Elef era elettrizzato.
Sin da quando aveva sentito suonare l’allarme, aveva capito che questo sarebbe stato il giorno che stava aspettando.
I suoi superiori non gli avevano comunicato nulla in proposito, ma Elef non era uno sciocco: ascoltando le voci che si erano diffuse nella sua compagnia, aveva intuito che il capitano Prauss sospettava che qualcuno avrebbe tradito l’Esarca.
Qualche giro fa alla Rocca era successo qualcosa, questo era chiaro. Forse i traditori, chiunque essi fossero, avevano fatto la loro mossa. Elef non poteva saperlo, impegnato com’era a pattugliare le strade. Ma aveva notato dei colleghi intimare a tutti i passanti di tornare nelle proprie case.
L’aveva trovata una precauzione intelligente: se i traditori si nascondevano tra i cittadini, questo avrebbe limitato la loro libertà di azione. Così si era unito ai colleghi, anche se non erano della sua compagnia, e adesso stava andando di casa in casa a dare l’ordine di non uscire.
Era semplice. Bussava alla porta, gli inquilini vedevano l’uniforme, ascoltavano con attenzione e poi davano ubbidiente segno di aver capito.
L’idea che lui, figlio di miseri contadini, comandasse un simile rispetto lo riempiva ancora di soddisfazione. Si era impegnato a lungo e duramente per entrare nelle Guardie, e altrettanto per farsi promuovere a decarca. Adesso ogni singolo cittadino era in soggezione della sua autorità. Inoltre, i suoi genitori finalmente venivano trattati con il riguardo che meritavano.
Ma questo non era ancora il traguardo. No, con oggi lui sarebbe salito ancora più in alto.
Il suo sogno ad occhi aperti fu improvvisamente interrotto dalla vista di un volto noto.
Lunghi capelli castani, sopracciglia spesse, occhi color ambra, naso piccolo leggermente curvato all’insù, mento pronunciato.
«Fyra Eufyina!» la chiamò.
La ragazza si fermò e spostò lo sguardo su di lui. La sua momentanea sorpresa si trasformò rapidamente in fastidio.
«Che cosa c’è?» gli chiese, con il tono di sufficienza che usava sempre quando si rivolgeva a lui. Chiaramente era convinta che lui non se ne accorgesse. Ma oggi lui le avrebbe dato una lezione. Non si parlava così a un decarca della Guardia Cittadina.
«Non hai sentito l’allarme? Torna subito a casa tua e non uscire. Per ordine dell’Esarca.»
Lei lo scrutò per qualche istante, stringendo le palpebre.
Poi disse: «Va bene.» e si incamminò voltandogli le spalle.
Elef fu soddisfatto della sua pronta obbedienza, eppure non riuscì a non trovarla strana. Si aspettava che sarebbe servito più impegno per convincerla.
Poi gli venne un sospetto.
«Ti accompagno. So come arrivare a casa tua da qui.»
«Grazie, ma per quanto ti sembrerà strano lo so anche io. Non disturbarti.»
A quel punto ne fu praticamente certo. Fyra stava cercando di ingannarlo. Non aveva nessuna intenzione di tornare a casa.
Con lei era sempre così. Non rispettava l’autorità di nessuno. Anche quando le si davano consigli per il suo stesso bene lei li ignorava, per puro spregio. Era davvero insopportabile.
Però non poteva lasciarla andare. Alla fine, per quanto odiosa lei fosse, era comunque una cittadina che lui aveva il dovere di proteggere. Inoltre, se le fosse successo qualcosa gli sarebbe dispiaciuto a un livello personale. Più per Kalos che per lei, ma gli sarebbe comunque dispiaciuto.
Così si incamminò dietro di lei.
Raggiunto un incrocio qualche decina di passi dopo, proprio come lui temeva la ragazza continuò dritta invece di prendere la via che l’avrebbe riportata a casa.
«Stai sbagliando strada.» le disse, anche se sarebbe stato sciocco sperare che essere colta in flagrante la rendesse più accondiscendente. La conosceva troppo bene.
Lei lo ignorò.
«Fyra Eufyina, se non torni indietro immediatamente sarò costretto ad arrestarti.»
Lei continuò a ignorarlo.
Elef sentì montare la rabbia. Aveva usato ogni cortesia con lei, ma sapeva sin dall’inizio che il solo linguaggio che una stupida come lei poteva comprendere era quello della forza. Probabilmente, anzi sicuramente si comportava così perché pensava che le sue minacce fossero prive di peso. L’avrebbe fatta ricredere.
Accelerò il passo, guadagnando velocemente terreno.
Quando la raggiunse, le poggiò una mano su una spalla, con fermezza.
«Forse non capisci la gravità della situazio-»
All’improvviso sentì uno strattone alla mano, e un attimo dopo si ritrovò steso a terra.
«Oh! Scusami!» disse Fyra, china sopra la sua testa, in una posizione completamente diversa rispetto a dove si trovava prima. Dopo un attimo di confusione, il ragazzo capì che era stato lui a spostarsi e finirle davanti, come se l’avesse scavalcata.
«Mi succede ogni tanto,» continuò «quando la gente mi tocca senza avvertirmi. Non ti sarai fatto male, spero. Mi dispiacerebbe, anche se più per, ehm, qualcun altro, che per te.»
Gli tese una mano, ma Elef la scacciò.
«Q-Questa è aggressione a un pubblico ufficiale! Non la passerai liscia, te lo giuro!»
La sua pazienza aveva raggiunto il limite. Neanche il pensiero che oggi sarebbe stato l’ultimo giorno in cui veniva guardato dall’alto in basso riuscì a fargli mantenere la calma.
Stava per estrarre la sua micra, quando lo raggiunse una voce. «Che cosa state facendo? Le porte sono state aperte!»
Elef si voltò. Riconobbe una sua collega, con sul petto il pugno grigio della sua compagnia.
«Stavo cercando di spiegare a questa cittadina che deve tornare a casa…» iniziò.
«Tornare a casa!? Ma non hai sentito gli ordini? I cittadini devono andare al porto, idiota!» lo sgridò la donna.
Tutto quello che Elef riuscì a dire fu un confuso: «…Cosa?»
«Senti, non fa niente. Tu.» disse la donna a Fyra. «Dirigiti al porto, più veloce che puoi, e se hai parenti valli a prendere e portali con te. Stiamo evacuando la città.»
Lei non se lo fece dire due volte e partì in corsa.
Poi la compagna si voltò di nuovo verso di lui. «E tu vieni con me. Il nemico è entrato in città, dobbiamo trattenerlo finché l’evacuazione non sarà completata! Muoviti!»
Questo lo risvegliò.
Elef si rimise immediatamente in piedi e seguì la donna.
Sì, il nemico era entrato in città, e solo lui e i suoi compagni si frapponevano fra loro e i cittadini inermi.
I suoi genitori lo avevano chiamato Eleutar. Significava “nato libero”, ma era anche il nome di uno degli eroi della Guerra d’Inverno.
Oggi lui si sarebbe ricoperto di gloria e sarebbe diventato finalmente degno del nome che portava. Non sarebbe più stato solo un semplice decarca della Guardia Cittadina.
Oggi Eleutar Krommynid sarebbe diventato un eroe.
«Essere traditi in questo modo… non era un’eventualità che avevo considerato.» Disse Stefan, parlando lentamente.
Helena guardò suo padre. Guardò la sua fronte sudata, la sua espressione sofferente, e la mano che si stringeva su un fianco. Mentre uscivano dalla Rocca, avevano incontrato altre guardie della compagnia di Zalekh. Erano riusciti a superarle, ma non prima che esse sparassero una raffica di pallottole contro di loro.
Suo padre aveva negato di essere rimasto ferito e faceva finta di niente, per cui anche lei si stava sforzando di fare lo stesso.
«Nessuno di buon cuore se lo sarebbe aspettato, mio Esarca.» gli rispose Astor. «Tu avevi accolto Zalekh nelle tue guardie, gli avevi dato un posto come tuo capitano. Questa ingratitudine non sarà dimenticata, né resterà impunita.»
«No, Astor, non è il momento di odiarci a vicenda.» riprese il padre di Helena. «Zalekh è stato solo… un ragazzo sciocco. Piuttosto, dimmi: hai preparato tutto a dovere?»
«Sì. Le barche sono pronte.»
Le barche? si chiese Helena.
«Dove stiamo andando, Astor?» domandò, anche se si rese conto lei stessa di quanto suonasse ingenua.
«Il giorno in cui è iniziata questa crisi, ho chiesto a tuo padre il permesso di approntare un piano di evacuazione della città, così da essere preparati al peggio.» le rispose il capitano, tersamente ma con tono cortese. «Ci sono delle barche ad aspettarci al porto. Attraverseremo il Tuon e fuggiremo sull’altra riva.»
«Ma sull’altra riva è territorio di…»
«Lo so.» la interruppe suo padre. «Ma che altra scelta abbiamo?»
Guardando davanti a sé, Helena riusciva adesso a scorgere la grande folla radunata davanti all’imbarcadero del porto. Una mezza dozzina di grosse barche era allineata sulla sponda del fiume, e uomini e donne in uniforme stavano ordinatamente facendo salire su di esse gli abitanti.
Quando furono più vicini, la ragazza cominciò a sentire le voci delle persone lì radunate. Alcune erano preoccupate, altre disperate, altre ancora furiose.
«Dove andremo adesso? Che cosa ci succederà?» «Non ti preoccupare, Mamma. Ci sono io, e poi c’è anche Kal…»
«Qui, Nonno, Nonna, da questa parte. Vedrete, andrà tutto bene…»
«Non ci sono barche per tutti! Per questo ti avevo detto di muoverti quando ci hanno avvertiti! Adesso resteremo bloccati qui e sarà solo colpa tua, Artor! E naturalmente tuo padre in questo momento non è in città! Io lo sapevo che sarebbe andata a finire così!» «Certamente, Madre…»
«Kara! Qualcuno ha visto mia moglie? Kara!»
Il capitano Astor fece un gesto con la mano e una delle guardie si avvicinò. Era un uomo la cui giacca sembrava leggermente troppo stretta per il suo fisico, e le cui movenze suggerivano pigrizia. Mentre si avvicinava aprì la fiaschetta che teneva in una mano e ne bevve un sorso, ma nel farlo si sporcò la barba nerastra e disordinata. Helena lo aveva già visto, ma non riuscì ad associarci un nome.
«Barys. Come procede l’evacuazione?» chiese Astor.
«Come vuoi che proceda, Capitano? Con difficoltà.» rispose la guardia, rimettendo a posto la fiaschetta dentro la giacca. «Lo vedi anche tu, le barche sono troppo poche. Contando lo spazio per provviste e attrezzatura possiamo caricare una ventina di cittadini su ognuna, ma…»
«Potete fare più di un viaggio?» si inserì Stefan, con fatica.
«Se ce lo chiedi lo faremo, mio Esarca. Ma il nemico prima o poi arriverà al porto, non abbiamo tutto questo tempo.»
Helena ignorò il tono poco rispettoso dell’uomo, e disse: «Quante barche sono già partite?»
«Quante? Nessuna, Helena Dorina.» disse Barys. «Abbiamo appena finito di caricare la prima, manchi soltanto tu.»
«Io?» chiese lei, confusa.
Barys guidò i tre a un’estremità dell’imbarcadero, a una barca già carica di persone. Helena riconobbe tra di esse Ergon, che sembrava impegnato a fissare il vuoto con uno sguardo spento.
«Su, Helena.» le disse suo padre, facendole cenno di salire a bordo.
«No!» la sua risposta fu immediata. Aveva capito cosa lui aveva intenzione di fare.
«Non metterti a discutere.» insistette lui. «Stanno aspettando soltanto te per salpare.»
«Non posso lasciarti qui!»
«Tu devi metterti in salvo… Ma io non posso essere il primo a fuggire. Sono l’Esarca, ho una responsabilità… ho un dovere, nei confronti di questa gente.»
«Se ce l’hai tu ce l’ho anche io! Sono tua figlia!» Helena sentì montare la frustrazione dentro di sé, ma si sforzò di ritrovare la calma. Mettersi a urlare non sarebbe servito a niente, anzi sarebbe stato controproducente. Doveva trovare il modo di convincerlo, e rapidamente, prima che lui fosse pronto ad abbattere le sue argomentazioni.
«Che… che dovere hai nei loro confronti? Quello di farli disperare? Come credi che reagiranno, vedendoti ridotto così? Sei ferito!»
«Io non sono ferito. È solo…» suo padre trattenne un gemito «…solo un graffio.»
«Padre,» lei prese la mano che lui teneva su un fianco e la spostò, rivelando un buco nel suo gilek e una macchia scura intorno ad essa. «devi imparare a mentire meglio.»
Helena vide che adesso era lui a stare cercando disperatamente un modo per controbattere. Non gliene diede il tempo.
«Sali sulla barca. Resterò io qui, in tua vece.»
Suo padre sgranò gli occhi: «Helena…»
«Non metterti a discutere. Stanno aspettando soltanto te per salpare.»
Ora che gli aveva rivoltato contro le sue stesse parole, suo padre sembrò arrendersi. Si mise a sedere nella barca, cercando di non aggravare la ferita.
«Astor. Vai con lui.» disse lei al capitano, che fino a quel momento si era tenuto in silenzio in disparte.
«No.» suo padre lo fermò con un gesto della mano. «Tu resterai con lei, Astor. Barys, mi affido a te per la traversata.»
L’altro uomo che fino a quel momento era rimasto in silenzio e in disparte salì a bordo e immediatamente iniziò a distribuire i remi e dare istruzioni.
Lentamente, la barca cominciò ad allontanarsi dalla riva.
Quando ormai era a già una decina di piedi di distanza, suo padre la chiamò: «Helena!»
Lo sentì dire qualcosa, ma la cacofonia di voci intorno a lei le rese difficile capire cosa.
Forse: «Non morire.»
Una volta che la barca si fu allontanata, Helena spostò la sua attenzione sulla folla. Vide volti confusi, volti preoccupati, volti affranti. Da un lato una ragazza stava confortando una coppia di anziani. Da un altro un ragazzo in abiti civili ma con in mano un dolico delle guardie stava cercando di convincere una donna e quella che probabilmente era la figlia a salire su una delle barche, con scarso successo. La sua attenzione però fu attirata da un uomo che si era messo a spintonare tra la folla, seguito da tre bambini. Spostando lo sguardo nella direzione in cui stava andando, vide che c’era una donna, con altri due bambini, che sembrava starlo chiamando. Una volta che l’ebbe raggiunta, l’uomo la abbracciò, poi posò lo sguardo sui due bambini, chiaramente sollevato. Tuttavia, dopo un istante, Helena vide la sua espressione cambiare. Lo vide dire qualcosa alla donna, ma non riuscì a sentire le parole. Il sorriso svanì anche dal viso di lei, come se si fosse resa conto di qualcosa di terribile, mentre gli rispondeva. Immediatamente, l’uomo gridò, guardandosi intorno: «Zia! ZIA!»
A quel punto, Helena si avvicinò: «Che cosa succede? Posso aiutare?»
Quando l’uomo la vide, la sua espressione si fece confusa. Ma poi spostò lo sguardo su Astor e questo gli fece capire chi aveva davanti.
«Helena Dorina, ti ringrazio.» disse, chinando rispettosamente il capo. «Mi chiamo Kydalim Andorid. Si tratta di mia zia. Quando ci è stato ordinato di dirigerci al porto, i nostri figli non erano in casa. Io e mia moglie ci siamo separati per andarli a prendere, ma nella confusione entrambi ci siamo convinti che la mia vecchia zia fosse con l’altro. Io devo trovarla! È molto anziana, e…»
«Intendi dire che non è più così lucida?» Chiese Helena, istintivamente.
«No, no! Terra, no.» rispose immediatamente l’uomo, Kydalim. «È lucidissima, il problema è… che è senza voce. Ha perso il dono della parola molti anni fa, quando era ancora giovane, prima della Liberazione.»
«Capisco.» Non c’era bisogno di dire altro.
«Per cui probabilmente sarà spaventata e in difficoltà, senza poter comunicare con nessuno. Devo andarla a cercare.»
«Non puoi andarci da solo! Vengo anche io!» intervenne la donna.
«E lasciare i bambini da soli, Kara?» ribatté lui.
Vedendo che ne stava nascendo una discussione accesa, Helena disse: «Posso mandare delle guardie a cercarla, mi basta una descrizione di questa donna.»
«Vado io.» una voce alle sue spalle.
Voltandosi, vide il ragazzo che aveva scorto prima, quello che stava cercando di far salire le due donne su una barca. Guardandolo da vicino, si accorse che era un ragazzo dagli occhi verdi, più giovane di lei e che tuttavia aveva parlato con tono deciso e maturo.
«Questi sono i miei vicini di casa, conosco la vecchia di cui parlano.» continuò «Se c’è qualcuno tra le guardie capace di trovarla in fretta, quello sono io. Manda me, Helena Dorina.»
«Come ti chiami?»
«Kalos Aregonid.»
Helena ebbe la sensazione che questo Kalos si sarebbe offerto volontario anche se lei non avesse offerto alla coppia l’aiuto delle guardie.
«E sia. Kalos Aregonid, va’ e ricongiungi questa famiglia. Che nessuno sia lasciato indietro.» Proclamò. Sì, era la frase giusta da dire per incoraggiare tutti.
«Vengo con te.» un’altra voce.
A parlare questa volta era stato un giovane più o meno della sua età, dai capelli neri e occhi scuri. Però non era una guardia.
«Ark, non c’è bisogno.» disse il ragazzo che si era offerto volontario.
«Sì che c’è. Guardia o no, non puoi andare da solo.» ribatté l’altro.
«Ma tu sei un civile.» gli disse Helena.
«Lo so. Ciò significa che non ho bisogno di un tuo ordine o permesso, Helena Dorina. Ho solo detto a voce alta cosa sto per fare.» rispose lui. Le aveva parlato con estrema irriverenza, ma a colpirla fu il suo sguardo freddo: vi lesse qualcosa che non riuscì a decifrare.
Prima che potesse rifletterci su, sentì una terza voce: «Ehi, vengo anche io allora! Voi due avrete bisogno di qualcuno che vi protegga!»
Un’altra civile, una ragazza dai capelli castani, che indossava una fascia di controllo. Helena non si disturbò a cercare di dissuaderla. «Qualcun altro vuole unirsi?» chiese, rivolta al cerchio di persone che si era formato intorno a loro.
Lei aveva parlato in tono scherzoso, ma vide due mani alzarsi da in mezzo alla folla, che si aprì per far passare una ragazza dagli occhi verdi e un altro giovane uomo.
«Agatha, no. Tu devi restare con la Mamma…» iniziò a dire il ragazzo attorno al quale si stava formando questa bizzarra comitiva.
«La Mamma ha detto che è più importante che io stia con te.» lo interruppe la ragazza dagli occhi verdi, ponendo apparentemente fine alla discussione. A Helena parve di scorgere per un istante uno sguardo ostile che la ragazza rivolse all’altra, quella chiamata Fyra, ma forse fu solo una sua impressione.
«Per me è lo stesso.» disse l’altro nuovo arrivato, il giovane. «Voglio dire, non me lo ha detto sua madre, me lo ha detto la mia, e più precisamente mi ha detto che è più importante che io stia con tutti loro, e non ha usato esattamente quelle parole ma… ci siamo capiti.»
«Kal.» disse Kydalim. «Voi tutti… siete davvero disposti a fare questo per noi?»
«Certamente.» rispose subito il giovane dai capelli scuri e dallo sguardo freddo, quello che il ragazzo aveva chiamato Ark, e sembrò persino accennare un sorriso.
«Non c’è neanche bisogno di chiederlo!» gli fece subito eco la ragazza che si era unita dopo di lui.
Gli altri si unirono con cenni di assenso.
«Fidati di noi.» concluse Kalos. «La troveremo.»
Kydalim, con evidente commozione, poggiò le mani sulle spalle del ragazzo: «…Grazie. Sei un bravo ragazzo. Siete tutti dei bravi ragazzi. Sono in debito con voi. Vi aspetteremo sull’altra riva.»
Prese per mano sua moglie e andò verso la riva, seguito dai suoi bambini.
I cinque giovani si incamminarono verso la città, ma avevano appena fatto qualche passo quando Helena sentì un grido: «Dove credi di andare, Artor?»
Facendosi strada sgomitando tra la folla, una donna raggiunse il gruppo. Allungò una mano e agguantò Ark.
«Queste cose lasciale a chi è più capace di te! Forza, ho trovato una barca!» gli disse.
«Bene, Madre. Allora salici su.» rispose lui, con tono totalmente indifferente. Non si scrollò dalla presa della donna, ma non fece neanche un passo nella direzione in cui lei stava cercando di tirarlo.
Lei sembrò farsi ancora più irritata: «È quello che ho intenzione di fare! Ma tu non vorrai mica lasciarmi da sola, vero?»
«Tornerò subito.»
«E se non torni?»
«Confido che troverai la forza di andare avanti.»
«Ascoltami, Artor,» la donna adesso sembrava disperata «questo non è uno dei tuoi libri. Smetti di fare lo stupido!»
«Madre, io vado. Tu puoi seguirmi, se vuoi, anche se io preferirei che tu aspettassi qui o ancora di più che tu salissi su una barca e ti mettessi al sicuro. Ma in qualsiasi caso, io vado. Questo non cambierà.»
La donna infine si arrese. Lasciò andare il giovane e si ritirò tra la folla. Mentre se ne andava, Helena la sentì sussurrare: «Pazzo. Suo padre mi abbandona qui per andare a trastullarsi con qualche amante, e lui è completamente pazzo. Ma che ho fatto di male…?»
Ark non restò a guardarla allontanarsi. Si voltò di nuovo verso i suoi compagni, che si rimisero in cammino nella direzione opposta a quella di lei.
Post Scriptum
Eccoci qua.
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E ha la mia gratitudine anche chi ha letto fino a questo punto.
Spero che la storia finora vi piaccia, e come sempre, parlatene con i vostri amici.
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