tutta apparenza, una maschera che per sua fortuna riusciva a portare comodamente.

Si interrogò sulle parole da usare.

«La nostra destinazione è la città di Istak, a est. Lì potremo aspettare notizie dai nostri alleati.»

Preferì non menzionare Dysis. Non era ancora il momento.

Una donna tra la folla chiese: «Quando potremo tornare a casa?»

Helena rispose prontamente, come si era preparata a fare: «Non voglio mentirvi. Non posso rispondere a questa domanda. Ora che Sofron Arystid ha messo a nudo la sua ambizione e violato l’armonia stessa del Principato, è evidente che potremo tornare a Elis solo dopo che egli sarà stato sconfitto. Quello che posso garantirvi è che questa sconfitta è certa. Non so quando torneremo a casa, Cittadini, ma so che ci torneremo

Mentre si alzavano grida di approvazione, Helena si azzardò a voltarsi un istante verso suo padre. Lui annuì, con un sorriso. Era tutto quello di cui lei aveva bisogno.

Una voce maschile disse: «Ma Istak è nei Tre Regni! Non sono nostri nemici?»

Tutta la folla fu scossa da un tremito come se un’onda fosse passata su di loro. Helena capì di dover reagire in fretta.

«No, non lo sono.» Rapida e dritta al punto. «La Lunga Tregua dura ormai da una generazione, possiamo a tutti gli effetti considerarci in pace.» Concisa spiegazione. Che altro posso dire… ah, giusto! «E affinché restiamo in buoni rapporti, vi devo chiedere di non usare l’espressione “Tre Regni” finché saremo loro ospiti. I loro abitanti la chiamano la Federazione di Zanvervek.»

Vide la confusione diffondersi sui loro volti, e sospirò silenziosamente. Era abbastanza sicura che la maggior parte di loro non avesse mai sentito quel nome. Ma a questo punto non poteva farci niente.

«Da ora in poi, chiamatela “la Federazione”, in segno di buona volontà. Questo è tutto.» concluse, prevenendo altre domande. «Tornate alle vostre tende e seguite gli ordini delle guardie. Il viaggio sarà lungo, ma entro due settimane troveremo asilo e riposo dalle nostre fatiche. Abbiate speranza.»

Sì, dovevano avere tutti speranza. Lei e suo padre prima di tutti.

Non era affatto sicura che ad Istak avrebbero trovato asilo, ma sarebbe stato inutile dirlo. Perché l’innegabile verità era che non avevano altre opzioni.


Si separarono in gruppi, uno per tenda. Le guardie assegnate a ogni gruppo iniziarono a smantellare la propria tenda.

«È il momento di renderti utile, disertore.» gli disse il suo decarca, un uomo relativamente giovane, robusto e con una folta barba rossastra.

«Sì. Dimmi solo cosa devo fare.» rispose Elef.

Il decarca lo guardò come se non fosse quella la risposta che si aspettava, ma dopo la momentanea sorpresa riprese: «Inizia con il rimuovere le corde intorno alla copertura della tenda. Quello potrai farlo anche con una mano sola.» sghignazzò, prima di tornare immediatamente serio. «E quando avrai finito torna da me. Non credere che il tuo carico di lavoro sarà ridotto in virtù delle tue condizioni!»

Elef non lo credeva. Ma non aveva importanza. Qualsiasi cosa gli avessero chiesto di fare, lui l’avrebbe fatta. Il decarca che era stato si sarebbe comportato allo stesso modo con il sottoposto che era adesso.

Lo scuro cilindro sormontato da un cono della tenda faceva impressione, visto da vicino. Era grande abbastanza da ospitare una ventina di persone, era difficile immaginare che potesse essere smontato e trasportato con relativa facilità.

Si mise al lavoro sullo sciogliere le corde che tenevano la copertura di cuoio stretta intorno all’intelaiatura sottostante. E scoprì che nonostante i pronostici del decarca non era in grado di farlo con una mano sola. Forse ne sarebbe stato in grado, se fosse stato ferito il suo braccio non dominante. Stringendo i denti, tese cautamente la mano sinistra per aiutare la destra, che nonostante i nodi fossero semplici non aveva la stessa memoria muscolare.

Si sentiva un idiota, ma non poteva farci niente.

«Vuoi una mano?» una voce femminile poco familiare.

Voltandosi, Elef vide che a parlare era stata una compagna. Una ragazza piuttosto bassa, con corti capelli scuri e occhi chiari.

«Ti posso aiutare.» insistette, con un largo sorriso.

«Non mi serve.» fu la sua risposta rude e immediata. E come a dimostrarlo, in quell’istante sciolse il nodo su cui era impegnato.

«Come vuoi.» disse lei, allontanandosi. Ma Elef ebbe l’impressione di averla convinta più con le azioni che non le parole.

Dopo aver sciolto anche gli altri nodi, riavvolse le corde e le poggiò a terra. Restò a osservare i suoi compagni rimuovere la copertura dalla tenda, un largo rettangolo di cuoio alla volta, partendo dalla cima, finché non fu messa a nudo la struttura in legno sottostante: una rete circolare, e sopra di essa una raggiera di sottili travi collegate a una ruota centrale, sorretta da un solido pilastro.

Era proprio una versione più grande delle tende che in estate vedeva montare ai pastori che scendevano a valle con le loro greggi. Tra loro e gli agricoltori di Elis c’era un accordo silenzioso, non così diverso dalla Lunga Tregua, per il quale ciascun gruppo aveva un suo territorio e nessuno dei due sconfinava in quello dell’altro. In questo modo, ogni anno i pastori ritrovavano il loro pascolo, e gli agricoltori non dovevano temere di avere i propri campi devastati dagli animali.

Elef fu colto da un’improvvisa nostalgia, e smise di lasciarsi andare ai ricordi. Ritornando al presente, vide che i suoi compagni adesso stavano avvolgendo i rettangoli di cuoio su se stessi, per poi legare i risultanti larghi rotoli insieme a due a due. Nel frattempo il decarca stava dando istruzioni ai cittadini: «Delle giare e degli altri contenitori pesanti si occuperanno le guardie, ma ciascuno di voi sarà responsabile della propria branda! Prendete la vostra e seguitemi.»

Qualcuno poggiò qualcosa di pesante ai suoi piedi. «Questo è il tuo carico.» gli disse.

Elef abbassò lo sguardo, e vide una larga sacca in pelle, con dei lacci per issarsela sulla schiena. Sembrava strapiena, e ad essa erano assicurati non uno, non due, ma tre rotoli di cuoio.

«Ci sono problemi, disertore?» disse di nuovo l’uomo che aveva parlato prima.

Elef impugnò uno dei lacci, e senza alzare lo sguardo verso il suo interlocutore disse: «No, nessun problema.»

Con pazienza si montò sulla schiena la sacca, constatando che era ancora più pesante di quanto sembrasse. Ma non protestò. Quando si rialzò in piedi, la persona che glielo aveva affidato se n’era andata. Guardandosi intorno, Elef si rese conto che dovevano aver dato il segnale per la partenza. Si accodò alla colonna di cittadini e guardie in marcia, cercando di non concentrarsi sul peso che portava sulle spalle, o sul dolore che esso gli stava causando.

Le guardie si posizionarono all’esterno della colonna, formando un guscio intorno ai cittadini. L’uomo che Elef si trovò accanto non sembrava intenzionato a conversare. Non seppe se esserne grato o meno. Fu solo una volta uscito dalle rovine e presa la strada verso est che il giovane riconobbe il proprio compagno di viaggio.

«Artor! Cosa ci fai qui?»

«Questa è la tenda che mi è stata assegnata.» Il suo tono era quello solito, che ad Elef dava sui nervi: distaccato e con una punta di fastidio, come se fosse stato costretto ad affermare l’ovvio. I lividi sulla faccia stavano guarendo. Elef notò che stava portando due brande ripiegate, una per braccio.

«Senti, non ho voglia di litigare con te in questo momento.»

«Il sentimento è reciproco.»

Elef ingoiò l’istinto di urlargli contro. Non riusciva a credere che questa fosse la stessa persona che aveva testimoniato in suo favore poche ore prima. E mentre aveva questo pensiero, gli venne in mente che c’era una cosa che doveva dirgli.

«Beh… grazie, in ogni caso.»

«Per cosa?»

«Come sarebbe a dire ‘per cosa’? Per quello che hai fatto al processo. Non so perché tu lo abbia fatto, ma-»

«Me l’ha chiesto Kal.» lo interruppe Artor.

«Kal… Kalos te lo ha chiesto? Lo hai fatto solo per questo?»

«No. Anche Fyra me lo ha chiesto. A modo suo.»

Quell’ultima risposta lo sconvolse, facendogli quasi dimenticare di cosa stavano parlando. Fyra? Quella stupida arrogante che fa qualcosa per me? Ma non mi odia?

Dopo una breve pausa, Artor riprese: «Si sono preoccupati per te, Elef. Tutti e due. Nonostante tutto, ti considerano ancora loro amico.»

Elef non riuscì a impedirsi di tirare su col naso. Da molti anni non pensava più alla sua infanzia. Al tempo prima che lui entrasse nelle Guardie interessato solo a fare carriera il prima possibile, prima ancora che i suoi genitori lo mettessero al lavoro nella fattoria. Quando era solo un bambino, che giocava con gli altri bambini. Lui prendeva le decisioni e Fyra lo metteva sempre in discussione, ma anche quelle volte in cui non riuscivano a mettersi d’accordo non c’era astio. Il piccolo Kal invece faceva sempre tutto quello che lui gli diceva, per cui doveva stare attento a non metterlo in pericolo: quel bambino si sarebbe fatto del male, piuttosto che dire di no, e quando giocavano insieme era una sua responsabilità. Poi c’era Agatha, che parlava poco e tendeva ad aver paura di lui. E Mak, cui venivano in mente le idee più divertenti… Elef preferì non ricordare Makar. Faceva ancora troppo male.

E infine c’era… lui.

«Mi considerano ancora loro amico, eh?» disse Elef, curvando la bocca in un sorriso malinconico, prima di farsi coraggio e chiedere ad Artor: «…E tu?»

La risposta dell’altro fu gelida: «Pensavo di avertelo già detto: io non sono mai stato tuo amico.»

Elef dovette combattere di nuovo la rabbia: «E allora perché? Perché mi hai aiutato? Solo perché duetuoi amici te lo hanno chiesto?»

Non riusciva a capire. Artor non era stato sempre così. Cercò di ricordarsi quando le cose fossero cambiate, quando il suo amico Ark fosse diventato il codardo figlio di papà che lui non riusciva a sopportare, ma si rese conto che non ne era in grado.

Qualcosa però era successo. A un certo punto Ark aveva smesso di uscire di casa e aveva smesso di giocare con loro. Se solo fosse riuscito a ricordare…

«Credo che tu abbia frainteso.» la voce di Artor interruppe le sue reminescenze, proprio quando sentiva di esserci quasi arrivato.

«Nessuno di voi è mio amico.» continuò. «Io non ho amici. Non ne ho mai avuti.»

Prima che Elef potesse chiedergli con incredulità: “Come sarebbe a dire?” una terza voce richiamò l’attenzione di entrambi.

«Artor, muoviti! Stai restando indietro!»

Dalla colonna di persone emerse una donna esile, dall’aria nervosa e, Elef notò prontamente, priva di qualsiasi bagaglio a differenza di tutti gli altri. «Ma tu guarda, devo sempre venire a recuperarti, brutto incapace! Forza, vieni con me.»

«Sì, Madre.» furono le ultime parole di Artor, poi lui e la donna svanirono avanzando lungo la fiumana di gente.

Per qualche tempo, intorno a Elef ci fu silenzio mentre il gruppo proseguiva la sua marcia.

A un certo punto gli parve di scorgere i suoi genitori in mezzo alla folla. Ma poi le loro figure scomparvero con la stessa rapidità con cui erano comparse. Meglio così. Non aveva intenzione di vederli. Non ancora.

Poi, per la seconda volta quel giorno, sentì la domanda: «Vuoi una mano?»

A rivolgergliela era stata la stessa ragazza di prima.

«La mia sacca è piena solo a metà. Possiamo spartirci il carico.» disse, facendo un cenno verso le proprie spalle.

«Non mi serve.» le rispose lui, come aveva fatto prima.

Ma questa volta la ragazza non se ne andò.

«Sicuro?» gli chiese, con il tono di chi sa già la risposta.

Elef non ne era sicuro. Cominciava a sentirsi stanco, e ora che Artor se n’era andato non aveva più niente che lo distraesse dal dolore. Ma non poteva arrendersi.

«Questa è la mia punizione. Se non me la fai scontare, peggiorerai le cose e se la prenderanno anche con te.»

«E va bene.» concluse lei, apparentemente convinta. Però comunque non si allontanò come aveva fatto prima.

«Certo che dev’essere pesante.» disse invece. «Una volta mi hanno raccontato di un uomo che usava lo sclerigro per trasportare gli oggetti. Trasformava il suo bracciale in una scatola, la riempiva di roba e poi la faceva levitare dietro di sé. Non è pazzesco? Io non l’ho mai visto, non so nemmeno se è una storia vera, ma a volte mi piacerebbe avere un potere simile. Però, questo vorrebbe dire non poter usare la mia spada, quindi ci sarebbero anche degli svantaggi. Hmmm, sacrificare la mia abilità in combattimento in cambio di non dover mai più faticare, secondo te è uno scambio equo? Voglio dire, credo dipenda dall’occupazione, in fondo. Se io fossi un mercante itinerante, ad esempio…»

Elef non la interruppe. Restò ad ascoltarla, senza rispondere. E lei non dette segno di volere realmente che lui rispondesse.

«Oh, giusto.» esclamò la ragazza a un certo punto. «Io mi chiamo Mikka. Mi hanno chiamata così perché sono nata prematura.»

A quel punto sarebbe stata maleducazione non presentarsi a propria volta.

«Eleutar.»

«Avevo sentito. È un nome importante! Mi piace.» rispose lei, sorridendo.

Elef si ritrovò a sorridere a sua volta. Sarebbe stato un viaggio lungo e faticoso. Ma adesso, se non altro, doveva ammettere che si sentiva meno solo.


Gli abitanti (forse ormai sarebbe stato giusto chiamarli “profughi”) di Elis raggiunsero il limitare della foresta al calar del sole.

Le guardie assegnate al gruppo di Fyra iniziarono metodicamente a montare la tenda per la notte, ma lei non ci prestò attenzione. Il suo sguardo era concentrato sulla grande prateria che scorgeva là dove gli alberi diradavano, illuminata dalla luce radente dietro di lei. Durante la loro marcia il cielo si era schiarito, e adesso era di un ipnotico colore rosato.

Restò a guardarlo passare dal rosa al rosso al viola mentre le ombre degli alberi si allungavano, e quando finalmente la chiamarono, calata la notte, vide sorgere la Luna Rossa. Le sembrò che fosse passata un’eternità dall’ultima volta che l’aveva vista.

All’interno della tenda sembrava stare succedendo qualcosa. Erano tutti riuniti intorno a un uomo alto e robusto, con una corta barba incolta. Fyra riconobbe Kydalim, che abitava lungo la sua stessa strada: il nipote della donna che erano andati a salvare. Davanti a lui, in prima fila, c’era un grande gruppo di bambini. Alcuni erano i suoi tanti figli, ma non c’erano solo loro.

«Ce l’hai promesso, Papà!» esclamò uno dei bambini. «Abbiamo sentito quel nome oggi! Chi è Daskal? Raccontaci la sua storia!»

Kydalim sorrise. «Va bene, va bene. Mettetevi tutti seduti. Sembra che qui non siate interessati soltanto voi.» Spostò lo sguardo sul capannello di persone, mentre i bambini gli obbedivano.

Fyra pensò che a parte i bambini tutti sapessero la storia, ma pensò anche che persino ascoltare una storia già sentita sarebbe stato un buon modo per passare il tempo, e si unì al capannello.

Una volta che si furono tutti seduti, Kydalim si schiarì la voce e disse, portandosi una mano all’orecchio: «Allora… potete ripetermi il nome? Non l’ho sentito bene.»

«Daskal!» gridò uno dei bambini.

«Perfetto!» riprese Kydalim. «Però, se ricordo bene c’era una frase legata a quel nome oggi. Qualcuno l’ha sentita?»

I bambini mormorarono per un po’, poi uno disse: «Nostro Maestro! Lo dice anche il suo nome!»

«Bravissimo! E voi sapete cosa fa un maestro, vero? Un maestro…»

«Insegna!» dissero in coro i bambini.

«Proprio così. Daskal era un maestro. Il maestro di tutti noi. Anni e anni e anni fa, lui ci insegnò la lingua che oggi parliamo e le leggi che oggi rispettiamo.»

«Oooohhh.» fecero i bambini.

«E volete sapere una cosa incredibile?» Kydalim si chinò verso di loro. «Quando cominciò era solo un bambino, proprio come voi!»

Quando anche il secondo “Ooooohhh” si fu placato, l’uomo continuò: «Già. Erano tutti bambini. Daskal li guidò lontano lontano, in un luogo che potessero chiamare “casa”. E insieme a loro fondò quello che noi oggi chiamiamo il Principato di Antrakhora, la nostra grande nazione!»

Kydalim proseguì il racconto: parlò delle peripezie dei bambini, dei tanti pericoli che avevano incontrato e delle sfide che avevano superato. Era una versione semplificata della storia, che si prendeva più di una licenza ed era adatta a un pubblico così piccolo, ma fu comunque un piacere da ascoltare.

La raccontò come una grande avventura, invece che come un viaggio disperato, una fuga dalla violenza che aveva portato via i genitori ai giovani protagonisti. E andava bene così. I bambini seguirono la storia rapiti: risero quando Daskal e il suo amico Aryst si sfidarono a una gara di pesca e finirono entrambi per cadere in acqua; si commossero quando Nyssa si perse nel bosco e fu Krys a ritrovarla; trattennero il respiro quando il gruppo incontrò un bambino più grande, sconosciuto e senza nome, e tirarono un sospiro di sollievo quando Daskal ci fece amicizia e decise di dargli lui un nome: “Andor”.

«Io me la ricordavo diversa questa parte!» disse qualcuno tra gli adulti, con tono canzonatorio.

«Stai zitto, Pol.» rispose Kydalim, con fermezza, per poi riprendere il racconto come se niente fosse: «Andor fu il primo, ma dopo di lui tutti i bambini chiesero a Daskal di dar loro un nome. E lui lo fece, usando la lingua che aveva insegnato loro.»

Una bambina lo interruppe: «Quindi finora nessuno dei bambini aveva un nome?»

«Precisamente. Io li ho usati per rendervi più facile seguire il racconto, ma fu solo dopo l’incontro con Andor che tutti loro ottennero i loro nomi: Aryst, “il migliore”. Kallista, “la più bella”. Nyssa, “Neve”. Krys, “Oro”. E così via. E a lui stesso fu dato un nome, deciso da tutti gli altri: Daskal, “Maestro”.»

Un altro bambino, un po’ più grande degli altri, chiese: «Daskal fu il primo Principe allora?»

«Oh no, no no. Fu Aryst a divenire Principe, molti anni dopo gli eventi che sto raccontando. Daskal non fu mai Principe, solo Maestro.»

Una terza bambina replicò con la domanda che ogni genitore impara a temere: «E perché?»

Per la prima volta quella notte, a Kydalim sembrarono mancare le parole.

Ma prima che lui riuscisse a rispondere, di nuovo parlò l’adulto, con lo stesso tono di prima: «Già, chissà perché!»

«Pol, per favore.» Disse Kydalim, nascondendo a malapena l’irritazione.

Fyra comprendeva la sua esitazione: quella storia non era adatta a dei bambini.

Fortunatamente, l’attenzione dei bambini è sempre scarsa. Vedendo che lui non rispondeva alla domanda, uno di loro chiese: «Ma poi, Daskal è davvero esistito? Non è solo una leggenda?»

Kydalim colse immediatamente l’occasione. «Ma certo che è esistito! E non solo. Sono ancora tra noi persone che lo hanno incontrato in carne ed ossa! Non è vero?»

Spostò lo sguardo verso un angolo della tenda, dove era seduta la vecchia zia, quella che Fyra aveva salvato insieme a Kal e agli altri.

La vecchia fece enfaticamente di sì con la testa, con un largo sorriso.

Spostando poi lo sguardo dall’altro lato, e facendo in modo che il suo pubblico lo seguisse, Kydalim portò la sua attenzione su altri due anziani. E i nonni di Fyra annuirono come la vecchia zia.

«Quella che vi ho raccontato oggi non è una fiaba, bambini. È una storia vera.» Con un ultimo sguardo alla sua platea di ascoltatori, alcuni dei quali si stavano addormentando, Kydalim concluse: «Si sta facendo tardi, e per stasera ho parlato abbastanza. Continuerò un altro giorno, forse. Che ne dite?»

Gli risposero dei mormorii assonnati. I bambini un po’ più grandi volevano continuare, ma nei loro casi ci pensarono le madri a farli desistere, dicendo che domani sarebbe stata una lunga giornata.

Anche Fyra andò a dormire, e quella notte ripensò a tutto quello che era successo negli ultimi giorni. Nonostante la situazione in cui si trovavano, quella notte si era sentita di nuovo bambina, come se fosse stata di nuovo ad ascoltare le storie dei suoi nonni.

Le sfuggì un sorriso. Non si lasciava andare spesso al sentimentalismo, ma per questa volta fece un’eccezione.

Nota dell’Autore

Sono sempre avido di conoscenza, riguardo i pareri dei miei lettori.
Sentitevi liberi, anzi invitati, a commentare, qualsiasi sia la vostra opinione su quello che avete letto.
La comunicazione è la chiave in ogni ambito della vita.

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