Agatha si inoltrò tra gli alberi.
Dopo aver passato qualche ora ad asciugarsi e riposare, si era resa conto che le era venuta fame. Sapeva che presto avrebbero dovuto ripartire e cercare di ricongiungersi al resto degli abitanti, ma contava di trovare almeno qualche bacca prima di rimettersi in cammino.
Ark le aveva detto di non allontanarsi troppo, ma fu sorpresa dalla rapidità con cui la foresta attutì il rumore della corrente del fiume, sostituendo ad esso una sinfonia di altri suoni: il fruscìo delle foglie, il fischio del vento, il picchiettare di qualche goccia di pioggia che le cime degli alberi avevano trattenuto.
Fino a quel momento, Agatha era stata in un bosco solo nei racconti di sua nonna. La vecchia Jatra amava parlare ai nipotini di quando, da ragazza, durante la Liberazione dalla Schiavitù, lei e i suoi compagni fuggiti ai propri padroni si erano nascosti nella Foresta di Ralbuss, che Agatha non aveva mai capito bene dove si trovasse, anche se immaginava fosse vicina ad Arlis.
E delle tante avventure (così lei le chiamava, Agatha adesso lo capiva, perché il suo scopo nel raccontarle era emozionare i bambini, non accollare loro i suoi lutti) che là aveva avuto, la preferita di tutta la famiglia era quella in cui una notte, nel buio, aveva incontrato una bestia terrificante… e aveva anche conosciuto il suo futuro marito.
Sì, la introduceva sempre così, e subito dopo diceva “E no, la bestia non era lui.” e ridevano tutti, compreso il Nonno se era presente.
I due avevano due versioni diverse della storia: entrambe cominciavano con nonna Jatra da sola, allontanatasi dal suo gruppo, che incontrava un ragazzo appartenente a un altro gruppo di fuggitivi che avevano avuto la loro stessa idea riguardo a dove nascondersi. All’improvviso, entrambi sentivano un basso brontolio, e si accorgevano di due grandi occhi scintillanti che li fissavano dall’oscurità. Stando al Nonno, la cui passione per le storie era solo leggermente inferiore a quella della Nonna, tra i due c’era stata un’intesa immediata, la bestia era un orso venuto a rovinare il momento e lui l’aveva affrontato con una lancia improvvisata mentre la Nonna era rimasta paralizzata dal terrore. I dettagli dell’epico scontro variavano ogni volta, ma alla fine lui trionfava sull’animale, guadagnandosi l’ammirazione e l’eterna gratitudine della ragazza che aveva salvato. Stando alla Nonna invece, la loro primissima interazione era stata un litigio, la bestia era un lupo attirato dal baccano ed entrambi erano rimasti paralizzati dal terrore, però l’animale si era accontentato di uno sguardo, dopodiché se ne era andato per conto suo.
All’improvviso Agatha si rese conto che mentre era persa nei ricordi aveva continuato a camminare. E adesso il fiume non si vedeva più in nessuna direzione.
Cercò di non farsi prendere dal panico, ma adesso, nella poca luce che non veniva bloccata dai rami, circondata dalle scure colonne dei tronchi d’albero, le tornò in mente di prepotenza l’espressione che faceva la nonna quando le veniva chiesto di descrivere la bestia. Comunque fosse davvero andata, fosse essa stata un orso, un lupo o qualcos’altro, era chiaro che al di là del racconto avvincente, l’esperienza l’aveva traumatizzata.
La ragazza sentì un rumore nuovo unirsi al resto dei suoni della foresta. Il rumore di qualcosa che si muoveva tra i cespugli.
“Era brutta.” diceva sua nonna, “Con un muso lungo, deforme, e denti affilati. E poi quegli occhi… Grossi, gialli, sporgenti e affamati.”
Qualcosa emerse da dietro un albero.
«Va tutto bene?»
Agatha strillò istintivamente, ma riuscì a trattenere l’impulso di mettersi a correre, abbastanza a lungo da rendersi conto che quel qualcosa era Ark.
«Ho pensato che tanto valeva cercare da mangiare per tutti.» continuò lui. «In due faremo più in fretta. E sarà anche più sicuro.»
Agatha, riprendendo fiato, maledisse la propria immaginazione galoppante e rispose: «Sì… Hai ragione.»
Quando tornarono al fiume, la luce stava cominciando a calare.
Con l’aiuto di Ark, Agatha aveva fatto incetta di bacche e aveva anche trovato qualche frutto.
Non avevano parlato molto, complici anche i lividi sul volto di Ark. Ora che erano sfuggiti al pericolo immediato e la stanchezza cominciava a farsi sentire, Agatha aveva immaginato che per lui fosse doloroso aprire la bocca. A un certo punto, mentre erano fianco a fianco, le era cascato l’occhio sulla sua faccia, assolutamente per caso. Sulla sua guancia destra si stava estendendo un triangolo gonfio e violaceo, con la punta rivolta in basso. Il suo labbro superiore era spaccato, e sulla ferita si era formato un grumo nerastro di sangue rappreso.
«Ti fa male? La tua faccia, intendo.» Aveva chiesto, quasi senza pensare.
Lui si era voltato verso di lei, dandole modo di vedere che il lato sinistro non era in condizioni migliori: la palpebra era scura e gonfia e gli impediva di aprire completamente l’occhio, mentre un lungo taglio gli percorreva buona parte del sopracciglio.
Agatha si era vergognata di quella domanda, sentendosi stupida: era palese che gli facesse male, maledizione!
Ma lui aveva risposto: «Un po’.» e poi era tornato a concentrarsi sulla raccolta.
Non si erano detti altro.
Avevano avvolto il cibo nel mantello da viaggio di Agatha (molto contenta di aver resistito alla tentazione di gettarlo via mentre nuotava verso la riva) ed erano tornati indietro.
L’idea originale della ragazza era stata di cercare da mangiare solo per sé, ma era felice di aver fatto qualcosa di utile per tutti, anche se aveva richiesto molto più tempo.
Per questo si sentì ferita quando, non appena poggiò il mantello a terra dicendo: «Guardate cosa abbiamo trovato!» e fece per iniziare a mangiare, la prima risposta fu un «Fermati, stupida!» gridato con una voce roca.
Elef sembrava essersi appena svegliato. Le tolse la bacca che aveva in mano, ci diede un’occhiata e poi la buttò in acqua con un gesto furibondo, per poi stringersi subito la spalla ferita, che gli ricordava che non avrebbe dovuto compiere movimenti come quello. Ma il dolore sembrò renderlo solo ancora più arrabbiato.
«Ma che problemi hai? Non sai riconoscere una bacca velenosa quando la vedi? Che cosa ti hanno insegnato i tuoi genitori?»
Agatha non riuscì a rispondergli. Elef non era come Fyra, ma comunque lei non aveva molta confidenza con lui. Era il più grande del loro gruppo, e anche se, crescendo, la differenza di età si era fatta sentire sempre meno, lo conosceva da quando lui era alto il doppio di lei, e la soggezione era rimasta.
Elef si chinò verso le bacche, un movimento cauto questa volta, e rovistò tra di esse per un po’. Poi ne prese una, uguale a quella che Agatha stava per mettersi in bocca e a tante altre nel mucchio.
«Queste sono corone blu.» disse, e indicò un cerchio di sottili protuberanze che avevano, simili a corte ciglia. «Le riconosci dalla forma, qui. Se ne mangi anche solo una, per un’ora faticherai a respirare. Mangiane tre, e morirai soffocata! Stavi cercando di avvelenarci tutti?»
«N-No, volevo solo…» Agatha si accorse di essere terrorizzata. Non aveva mai visto Elef così arrabbiato: i suoi occhi iniettati di sangue e la sua voce roca lo facevano sembrare più un animale che una persona.
Ma non era quello il solo sentimento che provava. Agatha si sentiva in colpa.
Non aveva idea del rischio che aveva corso, e che aveva fatto correre a tutti quanti. Lei pensava di rendersi utile…
E poi le venne in mente la sua idea originale. Se fosse rimasta da sola, senza sapere nulla del veleno e mossa dalla fame, avrebbe fatto una scorpacciata di quelle bacche e sarebbe morta in modo orribile, senza che nessuno la potesse aiutare o anche solo sapesse dov’era finita. Se non ci fosse stato…
Sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla.
«Va tutto bene. Non si è fatto male nessuno, Elef. Calmati.»
Era stato Ark a parlare.
Ma Elef non diede il minimo segno di essersi calmato.
«Tu… Leggi tutti quei libri, e poi nel mondo reale non sai distinguere una foglia o un frutto da un altro…»
Si avvicinò, più minaccioso di prima. Ma all’improvviso fu preso da un attacco di tosse così violento che riuscì a malapena a tenersi in piedi.
Agatha fece per aiutarlo, ma lui la scacciò con un gesto del braccio (di nuovo, un movimento cauto anche nell’impulsività).
«Butta via tutte quelle corone blu.» indicò il mucchio di bacche. «Le altre vanno bene.» aggiunse poi, con tono diverso. «E renditi utile anche tu!» disse alla fine, rivolto ad Ark, per poi tornare a sedersi, più o meno nel punto dove si era addormentato prima.
Agatha e Ark fecero meticolosamente una cernita, con Elef che ogni tanto interveniva e indicava che ne avevano mancata una, e poi buttarono tutte le bacche velenose nel fiume.
Finito quel lavoro, prima di tornare dagli altri, Agatha trovò il coraggio di fare al ragazzo una domanda: «Tu… sapevi del veleno? Intendo, sapevi che c’era il rischio che io mangiassi qualcosa di velenoso se fossi andata da sola?»
Dopo qualche istante di silenzio, lui rispose: «Mi è venuto in mente, dopo che tu eri partita.»
«Quindi… quando sei venuto a cercarmi, e hai detto che volevi cercare da mangiare per tutti… quella era una scusa per non mettermi in pericolo?»
«…Anche.» fu la sua sola risposta, prima di incamminarsi.
E Agatha lo seguì.
Sapeva che da lui non avrebbe avuto una risposta più elaborata. E le andava bene così.
«Andiamo.» disse Kalos, dopo aver mangiato. «Per il momento seguiremo il fiume verso nord, ma allontaniamoci dalla riva. Dobbiamo ricongiungerci con gli altri.»
A Elef non sembrava che qualcuno avesse eletto Kalos a guida, ma in questo momento non aveva la forza per lamentarsi.
Aveva freddo. E gli facevano male sia le braccia che le gambe, non solo la spalla ferita.
Seguì gli altri in silenzio, stringendo i denti.
I cinque si incamminarono, penetrando tra gli alberi quel tanto che bastava a sfuggire a eventuali sguardi dalla riva ovest del fiume senza perdere di vista il corso d’acqua. Sfruttarono ogni ultimo bagliore di luce rossastra sull’orizzonte per andare avanti, poi, una volta che fu calata definitivamente la notte e fu così buio che anche scorgere il fiume divenne difficile, si fermarono.
Al riparo dietro un grande masso, Fyra raccolse un mucchietto di sterpaglie e poi usò il suo sclerigro per sagomare due rami: uno divenne un bastoncino appuntito, sull’altro creò una superficie piatta con un piccolo incavo. Inserì il bastoncino nell’incavo e iniziò a sfregare i due oggetti l’uno contro l’altro, fino ad accendere un piccolo fuoco da campo.
Elef fu molto grato per il calore. Si sedette il più vicino possibile, tendendo il braccio sano avanti fino quasi a toccare le fiamme, e per qualche tempo si perse nella sensazione piacevole.
«Cosa faremo, poi?» sentì Agatha chiedere.
«Che cosa intendi?» La voce di Kalos.
«Quando avremo trovato gli altri. Cosa faremo?»
Ci fu una lunga pausa di silenzio, poi di nuovo la voce di Kalos.
«Non lo so.»
«Ci penseremo quando li avremo trovati.» Questa era Fyra. «Adesso la cosa migliore è concentrarci sul presente.»
Tipico di lei, pensò Elef. Nessun piano, nessuna visione a lungo termine, nessuna capacità di mettere le cose in prospettiva. Tutto quello che lei aveva, lo doveva al fatto che suo padre era un militare. Se Elef e lei si fossero scambiati di posto, se fosse stata lei a nascere in una famiglia di contadini, adesso lui probabilmente sarebbe già diventato capitano, mentre Fyra non avrebbe neppure provato a fare carriera e migliorare la propria condizione.
Sentì montare la rabbia, strinse il pugno teso e inspirò a fondo. E questo gli causò un attacco di tosse.
Quando si fu ripreso, il giovane notò all’improvviso qualcosa di strano.
«Ehi!» chiamò gli altri. «C’è una luce, laggiù.»
«Dove?» chiese Agatha.
Elef si alzò e la indicò. Era un piccolo puntolino chiaro, in lontananza verso nord, tra gli alberi.
«Io non vedo niente.» disse Kalos.
«Neanche io.» disse Fyra.
«Vi dico che c’è! È lontana, ma la vedo benissimo!» riprese lui, frustrato. Aveva sempre avuto la vista molto acuta, e in questo momento gli sembrava di essere tornato bambino e di stare parlando ai suoi genitori increduli.
«Ha ragione.» disse il membro del gruppo che finora non aveva parlato. Artor indicò la stessa direzione di Elef e continuò: «C’è qualcosa là. Non lo vedo bene, ma potrebbe essere un fuoco come il nostro.»

«Oh! È vero. Ora lo vedo anche io.» disse Fyra, con tono sorpreso.
Se la situazione fosse stata diversa, Elef sarebbe esploso dalla rabbia: poteva accettare Kalos al comando, ma che il gruppo prendesse sul serio Artor più di lui era intollerabile.
Tuttavia, in questo momento c’erano cose più importanti.
«Forse sono gli abitanti! Dobbiamo avvicinarci e attirare la loro attenzione! EHI! SIAMO QU-» Prima che potesse finire la frase, qualcuno gli chiuse la bocca con una mano.
«Non essere stupido!» la voce di Fyra. «Un singolo fuocherello per tutte quelle persone? No, quelli non sono gli abitanti. Dev’essere qualcun altro.»
Elef fece per protestare, ma si rese conto che in effetti Fyra aveva ragione, e se solo lui si fosse fermato a pensarci un attimo l’avrebbe capito da solo. Che cosa gli era preso?
È il freddo, si rispose. Con questo maledetto freddo non riesco a pensare. Devo tornare vicino al fuoco.
In quel momento Fyra mollò la presa su di lui, e lo guardò con un’espressione strana, che lui adesso non aveva né tempo né voglia di stare a decifrare.
«Torna accanto al fuoco. E restaci.» gli disse, come se ce ne fosse bisogno, poi si rivolse agli altri: «E voi restate con lui. Io vado a vedere cos’è quella luce. Non ci vorrà molto.»
Elef la vide avvicinarsi a Kalos e dirgli qualcosa, ma non stette ad ascoltare. Se ne tornò a sedere dove si era messo prima e cercò di scaldarsi il più possibile.
Era piacevole, ma anche seduto così vicino cominciava a sentire freddo. Probabilmente il fuoco si stava già spegnendo. Avrebbe potuto ravvivarlo, ma si sentiva stanchissimo.
Lo risvegliò dal torpore un nuovo peso sconosciuto intorno alle spalle. Ci mise un po’ a rendersi conto che era un mantello.
«Copriti con questo.» la voce di Kalos. Forse.
«Ho il mio. Non me ne serve un altro.» rispose lui, confusamente.
«Beh, non serve nemmeno a me. Tienilo tu.»
Elef non aveva più la forza per rispondere. Avrebbe voluto scrollarselo di dosso, ma mentre formulava lentamente quel pensiero si rese conto che, coperto com’era, adesso provava meno freddo di prima.
E si disse che in effetti, a pensarci bene, poteva anche tenerlo.
Kal guardò Elef lentamente chinare il capo e addormentarsi con la schiena poggiata contro il masso, dopodiché spostò la sua attenzione sulla lontana fiamma che brillava nel buio della foresta, in direzione della quale era scomparsa Fyra.
Il silenzio era rotto solo dal crepitio del fuoco. Ark e Agatha erano ancora svegli, ma nessuno di loro tre disse nulla.
All’improvviso, quella luce distante si spense.
Non li raggiunse nessun rumore, ma Kal non riuscì a impedire a un nodo di inquietudine di formarsi nella sua gola. Fu preso dall’impulso di andare a cercare Fyra, ma si tenne sotto controllo. Non poteva abbandonare gli altri, non con Elef in quello stato. Eppure, Fyra poteva essere in pericolo. Cosa fare? Cosa fare?
Capì che si stava facendo prendere dal panico. Prese un respiro profondo e cercò di vedere la situazione da un altro punto di vista.
Fyra era forte, lui lo sapeva.
Le sue opzioni erano: andare a cercarla e salvarla nel caso lei si trovasse in una situazione che non era capace di gestire (un’eventualità non certa), lasciando quindi sua sorella, Ark e Elef a loro stessi e in una situazione che certamente non erano in grado di gestire; oppure restare con loro e fidarsi della sua amica.
Kal scelse la seconda.
Il tempo passò con una lentezza dolorosa, ma a un certo punto Kal sentì un fruscìo poco lontano, e un attimo dopo la figura di Fyra divenne di nuovo visibile alla luce del loro fuoco da campo. Sembrava illesa, anche se stanca.
«Che è successo?» chiese lui.
«Dev’essersi accorto che stavo arrivando.» rispose lei. «Chiunque fosse, ha spento il fuoco ed è scomparso nel buio.»
«Oh.» La tensione che Kal aveva provato prima era scomparsa. Il ragazzo notò che anche Ark stava tirando un sospiro di sollievo.
«Ma c’è dell’altro.» riprese Fyra, richiamando l’attenzione di tutti di nuovo su di sé. «Mentre cercavo di riorientarmi, dopo che il fuoco era stato spento, mi sono diretta verso la riva del fiume. E ho trovato le barche.»
A quel punto Kal si alzò.
«Ne sei sicura? Hai trovato qualcuno degli abitanti, o qualche traccia?»
Lei alzò le mani in un gesto che chiedeva calma, poi scosse la testa: «Sono sicura, ma non c’era nessuno. E c’era troppa poca luce per vedere delle tracce. Dovremo tornarci quando si sarà fatto giorno.»
Kal tornò a sedersi, rendendosi conto che sperare in qualcosa di più sarebbe stato chiedere troppo. Erano comunque molto più vicini a ricongiungersi con il resto degli abitanti rispetto a un’ora prima.
Ma forse non sarà sufficiente. Spostò lo sguardo su Elef. Anche nel sonno, il suo respiro era affannato, e anche se era avvolto in due mantelli ogni tanto il suo corpo era scosso da un tremito.
«Kal.» Lo chiamò Fyra. «Cosa facciamo con lui? Ha la febbre alta, l’ho sentito prima.»
«Se troviamo in fretta gli altri, sicuramente riusciranno a curarlo.» fu la sua tersa risposta.
«E se non li troviamo abbastanza in fretta?» chiese Agatha, inserendosi nel discorso con tono preoccupato.
Kal diede a sua sorella una risposta sincera.
«Non lo so. Davvero, non lo so.»
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