Kal si mise a riflettere.
La riva era troppo lontana per essere raggiunta a nuoto: in quella corrente sarebbe stato troppo rischioso. Doveva trovare il modo di avvicinare alla sponda il relitto su cui si trovavano. Si guardò le mani, vuote. Se solo avesse avuto dei remi…
Lo sguardo gli cadde sul bracciale che portava al braccio destro. E all’improvviso gli venne un’idea.
Non ci ho mai provato prima. Ma è la nostra sola possibilità. Devo tentare.
Si concentrò, chiudendo gli occhi. Visualizzò nella propria mente il bracciale, e poi immaginò di tenere in mano il suo bastone, sentendone il peso e la consistenza.
Quando li riaprì, il bracciale era diventato una lunga e sottile sbarra di colore scuro nelle sue mani.
Ora viene il difficile.
Si concentrò di nuovo, ma questa volta cercò di modificare l’immagine mentale che con l’addestramento aveva imparato a richiamare senza sforzo e mantenere fissa in un angolo del cervello.
Un’estremità del bastone adesso doveva appiattirsi e diventare più larga, per offrire più superficie all’acqua. Doveva smettere di essere un bastone e diventare un remo.
I riflessi condizionati da anni di pratica si opposero, stava facendo quello che gli avevano insegnato a non fare. L’immagine mentale doveva essere solida, chiara, immutabile. Altrimenti lo sclerigro avrebbe perso coesione, a meno di non avere un talento maggiore di quello che possedeva lui.
Ma Kal si rifiutò di demordere, combattendo contro la sua stessa mente che insisteva nel cercare di riportare quello che essa era abituata a considerare un “bastone” alla forma che avrebbe dovuto avere.
E alla fine sentì di aver avuto la meglio. Riaprendo gli occhi, vide che il bastone aveva cambiato forma, adeguandosi alla sua volontà. Si sentiva stanco, ma si sorprese comunque alla facilità con cui ci era riuscito. Si aspettava che sarebbe stato molto più difficoltoso concentrarsi, ma era come se inconsciamente avesse impegnato in quello sforzo tutte le sue risorse mentali, rifiutandosi di pensare ad altro.
«Dov’è Makar?»
Era stato Elef a chiederlo. E Kal all’improvviso fu consapevole che gli occhi di tutti erano su di lui. Ciascuno sguardo esprimeva un’emozione diversa: Elef era confuso, Fyra preoccupata, Agatha sembrava dispiaciuta, come se sapesse già cosa era successo, e Ark sembrava essere concentrato principalmente sul remo che lui ora teneva tra le mani.
«Ha ragione. Dov’è?» Chiese Fyra.
Tutto quello che Kal riuscì a fare fu scuotere la testa.
Fyra cadde in ginocchio incredula, prima di lanciare un’imprecazione e sbattere impotente un pugno contro il terreno. Il movimento fece ondeggiare pericolosamente il disco.
Ark la fermò, mettendole una mano sulla spalla: «Fyra. Mi dispiace, ma adesso abbiamo bisogno del tuo aiuto.»
Kal sentì di dover dire qualcosa: «Ark ha ragione. Noi… siamo ancora vivi, dopo tutto.»
Si rese conto troppo tardi che forse non era la cosa giusta da dire.
Fyra gli rivolse uno sguardo di puro disprezzo, e gli sibilò: «Chiudi quella bocca.»
Quello sguardo e quelle parole lo ferirono più di quanto lui si aspettasse.
«Fyra.» la richiamò Ark. «Guarda dove ci troviamo. Stiamo affondando. Kal ha usato il suo sclerigro per fare un remo, e credo sia una buona idea: dobbiamo spostarci da qui. Tu puoi fare lo stesso?»
Lei spostò lo sguardo su di lui. Era ancora arrabbiata, ma a Kal sembrò comunque essersi ammorbidita rispetto a quando si era rivolta a lui.
«Come… come fai ad essere così calmo?»
Ark non rispose, disse invece: «Puoi farlo o no?»
Fyra strizzò gli occhi. Dopo qualche istante, rispose: «No. Però posso fare questo.»
Si rialzò in piedi e andò verso la ringhiera del veicolo. Con due rapidi colpi di taglio del braccio sinistro, ne tranciò via un lungo pezzo verticale, e poi un altro.
«Ecco, renditi utile anche tu.» ne lanciò uno ad Ark, che lo prese al volo.
«Danne uno anche a me!» disse Agatha, che fu prontamente accontentata.
«Anche io…» iniziò a dire Elef, ma poi si fermò, guardandosi il braccio ferito.
«Tu resta dove sei.» gli disse Kal. «Noi ci metteremo due da un lato e due dall’altro. Teniamo quest’affare pari e andiamo in quella direzione.» indicò la riva del fiume, che risaliva ripida fino al limitare degli alberi.
Fecero tutti come lui aveva detto, e la macchina volante di Mak, diventata giocoforza un’imbarcazione, iniziò a spostarsi dal centro del fiume.
Mantenere la forma del suo remo stava richiedendo a Kal un grande sforzo psichico, che si andava a sommare a quello fisico. Avrebbe voluto andare più in fretta, raggiungere la riva e lasciarsi almeno un problema alle spalle, ma era come se il disco stesse navigando nel fango: probabilmente l’acqua era già penetrata all’interno. Presto sarebbe colato a picco, con loro sopra se non si fossero sbrigati.
«Abbiamo fatto quello che potevamo.» disse, quando capì che il disco era diventato troppo pesante per sospingerlo più vicino alla sponda del fiume. «Siamo abbastanza vicini per continuare a nuoto.»
«A nuoto?» esclamò Elef. «Io, io non sono in grado. Non con questo braccio.» Gli rivolse uno sguardo di supplica.
Aveva ragione. Erano vicini, ma la corrente era comunque piuttosto forte, una persona nelle sue condizioni non sarebbe riuscita a nuotare fino a riva. E se un altro si fosse fatto carico di lui mentre nuotava sarebbero solo annegati entrambi.
Kal cercò rapidamente una soluzione. Non avevano tempo. Il disco era già sommerso, l’acqua gli arrivava alle caviglie.
Notò che senza neanche pensarci aveva ritrasformato il remo in bracciale.
Ci sono riuscito prima. Posso riuscirci di nuovo.
«Ce la fai a stringerti a qualcosa, con il braccio sano?» chiese a Elef.
«Beh, sì, credo di sì.»
«Allora faremo così. Io e gli altri andremo a riva, tu aspetta qui.» Vide immediatamente che Elef voleva protestare, ma continuò: «Ti tenderò il mio bastone da là. Aggrappati ad esso e non mollarlo, penseremo noi a trascinarti a riva.»
«Da là? Ma hai visto quanto è lontano? Non mi raggiungerai mai!» Elef era disperato.
«Fidati di me.» gli disse Kal, guardandolo negli occhi. «Non ti abbandonerò qui. Non perderò un altro amico oggi.»
Questo sembrò calmarlo.
«Va bene. Mi fiderò.» Elef si spostò al centro del disco, in attesa.
Kal si buttò in acqua e subito si mise a nuotare con tutte le sue forze verso la riva. Il fiume era gelido, e con ogni bracciata sentiva i suoi muscoli gemere, ma strinse i denti e si costrinse a continuare a muoversi.
Nell’istante in cui sentì terra sotto i piedi si lanciò in corsa su per il pendio, fino a che non fu interamente all’asciutto.
Si voltò. Vide che Agatha, Ark e Fyra erano poco dietro di lui. Non doveva preoccuparsi per loro. Spostò lo sguardo su Elef.
Il ragazzo era ancora immobile dove si era messo, e stava guardando nella sua direzione.
Kal tese il braccio sinistro. Sentì il bastone di sclerigro nelle sue mani. Poi, come aveva fatto poco prima, si sforzò di modificare l’immagine del bastone nella sua mente.
Questa volta la forma sarebbe rimasta fondamentalmente la stessa. A cambiare di molto sarebbe stata la lunghezza, e questo presentava un problema diverso. Superficialmente, immaginare “lo stesso bastone, ma più lungo” non suonava complicato, ma se Kal si fosse limitato a ciò il risultato sarebbe stato un oggetto fragile e completamente inutile. Lo sclerigro si sarebbe semplicemente configurato in una forma più lunga, compromettendo la propria solidità. No, Kal doveva immaginare un nuovo bastone, più lungo del solito ma allo stesso tempo non meno solido. Il fatto che la forma fosse la stessa di quella che era abituato a immaginare, in questo caso rendeva solo tutto ancora più difficile.
Kal perse la cognizione del tempo, ma a un certo punto si accorse che stringeva in mano una lunga pertica. La tese immediatamente verso Elef e lo guardò afferrarla. Poi iniziò a tirarlo verso di sé.
Fu vagamente consapevole che a un certo punto qualcuno degli altri era venuto a dare una mano, ma Kal era troppo concentrato a mantenere la nuova forma del bastone per capire chi. Sentiva che se si fosse distratto per un battito di ciglia lo sclerigro avrebbe ceduto.
L’ultima informazione che i suoi sensi gli diedero fu che Elef aveva raggiunto la riva.
A quel punto si lasciò cadere esausto, e perse conoscenza.
Quando si svegliò, trovo Fyra seduta accanto a lui.
«Come ti senti?» gli chiese.
«Riposato.» rispose, confusamente. Si sentiva la gola secca. Si mise seduto e si guardò intorno. Vide che Agatha e gli altri erano poco lontano. Elef era sdraiato sull’erba a riposare, Ark stava dicendo qualcosa ad Agatha, mentre guardavano la foresta.
«Per quanto tempo ho dormito?» chiese, con la voce roca.
«Un paio d’ore, direi. Con il cielo così coperto, è difficile saperlo con precisione.» La ragazza si frugò nella giacca, tirando fuori una piccola fiaschetta. «Su, bevi.»
Kal la riconobbe: ne aveva una simile anche lui, che adesso probabilmente giaceva abbandonata da qualche parte nelle caserme della Rocca. Gli venne spontaneo dire: «Quella è di tuo padre?»
«Ottimo, se la riconosci vuol dire che il tuo cervello funziona ancora perfettamente. Ero preoccupata.» Fyra tirò momentaneamente indietro la mano che gliela porgeva. «Però no, questa era di mio padre, adesso è mia.»
Fyra rimase qualche istante a guardare la fiaschetta, con un’espressione malinconica. Poi scosse la testa come per scacciare un pensiero, e tornò a tenderla verso di lui: «Ma adesso non ha importanza. Forza, bevi.»
Lei era sempre stata così. Quando erano piccoli si era sempre presa cura di lui con piccoli gesti come quello.
Kal si accorse di essersi perso nei suoi ricordi quando lei gli disse: «Bevi. La posso subito andare a riempire di nuovo, non ti preoccupare.»
Prese la fiaschetta e ne bevve un sorso. L’acqua fredda che gli scendeva giù per la gola lo risvegliò completamente dal suo torpore. Restituì la fiaschetta a lei, con un «Grazie.», e poi prese un respiro profondo. Ora che si era schiarito la mente c’era una cosa che le doveva dire.
Ma mentre parlava, si accorse che anche Fyra stava dicendo qualcosa.
«Scusami.» «Ti devo delle scuse.»
Restarono entrambi ammutoliti, guardandosi negli occhi.
Kal fu il primo a riprendere la parola: «Scuse… per cosa?»
«Per prima, quando…» si interruppe, senza completare la frase. «Non ero in me in quel momento. Me la sono presa con l’ultima persona con cui avrei dovuto. Mi sono comportata come se tu non avessi fatto tutto il possibile per…» si interruppe di nuovo, sospirando con una smorfia. «Mi dispiace, davvero.»
«Non devi.» le rispose lui. «Alla fine avevi ragione. Sono stato insensibile, ho detto la prima cosa che mi veniva in mente. Avevi il diritto di essere arrabbiata.»
«No, non è vero.» replicò lei. Sembrava essersi calmata. «Hai detto solo la verità. Noi siamo ancora vivi. Quindi dobbiamo pensare a sopravvivere.»
A quel punto volse lo sguardo lontano, verso nord-ovest. Kal ci mise un po’ a capire che stava guardando verso Elis. Qualcosa nella sua postura e nella sua espressione lo mise a disagio. Ebbe l’impressione che Fyra fosse diventata un animale selvaggio, che puntava pazientemente ma famelicamente una preda.
«E prima o poi ci vendicheremo. Anche per Mak.»
Con quell’ultima frase, la ragazza si allontanò, diretta al fiume, probabilmente per riempire di nuovo la sua fiaschetta.
Kal non ebbe il coraggio di dirle che non era questo ciò che intendeva, quando le aveva detto quelle parole.
Post Scriptum
Forse qualcuno di voi ha visitato la sezione “Appendici”.
La sto tenendo aggiornata regolarmente man mano che la storia procede, in modo che anche chi non segue regolarmente sia in grado di rinfrescarsi la memoria con i punti salienti della novel.
Presto costruirò anche le sezioni “La Storia Fino ad Ora” e “Luoghi”.
La cosa più difficile per me in documenti come quelli è evitare di dare troppe informazioni.
Sono capace di spendere ore a pensare su come descrivere un personaggio in poche parole senza dire troppo su di esso.
Spero vi piacciano e vi siano utili.
E come sempre, se vi piace ciò che leggete parlatene con i vostri amici.
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