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SeNNaaR – Capitolo 11: Coloro che Sono Perduti, Parte Tre

La mattina dopo, sulla foresta era scesa una fitta coltre di nebbia.

Guidati da Fyra, i cinque raggiunsero l’approdo delle barche. Le loro sagome larghe e scure, immobili sulla riva e immerse nel silenzio, avevano qualcosa di spettrale.

Kal sapeva che davanti a lui, dall’altra parte del fiume, si trovava il porto di Elis, ma la foschia copriva qualsiasi cosa fosse a più di una quindicina di piedi di distanza.

Nel fango intorno alle imbarcazioni si era impresso un intreccio caotico di impronte. Grandi, piccole, di sandali leggeri e di stivali pesanti.

Allontanandosi dalle barche, l’intreccio lentamente si allineava, le impronte tendevano tutte verso una direzione.

«Si sono radunati…»

«…E poi sono andati da quella parte.» concluse Fyra per lui, indicando la scia di macchie di fango e foglie ed erba calpestate che entrava nella foresta e scompariva tra la nebbia.

Kal le sorrise. Non potevano essere troppo lontani, entro un giorno li avrebbero raggiunti.

Si mise immediatamente a seguire le tracce, addentrandosi di nuovo tra gli alberi con gli altri quattro al seguito.

Era più facile di quanto si aspettasse. Anche se il terreno accidentato impediva di avanzare velocemente e lo costringeva a farsi strada spostando o spezzando i rami, le impronte erano chiare, e qua e là continuava a trovare altri segni del passaggio di altre persone: una striscia strappata di tessuto, un ramo tagliato di netto per liberare il passaggio, una pietra ribaltata da un calcio.

E tuttavia, più andava avanti e più la sua euforia era temperata dalla sensazione che ci fosse qualcosa di strano, anche se non riusciva a capire cosa.

Finché, all’improvviso…

«Kal, che succede?» gli chiese Fyra. «Perché ti sei fermato?»

«Le tracce… finiscono qui.» fu tutto ciò che riuscì a dire.

In qualsiasi direzione Kal si girasse, non riusciva a vederne altre. Era come se in quel punto le persone che le avevano lasciate fossero svanite nel nulla.

E a quel punto il ragazzo capì.

Le tracce che aveva seguito appartenevano a molteplici persone, senza dubbio. Ma certamente a non più di una ventina o trentina.

I rami tagliati. Le rocce smosse con violenza.

Guardò in basso. Le ultime impronte erano tutte uguali, larghe e pesanti.

Tutte di adulti. Tutte di stivali.

«Siamo cascati nel trucco più basilare.» disse, sentendo che le forze lo abbandonavano.

Adesso riusciva a immaginarseli: un gruppo di guardie che avanzava da solo nella foresta, creando tracce che confondessero gli inseguitori, per poi tornare indietro sui propri passi, con pazienza e precisione, e guidare gli abitanti in un’altra direzione, questa volta cancellando le impronte.

Una mossa prudente.

Ma che adesso stava mettendo in difficoltà le persone sbagliate.

Un colpo di tosse richiamò Kal alla realtà. Si voltò indietro. Elef lo stava guardando con un’espressione preoccupata.

Il suo colorito era pallido, sotto gli occhi aveva larghi cerchi scuri e sembrava tenersi in piedi a fatica.

Vederlo fece capire a Kal che non poteva arrendersi.

«Proseguiremo verso est. Se abbiamo la stessa destinazione, prima o poi li troveremo.»

Suppose che l’Esarca avrebbe guidato tutti al di là della foresta, continuando ad allontanarsi da Elis il più possibile, e decise di sperare.

Nel tentativo di infondere agli altri sicurezza, si rimise in marcia con passo deciso.

Ma dopo pochi passi sua sorella lo fermò: «Kal… l’est è da quella parte, non da questa. Lo so perché ho cercato di tenere a mente i cambi di direzione.»


Procedettero per circa mezz’ora, con fatica. La nebbia riduceva il campo visivo a una decina di passi, e ogni tanto la boscaglia era così fitta che li costringeva a fare brevi deviazioni.

A un certo punto, Kal inciampò su un sasso e cadde per terra. Rialzandosi, notò che il grosso sasso aveva una forma particolare, squadrata, come se fosse stato sagomato.

«Cos’è quello?» esclamò Fyra.

Kal si guardò intorno, e vide che sul terreno erano sparsi altri sassi simili a quello su cui era inciampato. Più in lontananza, dalla foschia emergeva parzialmente una grande sagoma scura, irregolare, come una enorme creatura addormentata su un fianco.

«Un… un gigante?» chiese Agatha, timorosa.

«Ma non dire scemen-» Elef fu interrotto da un attacco di tosse.

Kal si avvicinò, attento a dove poggiava i piedi. La sagoma divenne lentamente più chiara.

«È un edificio.»

Un alto edificio, che però aveva visto giorni molto migliori. La struttura era crollata, quello che un tempo doveva essere stato un lungo cilindro verticale adesso era un ammasso disordinato di pietre e legno marcescente, con frammenti sparsi tutto intorno a loro. Solo le fondamenta restavano ancora erette, consumate e annerite.

«Una torre di avvistamento.» disse Ark, dopo essersi avvicinato a sua volta. «Qui doveva esserci uno dei vecchi avamposti del Principato.»

Li raggiunse una folata di vento, che per un attimo fece diradare la nebbia. E Kal vide che erano circondati da altri edifici in rovina: forse un tempo erano state case, ma adesso i loro tetti erano sfondati e i muri erano coperti di rampicanti. Guardandoli bene, Kal capì che alcuni di essi erano stati dati alle fiamme.

«Cosa è successo qui? Come sarebbe a dire “un avamposto”?»

Ark rispose chiudendo gli occhi, come se stesse ricordando qualcosa che aveva letto: «Molto tempo fa, il Principato si estendeva anche oltre il fiume Tuon. In questa foresta era stata costruita una rete di avamposti, protetti da guarnigioni di soldati. Ma parliamo davvero di molto tempo fa, parecchie decine di anni, durante la guerra contro la Federazione, cioè i Tre Regni.»

«Vuoi dire che questo posto risale alla Guerra d’Inverno?» intervenne Elef.

«Sai riconoscere le bacche velenose ma non hai mai aperto un libro di Storia, vero?» per un momento, il tono di Ark si fece tagliente. «La Guerra d’Inverno non fu contro i Tre Regni. Anzi, fu proprio durante la Guerra d’Inverno che fu stipulata la Lunga Tregua. Il Principato rinunciò a tutto il territorio oltre il fiume a sud e oltre le montagne a Nord, e in cambio i Tre Regni non ci costrinsero a dividerci tra due fronti.»

Kal avrebbe volentieri continuato ad ascoltare la lezione, ma in questo momento c’erano cose più importanti a cui pensare: «Ark, tu sapevi dell’esistenza di questo posto?»

«Sì. Vuoi delle scuse perché non ve ne ho parlato prima? Pensavo fosse già stato totalmente reclamato dalla foresta.» Kal non aveva idea di cosa avesse detto di sbagliato, ma Ark adesso era stranamente sulla difensiva.

«No, non mi interessa. Quello che voglio sapere è se hai mai visto anche una mappa di questa “rete di avamposti”.»

Ark gli rivolse uno sguardo sorpreso, poi rispose: «Certamente.»

Dopo aver impugnato un sottile pezzo di legno, il giovane iniziò a disegnare sul terreno.

«Allora, questo è il fiume, più o meno a questa altezza c’era un ponte… da qui una strada entrava nella foresta, fino a una biforcazione più o meno in questo punto…»

Ark aveva sempre avuto un particolare talento nel ricordare ciò che vedeva, leggeva o sentiva. In meno di un giro, aveva tracciato una dettagliata mappa degli antichi insediamenti del Principato nella foresta, con le strade che li collegavano.

«Direi che probabilmente noi siamo… qui.» Concludendo, Ark indicò uno dei cerchi che simboleggiavano gli avamposti.

«Ark.» disse Kal. «Forse anche l’Esarca ha questa mappa, e forse sta usando queste strade per attraversare la foresta. Ecco, tutte quelle che conducono a est convergono qui.» indicò il cerchio più a destra di tutti.

«Questa è la nostra destinazione.»


Con l’aiuto di Ark, Kal tracciò un percorso sulla mappa, dopodiché i cinque si incamminarono lungo una delle strade che uscivano dalle rovine.

Kal non era sicuro che avrebbero trovato l’Esarca e gli altri cittadini. Ma aveva il dovere di mostrarsi tale.

La strada era in condizioni migliori di quanto Ark si aspettasse. Il viaggio fu molto più spedito di quando procedevano nella boscaglia.

Ma alla fine, quando ormai erano vicini alla destinazione, Elef cadde, senza riuscire più a rialzarsi. Aveva dato fondo a tutte le sue energie.

«Ho bisogno di riposare.» disse debolmente.

Se chiude gli occhi, non li riaprirà mai più. Kal ne era certo.

Furono Ark e Fyra sollevarlo da terra, prendendolo dai due lati, come se si fossero messi d’accordo in anticipo.

«Tutta qui la tua resistenza, Decarca?» disse Ark. «Non è neanche mezzogiorno.»

«Sto scarpinando dall’alba.» protestò Elef, con un po’ più di voce di prima.

«Come tutti qui.» ribatté Fyra. A Kal sembrò che per un attimo tra lei e Ark ci fosse uno sguardo d’intesa. «Non ti vergogni ad essere il primo a stancarsi?»

«Se solo tu e quell’altro imbecille aveste capito da subito che quelle tracce erano un trucco…» Non era chiaro se Elef avesse sentito, ma il fatto che continuasse a parlare era un buon segno. E a quel punto Kal capì che lo scopo dei due era proprio quello: finché fossero riusciti a tenerlo arrabbiato, Elef non avrebbe perso conoscenza.

All’improvviso, da un punto davanti a loro nella foschia risuonò lo schiocco di un’arma da cristallo. La pallottola colpì il terreno davanti a Kal, che subito si immobilizzò.

Il suo primo pensiero, istintivo, fu di estrarre lo sclerigro. Ma da quella distanza sarebbe stato inutile.

Poi sentì una voce: «Chi va là? Identificatevi, o il prossimo colpo andrà a segno!»

Una voce familiare.

Kal non credeva alle proprie orecchie, ma rispose, a voce alta e scandendo bene le parole: «Non sparate! Sono Kalos Aregonid, Prima Compagnia delle Guardie Cittadine di Elis! Abbiamo un ferito grave!»

Ci fu un istante di silenzio. Poi la voce familiare riprese, e questa volta Kal fu certo che apparteneva al suo commilitone Barys: «Il giovane Kalos!? Sei davvero tu? Accidenti, ti davamo per morto! Resta dove sei, arriviamo subito! Tu, vai a chiamare il medico!»

Mentre dalla nebbia emergevano quattro figure vestite con l’uniforme delle guardie, che lui conosceva così bene, Kal si lasciò andare a una risata liberatoria.

Erano di nuovo tra amici, e sarebbe andato tutto bene.

Adesso lo credeva davvero.

Nota dell’Autore

Sono sempre avido di conoscenza, riguardo i pareri dei miei lettori.
Sentitevi liberi, anzi invitati, a commentare, qualsiasi sia la vostra opinione su quello che avete letto.
La comunicazione è la chiave in ogni ambito della vita.

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