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SeNNaaR – Capitolo 8: L’Atto di Fuggire, Parte Due

Non era la prima volta che Kal entrava nella casa di Kydalim, però fino a quel momento aveva visto di essa solo l’atrio, che in quel momento era vuoto. Avrebbe dovuto cercare la vecchia zia nelle altre stanze.

Fece per chiamarla, ma a quel punto, e solo a quel punto, gli venne in mente una cosa che lo fece sentire stupido.

«Kal… come si chiama quella donna?» chiese Fyra, alla sua destra, come per fargli eco: aveva avuto la stessa idea.

«Io… non lo so.» rispose lui, scoraggiato. Non aveva mai sentito il suo vicino né nessun altro della famiglia chiamarla per nome, la chiamavano tutti solo “Zia”.

«Ma che importanza ha? Tanto non ci sentirebbe.» si inserì Elef, cui Kal aveva spiegato la situazione. Ora che la spalla e il braccio feriti erano stati fasciati, per quanto con materiali di fortuna, il suo temperamento era tornato quello cui Kal era familiare. Tuttavia il suo colorito pallido, le perline di sudore sulla fronte e i cerchi scuri attorno agli occhi tradivano il fatto che, nonostante le arie che si dava, il suo amico era ancora debole.

«È muta, Elef. Non sorda.» gli rispose. «Potremmo attirare la sua attenzione se la chiamassimo.»

«Sempre che sia in casa.» disse lui, con un tono che sottintendeva: “Il che non è probabile quanto tu sembri credere”.

«Preghiamo che sia così.» concluse Kal. Se non fosse stata lì non avrebbe davvero saputo dove andarla a cercare.

«Fyra, tu controlla le stanze a destra. Io controllerò quelle a sinistra. Elef, tu…»

«Ehi, sono io quello più alto di grado qui.» lo interruppe lui. «Do io gli ordini.»

«Ah, va bene.» gli rispose, senza scomporsi, perché se lo aspettava. «Allora, quali sono i tuoi ordini?»

Elef rimase sorpreso, come se invece lui non si aspettasse quella reazione. Ci fu un breve istante di silenzio, poi disse: «B-Beh, io vado a controllare le stanze più all’interno. Tu e Fyra fate come hai detto tu prima.»

I tre si misero immediatamente al lavoro.

Kal aprì la prima porta alla sua sinistra: entrò in una camera, piccola ma in cui comunque trovavano spazio tre letti. Sul pavimento giacevano abbandonati dei giocattoli in legno. Nessuna traccia della vecchia.

Passò alla seconda porta: un’altra camera, questa volta con un singolo letto. Su un piccolo tavolo vicino al letto era poggiato un libro, e vicino ad esso un oggetto strano: a prima vista gli sembrò una piccola scatola quadrata, delle dimensioni giuste per poter essere tenuta comodamente in una mano, ma era troppo sottile per contenere qualsiasi oggetto gli venisse in mente. Incuriosito, aprì il coperchio: dentro non c’era nulla, solo una superficie piatta, di colore azzurro chiaro. Notò che sul coperchio erano stati fissati dei piccoli nastri di tessuto, in cui era infilato un cilindro di metallo, appuntito da un lato e piatto dall’altro. Gli fece venire in mente una penna.

Colto da un improvviso presentimento, Kal decise di prendere lo strano oggetto e portarlo con sé.

La terza e ultima stanza dal lato sinistro dell’atrio sembrava essere una sala da pranzo. Su una modesta tavola apparecchiata per una singola persona, Kal vide i resti di un pranzo, come se chi stava mangiando fosse stato costretto a fuggire in tutta fretta.

Una singola persona. Forse non voleva dire niente. O forse…

Kal uscì in fretta, incrociando Fyra che in quel momento usciva dalla terza stanza dal suo lato. Vedendolo, lei scosse la testa.

«Ehi, non scappare! Trovata! Venite qui!» Sentirono entrambi la voce di Elef.

I due corsero immediatamente nella direzione della voce, passando dall’atrio a un cortile interno circondato da una tettoia spiovente. Al centro, non coperto, cresceva un piccolo giardino. Kal notò che aveva iniziato a piovere.

Trovarono Elef in un angolo del cortile. Davanti a lui stava una figura minuta, piccola e curva: i suoi capelli grigi erano in disordine, i suoi occhi fissi sul ragazzo di fronte a sé, diffidenti.

«Forza, vecchia. Vieni con noi.» Elef fece un passo in avanti.

Lei scosse vigorosamente la testa.

«Senti, non abbiamo tempo per questo.» Elef le afferrò un braccio.

La vecchia si liberò dalla presa e gli diede uno schiaffo su una guancia.

«Ah! Brutta…!» Il ragazzo alzò il pugno.

«Elef, basta!» intervenne Kal. «Non lo vedi che è terrorizzata?»

Per un istante, il volto di Elef si contrasse in quella che sembrava un’espressione di rimorso. Poi il giovane distolse lo sguardo, abbassò il pugno e fece un passo indietro.

Kal provò a rivolgersi alla donna: «Non ti preoccupare. Siamo qui per aiutarti.»

La vecchia si limitò a spostare lo sguardo diffidente su di lui. La capì. In fondo, per lei loro erano solo tre intrusi.

«Mi riconosci? Sono Kalos. Sono il vostro vicino di casa. Ci siamo visti un paio di volte.»

Sul volto della vecchia l’ostilità lasciò il posto a un’espressione dubbiosa.

Kal ebbe un’intuizione, e tirò fuori lo strano oggetto che aveva trovato nella camera.

«Questo è tuo, vero?»

La vecchia glielo strappò dalle mani, tenendolo come un tesoro prezioso, poi il suo sguardo saettò più volte tra l’oggetto e lui. Alla fine, gli rivolse un sorriso, in cui Kal percepì gratitudine e, forse, fiducia.

Con l’agilità di chi aveva compiuto gli stessi gesti tantissime volte, la donna aprì l’oggetto, estrasse il cilindro di metallo e iniziò a passarlo sulla superficie azzurra, impugnandolo proprio come una penna.

Dopo qualche istante, porse l’oggetto a Kal. Sulla superficie erano state scritte delle parole, con rapidità e senza prestare troppa attenzione alla grammatica, ma con precisione e in modo da essere facilmente leggibili.

Svegliata tardi. Nessuno in casa. Rumore fuori. Tutti, dove?

Kal ebbe la conferma di quanto sospettava: l’oggetto era una tavoletta per scrivere, il modo in cui la vecchia comunicava con il resto della famiglia.

«Sono tutti al porto. Vieni con noi e ti condurremo là. Kydalim e gli altri ti stanno aspettando.» le disse, restituendole la tavoletta.

Lei sgranò gli occhi e si mise a guardare il cortile, il giardino, la tettoia, poi tornò a scrivere e pochi istanti dopo gli ripassò la tavoletta.

Andiamo via?

Kal sentì tristezza e preoccupazione in quelle poche parole.

«Sì, dobbiamo andare via. Ma torneremo.» le rispose, dandole di nuovo la tavoletta.

La vecchia abbassò le spalle e strinse le labbra, ma poi annuì, tendendogli la mano. Kal la prese, sperando di riuscire a trasmetterle una sicurezza di cui era a corto anche lui.

«Kal! KAL!» in quel momento lo raggiunse la voce di Agatha, che sembrava provenire dall’atrio.

Pochi istanti dopo, lei e Mak fecero irruzione nel cortile interno.

«Kal! Ark sta… lui sta…!»


Aveva smesso di piovere, con la stessa rapidità con cui aveva iniziato.

Ark era a terra, con la schiena contro un muro. La sua faccia era coperta di lividi, e dalla bocca gli usciva un rivolo di sangue.

«Ma che…?» Kal sentì Elef esclamare alle sue spalle.

«Non ti avvicinare.» disse l’uomo che puntava una micra contro la testa di Ark. Indossava una giacca nera: questo era sufficiente a identificarlo come uno spathar.

«Mi basta premere questo grilletto e il tuo amico è morto.»

Era rivolto a Fyra, che si stava già lanciando verso di lui.

Dietro l’uomo si stavano avvicinando altri soldati.

«Tu, laggiù, ragazzino.» adesso stava rivolgendo i suoi occhi chiari su Kal. Lo aveva chiamato “ragazzino”, ma da quello che riusciva a vedere del suo volto sotto i capelli scuri Kal valutò che non fosse poi molto più grande di lui. «Qualcosa mi dice che a capo di questo gruppetto ci sei tu. Sbaglio?»

Kal non rispose.

«Mi sembrate ben affiatati. Sono certo che vi dispiacerebbe se succedesse qualcosa al vostro amico. E in questo momento mi sento clemente, per cui facciamo un patto. Quelli che non possono combattere si arrendono a noi, quelli che possono fanno il proprio dovere per sopprimere questa ribellione, e a nessuno di voi verrà fatto…» spostò per un istante lo sguardo su Ark «…altro male.»

Kal non aveva la minima intenzione di accettare, ma aveva bisogno di guadagnare tempo. Così chiese: «Posso fidarmi?»

«Kal, non provarci nemmeno!» esclamò Ark, con evidente sforzo.

«Zitto, tu!» gli disse l’uomo, che poi tornò a guardare Kal, senza spostare la micra: «Avete la mia parola.»

Kal doveva trovare un modo per disarmarlo. Fece finta di stare valutando con attenzione la proposta, o almeno sperò che l’impressione fosse quella.

«Ragazzino, la mia pazienza si sta esaurendo. Conterò fino a tre. Dammi un sì o un no.»

Kal andò nel panico: ho bisogno di più tempo!

«Uno.»

«Kal, prendi gli altri e scappa!» disse Ark.

«Due.»

L’uomo avvicinò la canna della micra alla testa di Ark.

«Tre.»

Kal sentì un rumore. Però non era quello di uno sparo, sembrava più quello di qualcosa di pesante che cade dall’alto. Quel rumore lo aveva raggiunto prima che lui potesse comprendere ciò che era successo davanti ai suoi occhi.

Tra lui e l’uomo era comparsa una persona. Una grossa figura, coperta da un mantello scuro. La prima cosa che Kal notò con chiarezza fu che brandiva una grossa spada di sclerigro.

«Cosa…» Lo spathar non ebbe il tempo di finire la frase.

Veloce come un lampo, la figura gli fu addosso, coprendolo alla vista di Kal. Il ragazzo sentì un colpo, un urlo, un altro colpo e un tonfo.

La figura si spostò, e al di là di essa Kal vide lo spathar steso a terra: non sanguinava, ma era privo di sensi. Spostando di nuovo l’attenzione sulla figura, Kal si accorse che la sua spada era smussata, come un’arma da allenamento: non poteva tagliare niente in quella forma.

Fyra si precipitò da Ark, seguita da Agatha, e le due lo aiutarono ad alzarsi.

La figura nel frattempo si frappose tra Kal e i soldati, che erano ancora frastornati dalla sua improvvisa comparsa.

Si girò verso di loro, e Kal finalmente la riconobbe.

Un volto scavato, che sembrava incapace di sorridere, incorniciato da una folta e disordinata barba grigia.

«Vecchio.» lo chiamò, con il solo nome che conosceva per lui.

L’uomo spostò lo sguardo per un istante su qualcuno dietro Kal, poi lo riportò su di lui e disse:

«Portala in salvo.»

Solo questo. Dopodiché si lanciò verso i soldati.

Kal ci mise un po’ a capire che si stava riferendo alla vecchia, in quel momento dietro di lui.

Aveva molte domande, ma non era il momento.

Si voltò verso Mak e Elef e disse: «Dobbiamo andare.»

Non appena furono raggiunti da Fyra, Agatha e Ark, che fortunatamente era in grado di camminare, Kal prese per mano la vecchia e si avviò verso il porto.

Ma fatti pochi passi, Mak prese un’altra strada.

«Mi è venuta in mente una cosa.» disse, prima di sparire dietro un angolo, apparentemente diretto verso la Porta Sud. «Voi continuate verso il porto. Se troverete ancora una barca, bene. Altrimenti aspettatemi là.»


Rispetto a un’ora prima, il porto si era svuotato. La grande folla di persone era scomparsa, e così anche le barche. Kal volle credere che fossero riusciti tutti a scappare.

Rimaneva una singola imbarcazione.

«Artor! Da questa parte!» una figura su di essa si stava sbracciando nella loro direzione.

La sola reazione che Semna Tritina ebbe alla vista dei lividi di suo figlio fu una smorfia di delusione, come se se lo aspettasse. «Forza, sali.» disse. «Questa gente voleva lasciarti indietro, ma io ho detto che tuo padre lo sarebbe venuto a sapere, per cui adesso questo ultimo posto è riservato a te. Muoviamoci.»

Kal guardò la barca: sembrava già quasi sovraccarica, probabilmente restava davvero un unico posto.

Gli occupanti per la maggior parte tenevano la testa china, però alcuni guardavano nella loro direzione. Tra di loro Kal notò che c’erano Helena Dorina e il capitano Astor. Nei loro occhi, il ragazzo lesse compassione e un pizzico di vergogna.

Spostò lo sguardo sulla vecchia di fianco a lui. Ma prima che potesse dire alcunché, fu Ark a parlare.

«Bene.» rispose il ragazzo a sua madre. Poi si avvicinò alla vecchia, le tese la mano e la accompagnò alla barca.

«Ma che stai facendo?» protestò sua madre. «Ti ho detto che è l’ultimo posto!»

«E io ti ho sentita. Lo lascio a lei, io resto.» disse lui, che senza esitare un momento fece accomodare la vecchia accanto alla donna esterrefatta.

«Artor! Hai idea di quanto mi sono dovuta impegnare per convincerli ad aspettarti? Di quanti disgraziati ho dovuto scacciare per fare in modo che ci fosse posto per te?»

«No, non ce l’ho.» il tono di Ark era gelido. «E francamente, non mi interessa.»

«Artor…»

«Basta così, Madre. Questa donna ha una famiglia che le vuole bene a cui tornare.» A quel punto Ark si voltò verso Helena: «Kydalim e gli altri sono in salvo, giusto?»

«Sì, l’intera famiglia è salpata su un’altra barca. Me ne sono assicurata.» rispose lei.

Poi, mentre Semna si sedeva rassegnata mormorando qualcosa a mezza voce, aggiunse: «Come ti chiami, cittadino?»

Ark rimase interdetto, come se la domanda lo cogliesse di sorpresa, ma rispose: «Artor Deutarid.»

«Artor Deutarid.» ripeté lei. «Sei sicuro di questa tua decisione?»

«Sì.»

«Non ci saranno altre barche dopo questa. Sarai bloccato da questo lato del fiume.»

«Lo so.» Ark si voltò verso Kal e gli altri. «Lo saranno anche loro. In qualche modo ce la faremo.»

La figlia dell’Esarca annuì, come se non ci fosse bisogno di dire altro. «Farò in modo che la donna che mi hai affidato si ricongiunga alla sua famiglia. Qualunque cosa succeda, sappi che hai compiuto un gesto molto nobile. Che la fortuna ti assista.» poi si rivolse a Kal e agli altri. «Che la fortuna assista tutti voi.»

Ark ridiscese dalla barca, mentre Helena faceva un cenno al capitano Astor, che immediatamente disse, con voce decisa: «Ai remi!»

La barca prese il largo.

Mentre restava a guardarla allontanarsi finché non divenne una sagoma indistinta, Kal si rese conto che ora che la zia di Kydalim era in salvo, lui non sapeva cosa fare.

Fyra doveva condividere la sua incertezza, perché gli chiese: «E adesso?»

La sua prima tentazione fu di risponderle che dovevano uscire dalla città e seguire il fiume verso sud, cercando un altro imbarcadero da qualche parte. Però, come potevano eludere gli assedianti?

Poi si ricordò.

«Mak ci ha detto di aspettarlo qui. E così faremo, per ora.»

Elef sembrò voler protestare, ma in quel momento tutti sentirono un rumore strano, come un basso ronzio, simile a quello che facevano alcuni tetracicli ma non identico.

Voltandosi verso la fonte del rumore, Kal vide qualcosa di incredibile. O almeno, che sarebbe stato incredibile se non gliene avessero parlato il giorno prima.

Mak stava venendo verso di loro volando.

Il largo disco di metallo che Kal aveva visto nell’officina di Filel adesso si librava in aria, con Mak sopra di esso che lo pilotava impugnando quella sorta di manubrio che c’era attaccata.

Il ragazzo fece discendere la sua macchina dolcemente fino a terra.

«Scusatemi se ci ho messo tanto.» fu la prima cosa che disse. «Ma mi sono un po’ fatto prendere dall’euforia. La macchina funziona, capite? Funziona!»

«Che… che cos’è?» chiese Agatha, osservando lo strano veicolo con sguardo curioso.

«Oh, sono felice che tu l’abbia chiesto!» rispose lui, con ancora un enorme sorriso stampato in faccia. «Non ho ancora deciso che nome darci, ma è una macchina di mia invenzione con cui-»

«Con cui possiamo attraversare il fiume!» si inserì Kal, contento per il suo amico, ma anche perché adesso avevano una via di fuga.

In quel momento però sentì delle voci che si avvicinavano al porto.

«Oh, credo che mi abbiano visto.» disse Mak, facendosi di colpo serio. «Forza, tutti a bordo!»

Il disco fortunatamente era largo abbastanza per tutti. Una volta confermato che erano saliti, Mak impugnò di nuovo il manubrio e premette un interruttore che il giorno prima Kal non aveva notato. Immediatamente, la macchina si sollevò in aria.

Era una sensazione nuova, e non del tutto piacevole. Kal si aggrappò alla ringhiera, cercando sicurezza, e vide che anche gli altri avevano fatto lo stesso.

«Pronti?» chiese Mak. «Andiamo!»

Il ragazzo spinse il manubrio in avanti, e il disco si inclinò leggermente in quella direzione, iniziando a muoversi, mentre continuava ad ascendere.

Kal guardò gli edifici del porto farsi lentamente più piccoli sotto di sé.

«Allora, che ne dite?» chiese Mak, che si stava chiaramente divertendo.

«Non stiamo salendo troppo?» chiese Fyra, preoccupata.

«Se l’acqua tocca i cristalli sotto il disco, è finita!» spiegò lui. «Precipiteremo in mezzo al fiume! Dobbiamo salire ancora più in alto per essere sicuri! Non preoccupatevi e godetevi il panorama!»

Adesso al porto si stavano radunando dei soldati. Uno puntò il dito verso di loro, un altro imbracciò il suo dolico.

Kal fu distratto dalla vibrazione che all’improvviso sentì sotto i piedi.

«Che sta succedendo?» chiese, un istante prima che la macchina si inclinasse violentemente da un lato.

«Dannazione!» Mak stava spostando il manubrio nella direzione opposta, come se stesse cercando di compensare. «Qualcosa deve aver ceduto di nuovo! Spostatevi da quel lato, dobbiamo tenerlo pari!»

In quel momento, una pallottola rimbalzò sonoramente contro la faccia inferiore del disco.

E subito dopo un’altra.

Il disco ebbe un sobbalzo.

Kal si tenne alla ringhiera con entrambe le mani, e così Agatha e Fyra e gli altri passeggeri.

Ma Mak aveva usato una mano per indicare, e l’altra era sul manubrio.

Kal lo vide perdere l’equilibrio, tirando il manubrio con sé. Il disco si inclinò ancora di più.

Un istante dopo, come se Mak si fosse reso conto di cosa stava facendo, Kal lo vide deliberatamente mollare la presa sul manubrio.

Accadde tutto in pochi istanti.

Kal agì senza pensare. Prima che Mak precipitasse fuori dal veicolo, gli afferrò la mano. Allo stesso tempo, Fyra si tese verso il manubrio, tirandolo nella propria direzione senza mollare la presa sulla ringhiera.

In qualche modo la macchina era di nuovo pari, anche se stava lentamente scendendo verso terra e Mak adesso penzolava fuori in una posizione estremamente precaria.

Mentre Kal lo tirava su, sentì Elef dire: «Mak, che siate maledetti tu e questa tua trappola mortale!»

Nonostante la situazione, sorprendentemente Mak rise.

«Mi hai chiamato “Mak”! Da quanto tempo era che-»

La frase rimase sospesa.

Una pallottola lo colpì alla schiena.

E la sua presa sulla mano di Kal perse ogni forza.

Il ragazzo lo vide precipitare, senza un suono, il volto congelato in quello che sembrava sbalordimento.

Mak cadde in acqua, svanendo alla vista.

Un respiro dopo, il disco fu scosso da una vibrazione più violenta di tutte le altre, e iniziò a girare su se stesso.

Kal perse ogni capacità di orientarsi. Era vagamente consapevole di Agatha che gli impediva di cadere, ma il resto del suo mondo era diventato un vortice di grida miste allo spietato fischio del vento.

A un certo punto ci fu un forte impatto, e uno spruzzo d’acqua gli colpì la faccia, mentre la macchina gradatamente rallentava il suo moto. Kal tornò alla realtà, rendendosi conto che il veicolo era caduto nel fiume.

Senza la spinta dei cristalli, il disco presto si fermò. Per il momento galleggiava, ma Kal sentì che non sarebbe durato a lungo.

Si guardò intorno. Agatha lo stringeva ancora, con un’espressione preoccupata. Fyra sembrava stare prendendo il respiro, pallida in viso. Elef si teneva il braccio ferito, gemendo. Ark stava guardando qualcosa in lontananza, verso nord. Kal seguì il suo sguardo e vide il porto di Elis, più lontano di quanto si aspettasse. Valutò che fossero almeno a mezzo miglio di distanza lungo il corso del fiume. Poi vide la riva est, coperta di alberi. Era vicina, ma non abbastanza da rendere la traversata semplice.

Erano intrappolati, alla deriva in mezzo alla corrente.

E lentamente, ma inesorabilmente, stavano affondando.

Nota dell’Autore

Sono sempre avido di conoscenza, riguardo i pareri dei miei lettori.
Sentitevi liberi, anzi invitati, a commentare, qualsiasi sia la vostra opinione su quello che avete letto.
La comunicazione è la chiave in ogni ambito della vita.

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