L’edificio dove si era stabilito l’Esarca Stefan era una grossa casa in pietra, che forse un tempo era appartenuta a un comandante di guarnigione o a un notabile del villaggio.
Non che a Fyra importasse. Lasciava che su certe cose fosse Ark a interrogarsi.
La cosa che le interessava in questo momento era che all’entrata non c’erano guardie. Probabilmente erano troppo impegnate a vigilare al limitare delle rovine o a calmare gli animi dei cittadini.
Questo rendeva le cose più facili.
Aprì la porta e passò dentro un atrio come quello di tante altre case, diverso solo in ampiezza. Anche all’interno non c’era nessuno, non si sentiva nemmeno un minimo movimento, nonostante lei avesse ottime orecchie.
Da qualche parte alla fine di qualche corridoio alla sua destra o alla sua sinistra c’era la stanza in cui avevano rinchiuso Elef, ma andare a fargli visita non gli sarebbe stato di aiuto.
Come non sarebbe stato di aiuto Kal. “Lascia che ci pensi io” un accidente!
La ragazza proseguì invece diritta, passando nel cortile interno della casa.
Sentì delle voci provenire da dietro una delle porte che si affacciavano su di esso, e capì di aver trovato la sua destinazione.
«Dimmi la verità, Ergon. Quanto…» una voce roca. non riuscì a sentire il resto.
Dopo un attimo di silenzio, la voce continuò, più imperiosa: «Rispondimi.»
Un’altra voce obbedì, anche se Fyra continuava a non riuscire a sentire tutto: «Non… Ma neanche… Specialmente se hai intenzione di… Se avessi strumenti migliori, forse riuscirei… Mi dispiace.»
L’intenzione di Fyra era di aprire immediatamente la porta ed entrare, ma questo dialogo la incuriosì, per cui restò ad ascoltare.
La prima voce riprese: «Non hai gli strumenti, ma so che…»
«Mio Esarca, questo accorcerebbe… Io ho fatto un giuramento.»
«Non posso restare steso su questo… Ricorda cosa mi dicesti il giorno in cui…»
Un momento di silenzio. Fyra non capiva esattamente di cosa stessero parlando, ma percepì che la persona che aveva parlato per seconda, Ergon, stava esitando.
Tornò a parlare la prima voce, l’Esarca: «Pensa a mia figlia. Non voglio… in questo modo. Devo essere in grado di… Fallo per lei, Ergon. Fallo per la tua futura Principessa.»
«Chi va là? Chi sei, e cosa ci fai qui?»
Fyra si voltò. Dietro di lei, dall’altro lato del cortile, era comparsa una giovane donna. La tunica e i pantaloni che indossava avevano visto giorni migliori, ma i suoi capelli neri erano curati e raccolti con eleganza dietro la testa. I suoi occhi scuri erano puntati su di lei. Nonostante le sopracciglia e la bocca distorte in un’espressione furiosa, la riconobbe: era Helena Dorina, la figlia dell’Esarca che aveva visto al porto di Elis.
«Allontanati subito da quella porta!»
Mentre lo diceva, iniziò ad avvicinarsi, camminando con la massima rapidità per la quale non fosse necessario usare il verbo “correre”.
Fyra, senza pensarci due volte, spinse contro la porta e si precipitò all’interno.
«Ferma! Guardie! Astor!» la sentì gridare, ma la ignorò.
La stanza era scura, i suoi occhi richiesero un istante per abituarsi. Poi, illuminati da quella poca luce che proveniva da una stretta finestra, vide due uomini.
Uno era giovane, dall’aspetto atletico. Era in ginocchio, rivolto verso un letto che era posizionato vicino al muro di fronte a lei.
L’altro era sdraiato sul letto. Sembrava più anziano, e aveva un colorito pallido. Capì che probabilmente l’Esarca era quest’ultimo.
Ma fu tutto quello che riuscì a vedere prima che qualcuno cercasse di strattonarla con forza all’indietro. Fyra oppose resistenza e si divincolò. Qualcuno cadde a terra con uno strillo dietro di lei.
Adesso o mai più.
«Esarca! Io so cosa hai intenzione di fare, e non te lo permetterò!»
Puntò un dito accusatorio verso l’uomo sul letto.
Lui si limitò a rivolgerle uno sguardo confuso.
L’altro uomo, che probabilmente era quello che prima l’Esarca aveva chiamato “Ergon”, sembrò non notarla nemmeno.
Di nuovo, qualcuno la afferrò da dietro, questa volta con molta più forza.
«D’accordo, ragazzina, adesso vieni con me.» una voce maschile.
«Portala via, Astor.» la voce di Helena, che sembrava stare riprendendo il respiro.
Lei cercò di divincolarsi una seconda volta, ma non ci riuscì.
«No!» Urlò, dimenandosi mentre veniva sollevata di peso. «Elef non ha fatto nulla di male! Mi senti, Esarca? Nulla di male!»
«Astor, fermati.» disse l’uomo sul letto. «Lasciala andare.»
«Mio Esarca, è entrata senza permesso!» la voce maschile proveniente da dietro di lei assunse un tono di protesta. «Ha chiaramente cattive intenzioni.»
«Cosa credi, che sia venuta qui per assassinarmi? È una cittadina, Astor. Lasciala andare. E poi torna alle tue mansioni.» Man mano che parlava, la sua voce si faceva meno roca, il suo tono più sicuro e autoritario.
Le mani che la stringevano all’improvviso mollarono la loro presa, e Fyra cadde sul pavimento.
Quando rialzò la testa, la ragazza vide che l’Esarca si era messo a sedere e la stava guardando con curiosità. L’altro uomo era scomparso, forse era uscito.
«Hai la mia attenzione.» disse l’Esarca. «Elef sarebbe Eleutar Krommynid, il disertore che domani sarà processato, giusto?»
Ogni traccia di debolezza o stanchezza era svanita. Nonostante le occhiaie profonde e la fasciatura attorno all’addome, l’uomo davanti a lei adesso le dava l’impressione di possedere una forza incrollabile e un sincero totale interesse per il suo interlocutore. Capì come aveva fatto a conquistarsi la fiducia e l’ammirazione di tutte le persone che lei conosceva: anche seduto su un letto sporco, in abiti stropicciati dopo essere stati indossati per giorni, era come se invece fosse seduto su un trono in abiti da cerimonia, intento a dare udienza a uno dei suoi amati cittadini.
Ma nonostante ciò, Fyra non si fece mettere in soggezione.
«Sono felice, che almeno ti degni di conoscere il nome delle persone che stai per dare in pasto ai lupi.»
«Perché non cerchi di mostrare almeno un po’ di rispetto, Cittadina?» disse Helena, ancora alle sue spalle, in un tono stranamente paziente, quasi conciliatorio, simile a quello che aveva usato al porto. «Sei in presenza del tuo esarca.»
«Lasciala parlare, Helena.» disse lui, distogliendo per un istante lo sguardo da Fyra. Riportandolo poi su di lei, le rispose: «Non capisco cosa intendi.»
Fyra scoprì i denti: «Sei davvero convinto che siamo tutti degli sciocchi? Siamo bloccati qui da giorni, e la gente si sta spazientendo. Stanno rapidamente perdendo la fiducia che avevano in te.»
«Non lo nego.» L’Esarca non sembrava impressionato dalla sua aggressività. «Ma non capisco ancora cosa c’entri Eleutar Krommynid.»
«Smettila di prendermi in giro! Hai chiaramente intenzione di condannarlo e lasciare che tutti sfoghino la loro tensione su di lui! Quale modo migliore per calmare gli animi e guadagnare un po’ di tempo?»
Intervenne Helena, con un tono bizzarramente imbarazzato: «Q-Questa è un’illazione offensiva! È una vergognosa calunnia!»
«Davvero?» Fyra si voltò verso di lei. Adesso che la guardava in viso, quasi provò pena per lei. Doveva essere più grande di Fyra di qualche anno, eppure la sua espressione era quella di una bambina colta in flagrante a fare qualcosa che non doveva.
«Hai la mia parola.» rispose l’Esarca, richiamando momentaneamente la sua attenzione. «Se Eleutar Krommynid sarà condannato, sarà solo come risultato di un equo processo. È un cittadino, e verrà trattato da cittadino.»
Fyra si trattenne dal dirgli che la sua parola non valeva nulla. Forse, dirlo non sarebbe stata una buona idea.
«Un momento, adesso ti riconosco.» disse Helena. «Tu ti offristi volontaria al porto di Elis. Eri insieme ad Artor Deutarid e a Kalos Aregonid.»
«Complimenti, Helena Dorina.» rispose Fyra, con sarcasmo. «Sai chi altro c’era con noi? C’era Elef. Oh, ma non pretendo che tu te ne ricordi. Stai solo per condannarlo per diserzione.»
La vide impallidire.
«Cos’è questa storia, Helena? Non me ne hai parlato.» L’Esarca suonava curioso.
«T-Te lo spiegherò dopo, Padre.» rispose lei.
«No, lo spiegherò io adesso.» disse Fyra, rivolgendosi di nuovo all’uomo sul letto. «Elef ha salvato una vita, a Elis. Ha aiutato una cittadina a raggiungere il porto e a fuggire, mentre quasi nessuna delle altre guardie aveva tempo per preoccuparsene! Senza di lui adesso una donna sarebbe morta!»
Stava un po’ abbellendo la storia, ma non le importava. Anche se Elef era cresciuto in un odioso idiota, restava comunque suo amico.
L’Esarca si accarezzò il viso, mormorando uno “hmm”, poi disse: «Ti assicuro che ne sarà tenuto conto durante il processo. Giusto, Helena?»
La figlia dell’Esarca sembrò essere stata presa in contropiede. Riuscì solo a dire: «…Cosa?»
«Sarai tu a presiedere il processo domani.» rispose lui, con un sorriso.
La giovane donna scosse la testa. «Padre, io…»
«Hai sempre voluto un’occasione per aiutarmi e dimostrarmi le tue capacità, no? Beh, è arrivata. Lo hai detto anche tu che io devo pensare a riposarmi. Per cui del processo ti occuperai tu. Mostra a me e ai cittadini la tua capacità di giudizio. Sono certo che non mi deluderai.»
«Ma… ma…» Helena balbettò per qualche istante, poi chinò il capo, stringendo i pugni. «Come desideri, Padre.»
Fyra non era sicura di capire cosa fosse successo, ma per qualche motivo si sentiva ottimista.
L’Esarca le rivolse un sorriso. «Come ti chiami, Cittadina?»
Normalmente sarebbe stata tentata di non rispondere.
«Fyra Eufyina.»
«Fyra.» l’Esarca ripeté il suo nome. «Hai dei parenti con te?»
«I miei nonni.»
L’Esarca non indagò oltre sulla questione. «Eleutar Krommynid è tuo amico, vero?»
Dopo un attimo di esitazione, lei rispose: «Sì, lo è.»
L’Esarca emise uno sbuffo divertito. «Un tempo anche io conoscevo un Eleutar. E anche noi lo chiamavamo “Elef”. Era un brav’uomo.» Dopo una pausa, aggiunse: «E un buon amico.»
L’Esarca chiuse gli occhi, come se fosse immerso in qualche ricordo felice.
L’illusione che era durata così a lungo si spezzò, e Fyra tornò a vedere solo un uomo seduto su un letto, ferito, stanco e malato.
Poi quegli occhi si riaprirono, e l’Esarca disse: «Ora, Fyra, ti devo chiedere di tornare dai tuoi nonni e lasciarmi riposare. Domani sarà una lunga giornata. Per tutti noi.»
Fyra uscì, più soddisfatta di quanto si aspettasse.
Neanche la freddezza con cui Helena la condusse all’uscita riuscì a intaccare il suo buonumore.
Non era ancora detta l’ultima parola, ma adesso la sua rabbia era stata sostituita da un’altra emozione.
La speranza.
Due guardie lo vennero a prendere.
Elef si alzò dal suo giaciglio, dando segno di aver intenzione di camminare con le proprie gambe. Negli ultimi giorni, si era sentito un po’ meglio. Il braccio ferito gli faceva ancora male e preferiva non usarlo, ma il dolore agli altri arti si era affievolito.
Le due donne lo scortarono fuori dalla cella e poi all’aperto, verso la piazza al centro delle rovine.
Guardandosi intorno, Elef vide che ai lati della piazza erano state allestite sei o sette grandi tende circolari. Non ricordava di averle notate, il giorno in cui era arrivato. Ma probabilmente era stato troppo malato per prestarci attenzione.
Al centro della piazza era stato messo uno scarno tavolo coperto da un largo grezzo rettangolo di tela scura, e dietro di esso una sedia malconcia. Su di essa era seduta Helena Dorina, la figlia dell’Esarca Stefan. Elef capì che quella era la cosa più vicina a un’aula di tribunale che le guardie erano riuscite ad allestire. Nonostante ciò potesse sembrare comico, l’espressione seria di Helena avrebbe fatto svanire a chiunque la voglia di ridere.

Intorno al tavolo si erano radunati apparentemente tutti i cittadini riusciti a scappare da Elis. Un centinaio di persone mormoranti, molte delle quali torve in viso. Elef ne notò qualcuna che al suo passaggio gli rivolgeva un sorriso maligno. Qualcun altro urlò un insulto nella sua direzione.
All’improvviso un uomo riuscì a superare il cordone di guardie che formava un corridoio tra lui e il tavolo e gli sputò addosso.
«Questo è quanto ti meriti, dopo avermi sempre guardato dall’alto in basso! Come ci si sente ad essere un reietto, Elef?»
Fu a quel punto che lui si rese conto che l’uomo che gli aveva sputato era qualcuno che conosceva: Klazon era un perdigiorno noto a tutta Elis, che aveva spesso cercato di scroccare denaro o qualcosa da mangiare a lui o ai suoi genitori, con un fare ossequioso che gli aveva sempre dato fastidio.
Le guardie lo respinsero al di là del cordone, ma non prima che l’uomo riuscisse a gridargli: «Ti faranno a pezzi, brutto ragazzino arrogante! E io riderò quando succederà!»
Il giovane ebbe paura. Sentiva che, nell’istante in cui fosse stato condannato, la folla sarebbe balzata su di lui.
Ma nonostante ciò, non riusciva a dar loro torto. Era pienamente consapevole di ciò che aveva fatto, e la vergogna lo consumava. Tutto ciò che desiderava era una seconda possibilità, per dimostrare che non era un codardo.
Anche se sapeva che non l’avrebbe mai avuta.
Le due guardie che lo scortavano lo fecero mettere in ginocchio davanti al tavolo.
«Imputato.» disse Helena. «Dichiara il tuo nome e il tuo grado.»
Elef rispose, tenendo il capo chino.
«Eleutar Krommynid, decarca della Seconda Compagnia delle guardie cittadine di Elis.» ripeté la donna che lo avrebbe giudicato. «Sei accusato di aver contravvenuto a un ordine del tuo capitano e di essere fuggito davanti al nemico. Cosa dici a tua discolpa?»
Elef scosse il capo. «Nulla.»
Non aveva scuse. Se avesse potuto tornare indietro lo avrebbe fatto.
«Allora procediamo. Normalmente a questo punto chiederei se qualcuno dei presenti può testimoniare la veridicità delle accuse, come ci ha insegnato Daskal, nostro Maestro.» Il suo tono di voce si abbassò. «Ma in questo caso non ce ne sarà bisogno. La tua stessa presenza qui è testimonianza sufficiente. Eleutar Krommynid, tu hai abbandonato il tuo posto. Il tuo compito, come membro della Seconda Compagnia, era mantenere la tua posizione e combattere, in modo da dare alla Prima Compagnia il tempo di evacuare la città. Tu non vi hai adempiuto.»
Il mormorio della folla cominciò a salire di volume. Elef sapeva già cosa lo attendeva. Ma all’improvviso le voci si calmarono. Alzando lo sguardo, Elef vide che Helena aveva alzato le mani, intimando il silenzio. La donna, senza smettere di guardarlo negli occhi, continuò: «Il verdetto è già certo, tu sei colpevole. Ma anche se tu hai rinunciato a parlare in tua discolpa, ciò non vuol dire che questo processo sia già finito.»
A quel punto Helena spostò lo sguardo sulla folla. «Perché come Daskal ci ha insegnato, adesso io chiedo: c’è qualcuno tra i presenti che può testimoniare in favore dell’imputato?»
Dalla folla si alzò una voce familiare: «Io!»
Elef si voltò appena in tempo per vedere Kalos emergere dalla calca.
Cosa hai intenzione di fare? Gli chiese con lo sguardo.
«Qual è il tuo nome?» chiese Helena.
«Kalos Aregonid.»
«Parla, Kalos Aregonid. Cosa hai da dire in difesa dell’imputato?»
Elef lo vide prendere il respiro, per poi rivolgersi alla folla.
«Durante la caduta di Elis, io insieme ad altri cittadini ho cercato di portare in salvo una mia vicina di casa. Una donna anziana e incapace di fuggire da sola. Per farlo, ho chiesto il suo aiuto.» Kalos puntò un dito verso di lui.
Elef scosse la testa, incredulo. Quella era una bugia, Kalos lo sapeva.
«Kalos, no!» esclamò, cercando di alzarsi, ma le guardie lo spinsero di nuovo in ginocchio.
«Non sapevo quali fossero i suoi ordini,» continuò il ragazzo. «per cui involontariamente l’ho messo in difficoltà. Ho posto il decarca Eleutar davanti a una scelta: obbedire al suo capitano, mantenere la posizione e abbandonare me e dei cittadini inermi al proprio destino, oppure disobbedire e farci da scorta.»
Non ho bisogno di queste bugie!
«Se lui ha una colpa, allora quella colpa è anche mia. Perché senza di lui non saremmo mai riusciti a metterci in salvo. Il decarca… si è anche procurato una ferita per proteggerci.»
«Basta con questa farsa!» gridò Elef, ma le guardie lo trattennero.
«Imputato, non hai facoltà di parola adesso.» disse Helena, con freddezza.
Poi si rivolse a Kalos, che sembrava aver finito di parlare: «Grazie, Kalos Aregonid. Ma la parola di una singola persona non basta. C’è qualcuno tra i presenti che può confermare quello che hai detto?»
Elef notò che il mormorio della folla si era abbassato, facendo quasi calare il silenzio.
Non ci fu risposta. Elef tirò un sospiro di sollievo. Il tentativo di ingannare il tribunale in questo modo vergognoso non avrebbe funzionato.
Ma all’improvviso un’altra voce familiare disse: «Io.»
La calca si aprì, lasciando comparire l’ultima persona che Elef si sarebbe aspettato di vedere.
«Qual è il tuo nome?»
«Artor Deutarid.»
«Puoi confermare quello che ha detto Kalos Aregonid?»
«Ogni parola.»
Elef si sentiva come se stesse avendo un’allucinazione. Forse era così, forse si trovava ancora nella sua cella in preda alla febbre.
«Molto bene. La testimonianza in tuo favore è stata confermata, Imputato Eleutar Krommynid.» riprese Helena. «Come ho detto prima tuttavia, essa non cambia i fatti.»
Era quello che Elef si aspettava, e ne fu grato.
«Qualsiasi fossero le tue motivazioni, qualsiasi gesto nobile tu abbia compiuto, tu sei colpevole.» continuò il suo giudice, come leggendogli nel pensiero.
Poi si alzò dalla sedia.
«Secondo la Vecchia Legge, la punizione per un disertore era la morte.»
Qualcuno tra la folla urlò una frase che Elef non comprese, ma che suonava minacciosa e compiaciuta, e il mormorio riprese forza.
Helena fece un respiro profondo, prima di riprendere: «Ma la Vecchia Legge decretava anche che noi umani eravamo schiavi, che non avevamo nessun diritto e che il nostro unico scopo era servire i nostri padroni. Quella è una legge che noi non seguiamo più.»
Mentre pronunciava quell’ultima frase, fece scorrere gli occhi da un lato all’altro della piazza, come se stesse rivolgendo uno sguardo d’accusa all’intera folla lì riunita.
Il mormorio cessò del tutto. Improvvisamente calò un silenzio colmo di tensione.
«Ora abbiamo una nuova legge. E secondo quest’ultima, la punizione per i disertori non è la morte.»
Ci fu un’altra pausa di silenzio. Helena riportò lo sguardo su di lui.
«Eleutar Krommynid. Tu dovresti essere congedato con disonore dalle Guardie Cittadine, questo dice la legge.»
Anche questo era ciò che Elef si aspettava. La sua carriera era finita, il suo sogno di diventare un eroe rispettato da tutti finiva qui.
Un momento. “Dovresti”?
«Ma considerate le testimonianze che abbiamo ascoltato, e anche la nostra attuale situazione… eserciterò clemenza.»
Elef non credeva alle proprie orecchie.
«Dimmi.» disse Helena, chinandosi verso di lui. «Desideri restare tra le Guardie Cittadine?»
Elef si gettò a terra con così tanta forza che quasi sbatté la testa contro il terreno. Sentì che stava piangendo, ma non gli importava.
«Sì… Sì! Vi prego! Voglio solo un’altra occasione! Non vi deluderò!»
«Così sia allora, questa sarà la sentenza: io ti condanno ad essere retrocesso. Tornerai ad essere una guardia semplice, ma resterai una guardia. Servi con dedizione il tuo esarca. Avremo bisogno anche di te.»
Elef percepì un movimento, Helena si era rialzata e rivolta di nuovo alla folla.
«Siamo tutti nella stessa situazione. Non è il momento di sfogare la nostra rabbia sui nostri stessi compagni. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, ora come mai prima. Così è deciso!»
E con un solenne battito delle mani, Helena diede segno che il processo si era concluso.
La folla, che fino a poco prima sembrava pronta a saltare addosso a Elef in preda alla rabbia, ora esplose in grida esultanti.
«Una sentenza degna di suo padre!»
«Helena Dorina ha parlato con saggezza!»
«La sua clemenza è un esempio per tutti!»
Si erano completamente dimenticati di lui.
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