Quando Kal uscì di casa, il sole era già sorto da ore, dietro le nuvole.
Di norma era mattiniero, ma aver vegliato sulla torre due notti prima aveva influito sui suoi ritmi del sonno.
Suo padre non lo aveva svegliato prima di partire per il suo turno di guardia. Ma fortunatamente quello di Kal sarebbe stato nel pomeriggio, quindi il ragazzo poteva passare la mattinata come preferiva.
Decise che avrebbe fatto una passeggiata sino al porto.
Incamminandosi verso la via principale, passò davanti alla casa del suo vicino. Ed evitò per un soffio di finire addosso a un bambino che usciva sfrecciando dall’arco di entrata in quel momento.
«Gelos, attento.» Una voce dal tono calmo, equilibrato, di qualcuno che è preoccupato ma non si lascia prendere dal panico.
A seguito del bambino, dall’arco emerse la figura alta e robusta di Kydalim, il vicino di casa.
L’uomo si fermò solo un istante, per rivolgergli un sorriso di scuse, poi tornò a seguire il figlio, senza stare troppo vicino ma senza perderlo di vista. Forse era il quarto, oppure il quinto, Kal non lo sapeva. Erano una famiglia numerosa.
Il ragazzo proseguì passando davanti a casa di Ark. Vide che nel cortile c’era una donna, impegnata ad occuparsi delle piante. Riconobbe la madre del suo amico.
Semna Tritina si voltò come se avesse percepito la sua presenza, e gli rivolse uno sguardo di sdegno, sbuffando, per poi tornare ai suoi fiori. Ma Kal non se la prese. Era il modo che aveva quella donna per dare il buongiorno.
Dopo la casa di Ark, c’era quella di Fyra. Quella mattina la ragazza non era in cortile. Probabilmente era già uscita per andare in città. Ripensando a cosa era successo il giorno prima, Kal concluse che forse era meglio così.
Era ormai giunto al confine dell’isolato. Proseguendo verso destra sarebbe arrivato alla via principale, e da lì avrebbe potuto scendere verso il porto.
Però all’improvviso fu consapevole di un rumore sordo, come un costante basso rombo in lontananza. Proveniva da fuori le mura, verso ovest.
Fu colto da un presentimento, però lo scacciò. Ciò che temeva non era possibile, qualcuno avrebbe già dato l’allarme. Eppure, anche solo per curiosità, decise di salire sulle mura e vedere cosa stava succedendo. Per cui continuò dritto, verso il Muro Ovest.
Più Kal si avvicinava e più il suono si faceva forte. Quando fu quasi sotto le mura, vide una guardia scendere a rotta di collo le scale che conducevano sui bastioni, per poi correre verso la Rocca.
Il presentimento ritornò, senza che il ragazzo riuscisse di nuovo a scacciarlo.
Salì su per le scale fino a raggiungere la cima del muro.
Le prime cose che vide furono la sirena alla sua destra e un’altra guardia, in piedi alla sua sinistra. Kal conosceva quel ragazzo poco più grande di lui di vista, ma non era parte della sua compagnia: sull’uniforme portava l’insegna di un diamante argentato, quella di Kal era una stella dorata.
Il ragazzo tuttavia lo salutò: «Ehi! Tu sei Kalos, stai sotto il capitano Astor! Cosa ci fai qui a quest’ora? Adesso pattugliare le mura ovest è compito nostro.»
Suonava allegro e tranquillo, ma Kal notò che la sua espressione era tesa e preoccupata.
Voltò lo sguardo verso la pianura al di là delle mura.
E vide la colonna di soldati che si stava avvicinando.
Erano centinaia, forse un migliaio. Marciavano a ritmo sostenuto. Il rumore che Kal aveva sentito era quello dei ciottoli di pietra spostati dalla loro avanzata lungo la strada. Valutò che sarebbero arrivati alle porte in meno di un’ora.
Doveva suonare l’allarme.
Una parte della sua mente si chiese distrattamente perché nessuno lo avesse ancora fatto, ma stava già allungando le braccia verso la manovella della sirena.
«Non ti muovere!»
Kal si girò di nuovo verso la guardia. Il suo commilitone gli stava puntando contro la lunga canna del suo dolico. Questo rispose alla sua domanda, anche se era una risposta che avrebbe preferito non avere.
«Non voglio farlo.» disse la guardia, che ora era palesemente terrorizzata. «Ti giuro che non voglio farlo, ma lo farò se dai l’allarme. Sei un bravo ragazzo. Non costringermi.»
Kal chiese: «Cosa hai intenzione di fare? Che sta succedendo?»
«Torna a casa.» gli rispose l’altro. «Torna a casa e chiudi la porta. Entro l’ora di pranzo sarà tutto finito. Sono qui solo per Stefan. Scendi quelle scale e fai finta di non aver visto nulla.»
Solo a quel punto il ragazzo si accorse che i soldati in arrivo indossavano i colori blu dell’esercito del Principato. E in un istante capì che le voci cui lui non aveva voluto credere erano vere: stava per scoppiare una guerra tra l’esarca Stefan e il Reggente.
«Non gettare via la tua vita.» continuò l’altro. «Non faranno del male a nessuno. Prenderanno Stefan e lo porteranno via. Alla fine è quello che si merita. Si tratta solo di giustizia.»
Kal non riuscì a dargli torto immediatamente. Tecnicamente aveva ragione. Se l’esarca aveva tradito il Principato, era doveroso che venisse arrestato e condannato per i suoi crimini. Si trattava solo di giustizia, come aveva detto.
Eppure…
Nonostante il suo giuramento, nonostante il dovere verso il Principato che gli era stato insegnato di avere, Kal sentì che sarebbe stato sbagliato.
Gli fu sufficiente pensare alla città. Non all’esarca, ma agli abitanti. Alla sua famiglia. Ai suoi amici.
«“Non faranno del male a nessuno”?» gli rispose, ripetendo le sue parole. «Sono centinaia, tutti armati. Non sono qui per un solo uomo!»
«Sono qui per Stefan e tutti i suoi sostenitori!» concesse l’altro. Il dolico tremò leggermente nelle sue mani. «Ma non avranno nessun motivo di prendersela con chi non si opporrà! Torna a casa e sarai al sicuro!»
«Quindi chiunque sarà trovato in strada sarà considerato un oppositore? Questa per te è “giustizia”? Rispondimi!»
L’altro esitò. La presa sul dolico si fece meno salda. Per un istante distolse lo sguardo, voltandosi verso l’esercito in arrivo.
Quell’istante bastò.
Con una rapidità e precisione che sorpresero lui stesso, Kal afferrò la canna dell’arma con una mano, spostandola, e fece un balzo in avanti, uscendo dal suo raggio d’azione.
Subito dopo, sferrò alla guardia un pugno dritto in faccia con l’altra mano.
Sentì qualcosa spezzarsi.
La guardia cadde per terra, cosciente ma apparentemente stordita. Un fiotto di sangue colava giù dal naso, ora meno dritto rispetto a pochi istanti prima.
Kal si lanciò sulla sirena e iniziò a girare la manovella. Si accorse che la sola sensazione che gli arrivava dalla mano destra era di dolore, ma lo ignorò.
Il rotore della sirena iniziò a girare, e dal suo corno uscì un suono potente, simile all’ululato di un lupo, spandendosi nell’aria e raggiungendo ogni orecchio della città.
Helena sentì l’allarme mentre faceva colazione insieme a suo padre nella grande sala della Rocca.
I due mangiavano in silenzio, perché suo padre era più bravo a discorrere che a conversare, ma a lei andava bene così. Quello era un prezioso momento di quiete, soltanto per loro due.
Già prima che suonasse l’allarme, Helena aveva sentito dei passi in avvicinamento da dietro la porta della sala. Però non aveva dato alla cosa nessun peso particolare. Probabilmente era solo il segnale d’inizio di un’altra mattina fitta di impegni.
Poi risuonò la voce della sirena, e pochi istanti dopo la porta fu spalancata con inaspettata violenza. Nella sala irruppero una decina di guardie, che circondarono i due.
Lì per lì Helena pensò che fossero venute a proteggerli da qualsiasi cosa avesse causato l’allarme, ma quando suo padre si alzò dalla tavola chiedendo: «Che cosa succede?» due guardie estrassero le loro armi e gliele puntarono contro.
Helena non cercò nemmeno di alzarsi. Si voltò cautamente verso la porta dietro di sé e notò la persona che era entrata a seguito delle guardie.
«Capitano Zalekh! Che cosa significa?» esclamò, anche se temeva di sapere la risposta.
Il terzo capitano delle guardie indossava la sua fascia di controllo e stringeva in mano una sottile spada bluastra. Si avvicinò senza fretta, mentre si rivolgeva a suo padre come se lei non esistesse: «Stefan Arystid, sei in arresto per contrabbando di armi, cospirazione contro il Principato e alto tradimento.»
«Che… che cosa?» replicò lui, incredulo.
Zalekh ignorò anche lui, continuando: «Sarai scortato ad Arlis, dove sarai giudicato davanti al Sinedrio per i tuoi crimini.»
Helena non riuscì a dire nulla. Aveva immaginato molti possibili scenari in cui si sarebbe potuta svolgere la guerra, ma in nessuno di essi figurava il tradimento. E per suo padre doveva essere lo stesso.
«Io mi fidavo di te!» disse lui. Nella sua voce non c’era rabbia, solo tristezza. «Perché stai facendo questo? Ti stanno ricattando?»
Il volto di Zalekh rimase indecifrabile: «In questo momento l’armeria in cui hai depositato tutte le micre e dolici che hai comprato da Dysis in cambio del tuo tradimento è sotto il nostro controllo. Hai perso.»
«Forse è invidia?» insistette il padre di Helena. «Sei ancora arrabbiato con me e Astor perché lui è diventato primo capitano al posto tuo? So che non ci tradiresti mai per denaro, non sei così avido. Rispondimi!»
Fece un passo verso Zalekh. In un istante, due guardie gli furono addosso e lo schiacciarono contro la tavola, impedendogli di muovere un muscolo.
Il capitano sospirò: «Persino in questo momento, Stefan Arystid, ti rifiuti di concepire l’idea di essere nel torto.»
«Perché non lo è!» gridò Helena, e per la prima volta da quando era entrato, l’uomo posò lo sguardo su di lei.
La ragazza capì di non poter esitare: doveva usare tutte le sue capacità, doveva convincerlo, prima che lui di nuovo smettesse di prestarle attenzione.
«Zalekh, quante volte mio padre ti ha dato prova della corruzione in cui è immerso il Principato? Come è possibile che tu ancora non ci creda? Se davvero hai a cuore la giustizia, allora lasciaci andare in questo istante!»
Zalekh si avvicinò. Helena fu sicura di stare facendo breccia. Serviva solo un ultimo sforzo. Su cosa poteva fare leva…?
Il pugno la colse impreparata.
Cadde a terra, rannicchiandosi e stringendosi istintivamente l’addome.
In mezzo alla nube di dolore, riuscì comunque a sentire la voce di Zalekh: «Se un discorso simile l’avesse fatto tuo padre avrei potuto anche ascoltarlo. Perché sarebbe stato sincero. Risparmia la tua retorica vuota per qualcuno abbastanza stupido da farsi abbindolare da essa, ragazzina. E resta ferma lì. La prossima volta che aprirai la bocca per irritarmi, userò la spada.»
Helena riuscì solo a gemere. Per il dolore, per l’umiliazione, ma soprattutto per il senso di impotenza che stava provando.
Davvero stava per finire tutto così? Non poteva accettarlo.
In quel momento, la raggiunsero grida e rumori di lotta.
«Che cosa…?» la voce di Zalekh.
Un suono come uno schiocco di frusta.
Un’esclamazione.
Il rumore di passi in corsa.
Altri schiocchi, altre grida e poi il suono di metallo contro altro metallo.
«Astor! Prendi l’Esarca e Helena e scappa!» un’altra voce. Prauss.
Helena si constrinse ad aprire gli occhi. Vide un uomo chino su di lei. Lo riconobbe.
«Dammi la mano, Helena Dorina.» le disse il capitano Astor.
Lei gli tese la mano e si lasciò aiutare ad alzarsi.
Vide suo padre poco lontano. Era stato liberato dalle guardie che lo tenevano fermo, ma era chiaramente ancora scosso. Dietro di lui c’era Prauss, che puntava la sua spada contro Zalekh, tenendolo lontano da loro.
«Andate!» gridò, mentre altre guardie si stavano già riversando nella sala da tutte le entrate.
Il padre di Helena si girò verso di lui, per un istante, e gli rivolse un cenno del capo. Helena vide in esso un’espressione di tutta la sua gratitudine e il suo rispetto. E un addio.
Poi suo padre si voltò verso di lei e Astor. Disse solo due parole, rivolte al capitano: «Fai strada!»
E i tre iniziarono a correre.
Kal percepì un movimento alle sue spalle.
Lasciò andare la manovella della sirena e si voltò.
La guardia che aveva colpito si era rialzata e aveva estratto la propria micra. Capì immediatamente che non l’avrebbe fermata in tempo.
L’arma fu puntata verso di lui.
Ci fu uno schiocco, e la guardia inarcò la schiena e cadde in avanti, con un grido strozzato. Sulla schiena gli si era aperto un foro sanguinante.
Kal rimase momentaneamente paralizzato. Però sentì una voce che lo chiamava.
«Kal! Riprenditi, Kal! Guardami!»
Si accorse che si era avvicinato un uomo. Notò la micra che aveva in mano. E ne riconobbe il volto severo, al quale secondo molti conoscenti adulti assomigliava il suo.
«Papà…» esordì. Ma poi tornò a guardare il cadavere.
Era stato pronto a combattere. Gli aveva tirato un pugno. Ma non aveva mai voluto…
«Tu, tu lo hai…»
«Sì. Lo so.» Disse suo padre. «Ma se non lo avessi fatto, lui avrebbe ucciso te.»
Sapeva che suo padre aveva ragione. Ma era comunque difficile da accettare.
«Adesso ascoltami. Abbiamo poco tempo.» Suo padre lo guardò negli occhi. «Siamo stati traditi. Il capitano Zalekh e la sua compagnia si sono venduti al Reggente. Il solo motivo per cui abbiamo ancora una speranza è che i nostri capitani avevano dei sospetti su di lui.»
Kal era ancora confuso. «Che cosa stai dicendo?»
«Non mi interrompere! Devi andare al porto. Il capitano Astor ha preparato un piano di evacuazione. Segui il tuo capitano e porta in salvo i cittadini.»
«Come sarebbe a dire “porta in salvo”? E la città?»
«La città è perduta, Kal!» gridò suo padre. Su quel volto quasi sempre stoico, il ragazzo vide comparire la disperazione.
«Se fossimo rimasti uniti, forse avremmo potuto resistere. Ma ora che ci stiamo combattendo tra di noi… Ti prego. Prendi tua sorella, prendi tua madre e vai al porto.»
Kal stava per obbedire, ma poi se ne accorse.
«…E tu?»
Suo padre scosse la testa. «Il compito della tua compagnia è di evacuare i cittadini attraverso il porto. Quello della mia…» si allontanò da lui e si voltò verso l’esercito in avvicinamento. «…è di tenere loro lontani da voi per tutto il tempo che sarà possibile.»
«Ma…» iniziò ad obiettare il ragazzo.
«Hai il tuo dovere, Guardia Kalos Aregonid. Vai a compierlo.» lo interruppe suo padre, senza voltarsi di nuovo a guardarlo.
Kal avrebbe voluto insistere. Ma capì che non sarebbe servito a niente. Lui aveva ragione. Avevano entrambi il proprio dovere da compiere.
Si lanciò a corsa giù per le scale.
Pregando qualunque dio fosse in ascolto che quella non fosse l’ultima volta che si vedevano.
Post Scriptum
Era da un po’ che non scrivevo qualcosa qui. Qui è l’autore che parla.
Spero la storia finora vi stia piacendo. C’è ancora parecchio da leggere.
Sono qui solo per annunciare che a partire dalla prossima settimana comincerò a cercare di monetizzare questa mia piccola opera. Come sta scritto là in cima alla pagina in Inglese: “I write so I do not starve”, io scrivo per non morire di fame.
Non temete, i capitoli continueranno ad essere pubblicati qui gratuitamente una volta a settimana. Tuttavia, se foste tanto generosi da elargire qualche soldo a questo umile scribacchino, potreste ottenere il privilegio di… portarvi avanti con la lettura, diciamo.
Ulteriori dettagli arriveranno la prossima settimana, e spero di ritrovarvi qui quando sarà il momento.
E come sempre, se vi è piaciuto quello che avete letto, prego, parlatene con i vostri amici.
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