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SeNNaaR – Capitolo 7: L’Atto di Fuggire, Parte Uno

Elef vide il suo ultimo compagno cadere all’indietro, con un foro nel petto. E si accorse di essere rimasto solo.

Avevano provato a respingere il nemico fuori dalle porte, ma non ci erano riusciti ed erano stati costretti a indietreggiare: i soldati erano troppi. Se non ci fossero stati anche i traditori a dar loro manforte…

Erano riusciti ad arrestarli temporaneamente mettendo due tetracicli di traverso lungo la strada. Dietro quella barricata si erano organizzati in gruppi di tre: uno si sporgeva e sparava con il suo dolico, mentre il secondo ricaricava il proprio e il terzo si preparava a prendere il posto del primo, in rotazione. Era una formazione standard che insegnavano a ogni soldato. Ma gli avversari erano tiratori migliori, e fin troppo in fretta alcuni gruppi di tre erano diventati gruppi di due, aprendo brecce tra i loro attacchi.

Elef ricaricò il suo dolico, soffocando un’imprecazione. Sapeva che il solo motivo per cui non era ancora stato sopraffatto era che il nemico non poteva sapere quanti fossero rimasti dietro la barricata. Tuttavia, presto, vedendo che le raffiche si erano interrotte, si sarebbero avvicinati.

Gli occhi gli cascarono sulla donna che lo aveva guidato lì. Era stata una degli ultimi a morire. Ora giaceva riversa a terra a pochi piedi da lui, rivolgendogli le spalle.

Distolse subito lo sguardo e scosse la testa. Lui era ancora illeso, fortunatamente. Si fece coraggio, pensando che se fosse sopravvissuto, certamente sarebbe entrato nella leggenda. E anche se fosse morto, avrebbe fatto in modo di portare con sé quanti più nemici possibile. Sì, proprio come l’uomo in onore del quale aveva ricevuto il suo nome.

Alla fine, cosa c’era da temere nel morire? Era solo un istante, niente di più. Probabilmente non ci se ne accorgeva neppure.

Sentì qualcuno correre, dall’altro lato della barricata. Un nemico si stava avvicinando. Elef guardò il suo dolico e sorrise: lo avrebbero trovato pronto.

Il nemico adesso era montato sopra il tetraciclo dietro il quale era inginocchiato. Elef prese un singolo respiro, poi lasciò che l’addestramento facesse il resto.

Si alzò, si girò, prese la mira puntando all’altezza del cuore e premette il grilletto. La piastra termica che copriva il cristallo di forza del dolico si aprì, portandolo a contatto con l’aria. Un battito del cuore dopo, il proiettile schizzò fuori dalla lunga canna dell’arma, con un forte schiocco.

Ci furono un urlo strozzato e uno schizzo di sangue, poi il nemico cadde dal tetraciclo, in avanti, sul terreno di fianco a Elef, lasciando cadere la spada di sclerigro che impugnava.

Era un uomo, calvo e con gli occhi chiari. Occhi che adesso erano fissi su di lui. Elef aveva sbagliato mira, non lo aveva colpito al cuore. L’uomo era ancora vivo e si stava sforzando disperatamente di respirare, senza successo. Dalla bocca gli usciva un rivolo di sangue, che si accresceva con ogni rantolo.

Il ragazzo non riusciva a distogliere lo sguardo. In quegli occhi vide paura, una richiesta di aiuto, ma soprattutto vide dolore.

Sentì che gli tremavano le gambe.

Gli istanti passavano, uno dopo l’altro, ma l’uomo non moriva ancora, continuava a rantolare, un suono sempre più angosciante.

All’improvviso gli raggiunse le narici l’odore del sangue, che fino a quel momento era riuscito a ignorare. Gli stava salendo la nausea.

Poi sentì un forte schiocco, mentre un proiettile lo colpiva.

Elef cadde a terra. La prima sensazione che provò fu di qualcosa di caldo e umido che gli scorreva lungo il petto. La seconda fu il dolore. Un dolore atroce, indicibile, più forte di qualsiasi altro che lui avesse mai provato prima. Provò a toccarsi la spalla, doveva aveva intuito di essere stato colpito, ma anche solo quel movimento lo lasciò in agonia.

Urlò, con tutto il fiato che aveva. Anche se non serviva a niente.

Provò a concentrarsi e riprendere il respiro. Mentre lo faceva, lo sguardo gli tornò sull’uomo riverso vicino a lui. Era ancora vivo. Il suo petto era una grande macchia rossa e i suoi occhi ormai erano opachi e vitrei, ma continuava a cercare debolmente di respirare.

È questo ciò che si prova, quanto ti sparano? Non riuscì a non chiedersi. Sembrava passata un’eternità da quando aveva sparato a quell’uomo. In ogni istante di quel tempo lui aveva provato questo dolore?

Non era questo che gli avevano insegnato.

I nemici si stavano avvicinando, sentiva i loro passi. Cercò con lo sguardo il suo dolico, ma anche muovere la testa gli causò un’altra fitta lancinante di dolore.

A quel punto Elef lo capì, con assoluta chiarezza.

Capì che sarebbe morto lì. Senza aver portato nessun gran numero di nemici con sé, senza aver compiuto niente meritevole di essere ricordato, senza essere diventato un eroe. Sarebbe morto come un cane, in una pozza del suo stesso sangue.

E dentro di lui, qualcosa scattò.

«Non voglio morire.» si sentì pronunciare quelle parole singhiozzando, incapace di fermarsi.

«Non voglio morire! Aiuto! Qualcuno mi aiuti! Vi prego!»

Qualcuno gli rispose.

«…Elef? Elef!»

I passi accelerarono, mentre Elef si rendeva conto che provenivano dal suo lato della barricata, fino a fermarsi davanti a lui. Non aveva bisogno di muovere il collo per vedere Kalos, perché aveva riconosciuto la voce.

Con lui c’erano anche altre persone. Una di loro lo superò, fermandosi dietro la barricata, e disse qualcosa a Kal. Se ne accorse la parte della sua mente che era rimasta razionale. Purtroppo, tale parte non era più in comando.

«Vi prego! Vi prego! Non voglio morire!» continuò a piagnucolare.

Tese un braccio, un gesto sciocco ma che non riuscì a impedirsi di fare. Per di più, il braccio era quello ferito. Le conseguenze non si fecero attendere, ed Elef urlò di nuovo dal dolore.

«Se hai ancora la forza per urlare in quel modo, non morirai.» disse un’altra voce familiare: era Fyra. «Su, devi spostarti da qui. Ti do una mano.»

Elef trovò il coraggio per alzare lo sguardo. Fyra gli stava tendendo una mano, come era successo qualche ora prima. Si girò sul dorso, con cautela e stringendo i denti, e le tese il braccio non ferito. Sentì che stava ritrovando il controllo di sé.

Fyra lo trascinò per qualche piede, e poi lo aiutò ad alzarsi. Una volta tornato in piedi, Elef notò che Kalos si era spostato. Adesso era vicino alla barricata, impegnato a parlare con…

Cosa ci fa LUI lì?

«Perché non posso restarci io, qui?» stava chiedendo Kalos.

«Perché tu conosci quella vecchia meglio di me. Lascia il dolico e i proiettili a me e valla a prendere. Io terrò occupati quei soldati.» rispose Artor.

«Non posso lasciarti qui da solo.»

«Non sarà solo.» intervenne… era Makar quello? «Resterò io con lui.»

«Resterò anche io.» disse una ragazza che lì per lì Elef non riconobbe.

«Agatha, sei impazzita? Non avrei dovuto nemmeno permetterti di venire con noi!»

«Vuoi smettere di trattarmi come una bambina? Siamo nati lo stesso giorno. Se tu puoi rischiare la vita, lo posso fare anche io.»

«Maledizione!» disse Kalos, esasperato. «Ark, dille qualcosa tu! Ti ha sempre ascoltato più di me.»

«Agatha, prendi questa sacca di proiettili e mettiti lì. Mak, tu prendi quest’altra e ti metti di là. Io starò nel mezzo. Ogni volta che vi passerò un dolico, voi lo ricaricherete e poi lo ripasserete a me. Dovremo avere un buon ritmo. E non appena ve lo ordino, qualsiasi cosa stia succedendo, voi due scappate. Chiaro?»

«Ark!»

«Posso prendere un dolico e sparare anche io!»

«Questo è il piano, Agatha. O lo accetti o vai con tuo fratello.»

Elef non vide come continuò la discussione, perché la sua attenzione fu richiamata da Fyra: «Ce la fai a camminare?»

Si accorse che lei lo stava sorreggendo, tenendogli un braccio intorno alla vita.

Se la scrollò di dosso, con più violenza di quanta avesse intenzione di usare, e grugnì per il dolore che il movimento gli aveva causato.

«Beh, lo prenderò per un sì.» disse lei.

Elef stava quasi per scusarsi, quando Kal tornò verso di loro, torvo in viso. «Andiamo, veloci.» fu la sola cosa che disse, prima di incamminarsi verso una delle case.

Fyra lo seguì.

Elef si voltò indietro, di nuovo verso la barricata. Artor, Makar e Agatha si erano messi in posizione. Artor impugnava un dolico, Makar ne stava caricando un altro.

Mentre si voltava di nuovo e si metteva in cammino anche lui, sentì montargli in corpo un sentimento confuso.

Era imbarazzo e vergogna per essersi visto offrire aiuto da una come Fyra? In parte.

Era rabbia nei confronti di un codardo come Artor? Anche. Ma perché?

Alla fine capì. Era soprattutto frustrazione nei confronti di se stesso. Perché si era fatto prendere dal panico come un ragazzino. Come una nullità. Proprio come un codardo come Artor.

Ma lui non era un codardo. Non era possibile.

È stato solo un incidente, si disse, non succederà di nuovo.

La prossima volta sarà diverso.


«Cosa sta succedendo?» chiese Alek.

I quattro soldati davanti a lui erano rannicchiati dietro l’angolo di una casa. Quello in testa alla fila ogni tanto puntava il suo dolico al di là del muro e faceva partire un colpo.

Fino a quel momento, l’assalto alla città era proceduto praticamente senza ostacoli. Le guardie erano state colte di sorpresa, non avevano avuto il tempo di montare una resistenza organizzata.

«La strada è bloccata, si sono barricati dietro due tetracicli!» gli rispose uno dei soldati, urlando per farsi sentire sopra i rumori di battaglia tutto intorno a loro.

«Beh, aggirateli! C’è una strada parallela da quella parte!» ribatté Alek, puntando con irritazione il braccio dietro di sé, verso nord. Senza l’aiuto dei traditori, questa banda di incompetenti non sarebbe mai riuscita a conquistare Elis.

«Non provare a darci ordini, sbarbatello! Non sei il nostro comandante!» gli gridò un altro dei soldati, prima che un terzo riuscisse ad abbaiargli un «Ehi!».

«E chi è il vostro comandante, allora?» rispose Alek, senza battere ciglio. Incompetenti e orgogliosi: ottima combinazione, pensò. Sfortunatamente per loro, non era la prima volta che aveva a che fare con militari risentiti verso gli spathari.

Il terzo soldato si voltò verso di lui: «Il comandante sono io. Se aggirarli fosse così semplice, lo avremmo fatto. C’è una barricata anche sulla via che hai indicato, Spathar, ed è difesa molto meglio. Potrebbe esserci un’altra via parallela, da quella parte.» indicò la direzione opposta, verso sud «ma per raggiungerla dovremmo attraversare la strada e uscire allo scoperto. E dietro quella barricata c’è un buon tiratore. Non ho intenzione di ordinare a nessuno dei miei sottoposti di correre un rischio simile.»

«E non hai intenzione di correrlo nemmeno tu stesso volontariamente, non è così?» gli disse Alek, con un sorriso maligno. Il comandante chinò il capo, con imbarazzo.

«Sei fortunato. Lo correrò io. Tu e i tuoi pensate a coprirmi.» concluse, estraendo la sua micra e portandosi vicino all’angolo. Il soldato in testa alla fila fu più che contento di cedergli il posto.

Alek si sporse per un istante per osservare la situazione sulla strada. Vide i due tetracicli e scorse la canna di un dolico, poi si ritirò dietro il muro, prima che una pallottola ci rimbalzasse sonoramente contro.

Aveva visto abbastanza. Prese un respiro profondo, fece un leggero cenno ai quattro dietro di sé e poi scattò in avanti, fuori dalla copertura. Senza smettere di correre, puntò la micra più o meno verso il punto in cui aveva visto spuntare la canna e premette il grilletto. Lo scopo non era colpire il nemico, ma solo impedirgli di agire. Il proiettile rimbalzò su uno dei tetracicli, ma raggiunse il suo scopo: al di sopra della barricata non emerse nessuno.

Alle sue spalle, Alek sentì che anche i soldati avevano iniziato a sparare. Continuò a correre, raggiungendo l’altro angolo e gettandosi dietro il muro. Non solo non era stato colpito; il tiratore non era riuscito a sparare.

Alek proseguì dritto allontanandosi temporaneamente dagli scontri, mentre la piastra termica della sua micra si richiudeva automaticamente, segnalandogli che l’arma era di nuovo pronta a sparare.

In poco tempo, trovò la strada parallela di cui aveva bisogno: uno stretto vicolo che anche in una giornata di sole sarebbe rimasto nell’ombra a quasi qualsiasi ora. Lo imboccò.

Aveva tenuto a mente più o meno la posizione della barricata. Quello che doveva fare era prendere la prima traversa che lo avrebbe condotto dietro di essa. Anche se probabilmente i rumori avrebbero comunque coperto i suoi passi, si sforzò di essere il più silenzioso possibile, evitando di correre e anche di mettere il piede nelle pozzanghere che punteggiavano la strada.

Stava cominciando a piovere leggermente. Alek si tastò la fascia di controllo intorno al collo e il bracciale al polso destro. Se la pioggia avesse reso inutilizzabili le armi da cristallo avrebbe dovuto affidarsi allo sclerigro.

La traversa che trovò era un vicolo ancora più stretto e buio, una semplice striscia sottile di terra che faceva da demarcazione tra due case. Una volta raggiunta l’altra estremità, Alek si sporse con cautela. Si trovava più o meno una ventina di piedi dietro i due tetracicli. Tra i cadaveri, poteva vedere chiaramente tre persone lì rannicchiate: contò due armi.

Estrasse una pallottola dalla sacca che teneva alla cintola e ricaricò la micra. Mentre lo faceva, sentì che i suoi tre bersagli stavano parlando tra loro.

«Sta per mettersi a piovere, Ark.» Una voce maschile.

«Sì, me ne sono accorto. Presto i dolici saranno inutili.» Un’altra voce maschile.

«Che facciamo?» Una voce femminile.

Alek uscì dalla traversa e si avvicinò, stando attento a non farsi notare. Ora vedeva che le tre persone erano due uomini e una ragazza. Non indossavano l’uniforme delle guardie, e gli davano le spalle. Preparò la micra.

«Quello che ho detto prima. Voi due scappate da Kal.»

«E tu?»

«Io ho un’idea per fermare i soldati qui, ma voi non dovete preoccuparvene.»

La ragazza era la più vicina a lui… ma era anche la sola disarmata. Spostando l’attenzione sugli altri due, sentì che avevano qualcosa di familiare, ma la cosa più importante era che quello sulla destra non aveva le dita sul grilletto. La scelta a quel punto divenne obbligata.

«Ark… ce l’hai davvero un’idea?»

«Ma certo.»

«Fermi!» disse, con tono deciso, puntando la sua arma contro l’uomo al centro. «Mani in alto!»

I due ai lati si voltarono con un grido, ma la sola reazione della persona sotto tiro fu una leggera scossa nelle spalle.

«Voltati anche tu, forza.» gli disse Alek.

Il giovane obbedì, alzando lentamente le mani, senza però lasciare andare il dolico.

Quando furono faccia a faccia, Alek lo riconobbe. E anche il giovane sembrò riconoscere lui.

«Tu… sei quello che era ieri alla taverna.» disse.

«Zitto.» gli rispose Alek «E getta il dolico a terra.»

Il cielo fu illuminato da un bagliore improvviso.

Alek notò con la coda dell’occhio un movimento da parte dell’altro giovane, alla sua destra.

«Mak, no. Ricorda cosa vi ho detto.» disse quello contro cui stava puntando la micra.

«Ho detto zitto!» disse di nuovo Alek, ma l’ultima parola finì soffocata da un tuono, e un istante dopo quella che fino a quel momento era stata una pioggia leggera divenne un rovescio torrenziale.

Alek lanciò una maledizione con il pensiero. Adesso la micra era inutile. Ma non aveva importanza: poteva sempre usare lo-

Non riuscì a finire quel pensiero.

Nel preciso momento in cui la pioggia si era intensificata, il giovane di fronte a lui gli si era buttato addosso, impugnando la sua lunga arma come una clava.

Alek riuscì a proteggersi la testa con un braccio, ma il colpo lo fece comunque cadere in ginocchio.

«Ora!» Sentì il giovane gridare.

Alek sentì dei movimenti alla sua destra e alla sua sinistra, e capì che gli altri due stavano scappando, ma mantenne la sua attenzione sul giovane armato, che invece non sembrava intenzionato a fuggire. La cosa lo sorprese.

«Li stai… facendo scappare?» chiese, mentre si rimetteva in piedi. Se avesse tentato di fuggire anche lui, li avrebbe uccisi tutti e tre, civili o non civili. Aveva dato loro un’occasione per arrendersi e l’avevano sprecata.

Ma l’idea che questo non-combattente stesse cercando di tenerlo occupato per permettere agli altri due di allontanarsi lo colpì. E lo divertì.

«Credi… di essere alla mia altezza? Non hai capito chi sono? Io sono uno spathar.»

«Non mi importa niente di chi sei!» rispose lui, sibilando, mentre si lanciava di nuovo all’attacco.

Ma questa volta Alek non si lasciò cogliere impreparato.

Mandò un rapido impulso attraverso la sua fascia di controllo e mosse il braccio destro in un movimento fluido.

La clava improvvisata del suo avversario si separò in due senza toccarlo, lasciando in mano al giovane solo una corta estremità della canna.

Alek gli puntò contro la sottile lama in cui si era trasformato il suo bracciale.

«Se avessi voluto, avrei potuto separare anche la tua testa dal corpo. Noi spathari siamo tra i guerrieri più temibili di tutto il Principato, sciocco!»

Il giovane non rispose. Gettò via quello che restava del dolico e alzò i pugni.

Alek, che si aspettava di averlo impaurito o almeno scoraggiato, rimase senza parole. Non riusciva a capire se aveva davanti un autentico stupido o un pazzo furioso.

«Non solo vuoi affrontarmi comunque, ma vuoi farlo senza nemmeno un’arma?»

La risposta dell’altro fu solo «Non ne ho bisogno.»

Quello per Alek fu l’ultima goccia. Lo spathar scoppiò a ridere. Avrebbe potuto ucciderlo con un affondo e proseguire l’assalto, ma qualcosa glielo impedì. Non gli sembrò corretto. Stupido o pazzo che fosse, questo giovane era il primo civile che non si lasciava intimorire dalla sua uniforme o dalla sua spada dal giorno in cui si era unito agli spathari. Gli fece tornare in mente ricordi che pensava dimenticati, appartenenti a un’altra vita.

«Sai una cosa?» disse alla fine, ritrasformando la lama in bracciale, rimettendo la micra nella sua fondina e scrocchiando le nocche. «Neanche io.»

Nota dell’Autore

Sono sempre avido di conoscenza, riguardo i pareri dei miei lettori.
Sentitevi liberi, anzi invitati, a commentare, qualsiasi sia la vostra opinione su quello che avete letto.
La comunicazione è la chiave in ogni ambito della vita.

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