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SeNNaaR – Capitolo 4: Volontà Ostile, Parte Due

«Bel posto, non c’è che dire.» sussurrò Alek.

«Già.» gli rispose Orin.

«Immagina il paesaggio che si vede da lassù.» Alek, con un cenno della testa, indicò la grossa torre che dominava la fortezza in cima alla collina.

«E il duca pensa di poter sferrare un attacco a sorpresa a questa città.» continuò, sempre a voce bassa.

Da lassù avrebbero visto l’esercito avvicinarsi da più di dieci stadi di distanza. Era un’idea sciocca. Elis sarebbe stata conquistata solo dopo un lungo assedio. Alek si chiese, non per la prima volta, se ne sarebbe valsa la pena.

«Quello che pensa il duca non è affar nostro. Troviamo mio…» Orin si interruppe, poi riprese «Troviamo il logoteta Niketh e poi andiamocene.»

Alek provò ammirazione per lo sforzo del collega di restare calmo e professionale.

Il padre di Orin era partito all’improvviso, il giorno stesso in cui il delegato Timios era stato condannato. Era andato a Elis per iniziativa personale, a chiedere all’esarca Stefan di smentire personalmente le accuse. Da allora non si era più saputo niente di lui. In quei pochi giorni, i toni ad Arlis si erano solo inaspriti. Il Reggente Sofron aveva ordinato la cattura di Stefan vivo o morto, e lo stratega Leon aveva messo insieme un’armata per eseguire quell’ordine. Un’armata che in quel momento era a poche miglia di distanza, in marcia sotto la guida del duca Zeloth.

Orin e Alek avevano sfruttato la loro autorità per farsi nominare guardie del corpo del duca e poi per precedere le truppe ad Elis, in modo da avere almeno una minima possibilità di ritrovare il logoteta vivo. Perché se (o meglio, quando) le sentinelle di Elis avessero avvistato l’esercito in arrivo, Niketh sarebbe diventato soltanto un ostaggio. Alek calcolò che avevano circa una giornata per compiere la loro missione.

«Abbiamo tempo per mangiare qualcosa. Vieni.» disse al collega.

«Non ho fame.» rispose Orin.

«Ce l’avrai. O vuoi che lo esprima come ordine?» Anche se era solo una questione di anzianità, Alek era informalmente il superiore di grado tra i due.

Orin emise un grugnito di protesta, che Alek interpretò come un “e va bene”.

E facendosi strada tra la calca dell’ora di pranzo, i due spathari entrarono nella prima taverna che trovarono: un edificio dall’aria accogliente, che aveva per insegna un bue e una rana.


Si scoprì che Orin in realtà aveva fame.

Mentre i due pranzavano con un piatto a base di pesce, Alek si mise ad ascoltare in modo discreto gli scambi tra gli altri avventori. C’era un altro motivo, oltre al cibo, per cui era venuto lì: avevano bisogno di informazioni. Non potevano cercare il logoteta Niketh alla cieca.

Per fortuna o sfortuna che fosse, il locale era gremito di gente. Alcuni sembravano viaggiatori come loro, ma per la maggior parte gli diedero l’impressione di essere del luogo. Persone in abiti sobri che avevano come priorità la praticità piuttosto che l’eleganza, ma che chiaramente non erano pensati per i lunghi viaggi.

«Secondo me è cambiato qualcosa nella ricetta. Da qualche settimana il pane qui ha un sapore diverso.» sentì da un tavolo alla sua destra.

No. Alek ignorò il resto della discussione. Non era importante.

«Stamattina mia figlia ha detto la sua prima parola!» Seguì un coro di congratulazioni da dietro le sue spalle.

No.

«Insomma, volare è sempre stato il sogno dell’uomo, no? L’idea di una macchina volante compare già nei testi più antichi che sono arrivati sino a noi, tu lo sai meglio di me. E immagina: sono a un passo dal realizzarne una! Capisci perché sono emozionato?»

«Certamente, Mak. Ma la zuppa si raffredda.»

No.

«Chi se ne importa del Reggente! Anche se le accuse fossero vere, cosa ha mai fatto Arlis per noi a parte imporci le sue tasse? Che se ne vadano alla malora lui e il resto del Principato!»

Dovrei segnarmi nome e faccia di chi ha parlato… ma no.

«Il vecchio Prauss è venuto a prelevare il suo solito carico! Quando imparerà che togliersi l’uniforme da capitano non serve a niente se hai una faccia come la sua? Riconoscerei quelle cicatrici ovunque!»

La voce proveniva dalla sua sinistra. Le parole “Prauss” e “capitano” attirarono la sua attenzione. Alek sapeva che il capitano Prauss Kleptid delle guardie di Elis era uno degli uomini di fiducia dell’esarca Stefan. Anche la descrizione fisica combaciava: era famigerato per le cicatrici sul volto, che lui, si diceva, sfoggiava come una medaglia di guerra anche se se le era procurate in un incidente ben lontano da qualsiasi fronte.

Pensando alle cicatrici, gli venne in mente per un istante Eureth. Chissà dove lo stavano portando i suoi vagabondaggi, in questo momento.

Ma ritornò subito al presente. Individuò il tavolo da cui proveniva la voce. Vi era seduto un capannello di quattro o cinque uomini, dai lineamenti ruvidi e dalla pelle bruciata dal sole. L’attenzione di tutti era fissa su uno di essi, un uomo dai capelli rossi disordinati e la barba incolta, ma con occhi pieni di vita che saettavano dall’uno all’altro membro della piccola congrega senza stare mai fermi e impedendo a chiunque di loro di distogliere lo sguardo.

Alek capì che era stato lui a parlare. E che era un uomo abituato a dar fiato alla bocca.

«Questa volta sei riuscito a vedere cosa ci sia lì dentro, Pol?» chiese uno degli altri.

«Macché!» esclamò l’uomo chiamato Pol. «Non ho neanche provato ad avvicinarmi! C’erano guardie ovunque! Mascherate, e mascherate male, però c’erano! Prauss è stupido, ma mica così tanto!»

Uno scroscio di risate.

«E poi» riprese Pol dopo che le risate si furono calmate «che bisogno c’è di vederlo? Lo sappiamo tutti cosa sta facendo il nostro esarca. Sono mesi che ogni tanto Prauss viene al porto con i suoi sottoposti e cercando di non attirare l’attenzione prende in consegna una o due casse sigillate, quasi sempre scaricate da una nave attraccata quel giorno stesso.»

«Dici che è merce contrabbandata?»

«Quello è ovvio, imbecille!»

Altro scroscio di risate.

«No, la domanda semmai è cosa viene contrabbandato. Ma appunto, la risposta può essere una sola.»

«Dai, diccela, Pol!»

«Non tenerci sulle spine, Pol!»

«Oh no, oh no no no!» disse Pol. «Non lo dirò a voce alta. Non sai mai chi sta ascoltando, dopo tutto.»

Qualche risata, ma con meno vigore.

«Ciò che posso dire è questo. Vi ricordate quando è venuto quel logoteta da Arlis qualche giorno fa?»

«Quello che doveva riscuotere le tasse?»

«Esatto, così hanno detto. Ma se il suo scopo era riscuotere le tasse… perché è ancora qui? E perché non esce dalla Rocca da quando è arrivato?»

Mormorio di «Beh…» e «In effetti…»

«Statemi a sentire.» disse Pol abbassando la voce, poi allargò le braccia, attirò più vicini a se i suoi compagni di tavolo e iniziò a parlare con tono cospiratorio: «Quella delle tasse è una frottola. Il motivo per cui quell’uomo è venuto qui, e il motivo per cui nessuno lo fa uscire dalla Rocca, sono quelle casse. E credo che presto scopriremo tutti che cosa contengono, quando il nostro amato Esarca ci chiederà di… fare la nostra parte per il bene del Principato.»

L’ultima frase fu poco più di un sussurro, ma fu sufficiente.

«Sentito?» chiese Alek a Orin.

«Sentito.» rispose il collega, che aveva da tempo finito di mangiare.

«Sentito cosa?» chiese una terza voce, prima che i due avessero il tempo di alzarsi.

Entrambi si voltarono di scatto. Senza che se ne accorgessero, mentre ascoltavano Pol si erano avvicinati due uomini. Alek giudicò che avessero più o meno una ventina d’anni, come lui. Uno era robusto, aveva il fisico di chi è abituato a mangiare molto e a faticare altrettanto, e sul suo viso bambinesco era dipinta un’espressione preoccupata. L’altro era più esile, non gli diede l’idea di essere un gran lavoratore, e li stava fissando con quello che sembrava vago interesse.

Nel momento in cui i due spathari si girarono nella loro direzione, il giovane robusto distolse lo sguardo con un moto di imbarazzo. Ma l’altro non ebbe nessuna reazione. Continuava a guardare verso di loro anche adesso che i loro sguardi si erano incrociati.

«Niente.» rispose Alek, sentendosi improvvisamente a disagio: «Niente che ti riguardi.»

L’altro non diede segno di nervosismo: «Vedo che siete viaggiatori. Posso chiedervi chi siete, da dove venite e cosa volete?»

Lo spathar sentì che tutti gli occhi della taverna erano su di loro, compresi quelli di Pol e della sua combriccola.

Scagliando una silenziosa maledizione contro quel giovane, Alek sibilò: «No.» poi si alzò insieme a Orin e uscì con tutta la rapidità di cui era capace senza mettersi a correre.

Lasciando sul bancone i soldi per il pranzo.


Fortunatamente, avevano sentito abbastanza.

I due svoltarono rapidamente un angolo e iniziarono a camminare in salita. Dopo aver controllato che nessuno li stesse seguendo, Alek disse a Orin: «Se l’esercito attaccherà dovrà vedersela con ogni singolo abitante di Elis.» Uscirono su una via più larga, perpendicolare a quella da cui provenivano.

«L’esarca Stefan ha ammassato armi!» riprese Alek.

Alla loro sinistra, la fortezza che a quanto pareva era chiamata “la Rocca” incombeva su di loro dalla cima della collina. Quella era la sua destinazione.

«Qualcuno deve avvertire il duca.»

«La mia risposta è no.» replicò Orin.

Alek si fermò, anche se era più o meno quello che si aspettava.

«Cosa intendi?» chiese, per sicurezza.

«Non mi manderai dal duca. Hai intenzione di andare a salvare il logoteta da solo, non è così? Te lo puoi scordare.»

«Potrei ordinartelo.»

«Se lo farai disobbedirò. È mio padre

«È proprio per questo che non voglio che venga anche tu. Immagina se lo trovassimo ferito, o peggio

«Se tu sei capace di sopportare una vista del genere, lo sono anche io. Sono anche io un adulto.» Orin fece un passo avanti.

«Non è quello il punto.» Alek lo respinse indietro con un braccio. «Sei sicuro che riusciresti a mantenere il sangue freddo? Anche se scoprissi che hanno massacrato tuo padre?»

Orin lo guardò dritto in faccia: «Come ti sentiresti tu se fossimo a ruoli invertiti e in quella situazione ci fosse tuo padre?»

Alek gli lesse negli occhi castani che si era accorto troppo tardi di ciò che aveva appena detto. Soffocò una risata amara.

«Va bene, ho sbagliato esempio.» concesse il suo amico. «Ma hai capito cosa intendo.»

«Sì, hai ragione.» Ammise Alek. «E sia. Mi hai convinto. Andremo insieme. Vedi di non rallentarmi.»

Si rimise in cammino.

«Vedi tu di non rallentare me.» gli disse Orin, seguendolo.

Alek nonostante la situazione sorrise. Sentiva che la tensione degli ultimi giorni si era almeno leggermente allentata.

Era ancora immerso in questi pensieri quando arrivarono davanti ai cancelli della fortezza e un tonfo richiamò la sua attenzione.

Davanti al grande portale vide un uomo steso a terra e tre individui in uniforme militare. L’uomo teneva tra le mani un sacco in tela, vuoto. A giudicare dalla scena, era stato spinto dai tre oppure era stato buttato a terra di peso.

«Elef, suvvia, mi conosci, non lasciare un amico di famiglia in difficoltà…» esordì, mentre cercava di rialzarsi.

Uno dei tre individui in uniforme, un giovane con corti capelli chiari, fece un passo avanti. Sul suo viso c’era un misto di irritazione e disprezzo. Quell’espressione e quel colore di capelli fecero tornare in mente ad Alek ricordi spiacevoli.

«È proprio perché ti conosco che so che mi stai prendendo in giro. Hai già avuto la tua razione, Klazon. Tornatene a casa.» disse.

«E i miei figli?» Disse l’uomo, finalmente rimessosi in piedi.

I tre si fecero più vicini.

Alek capì che era la loro occasione. Fece un cenno a Orin e aggirò le tre guardie mentre la loro attenzione era tutta sul questuante.

«Tu non hai figli, Klazon.»

La porta principale non era un’opzione. Probabilmente avrebbe trovato solo altre guardie all’interno. Gli conveniva fare il giro e cercare un’altra entrata.

«Invece ce li ho! Mia moglie ha partorito stamattina! Cinque gemellini!»

Costeggiò il muro della fortezza andando verso sinistra, finché la scena davanti ai cancelli non scomparve alla vista.

«Hai detto la stessa cosa il mese scorso. Ma i gemellini erano quattro.»

Alek non sentì il resto del dialogo, se esso continuò. Lui e Orin si trovavano adesso nell’intercapedine tra le mura esterne della città e quelle della fortezza. Non c’era l’ombra di una guardia, e una decina di piedi sopra di loro vide un’apertura nel muro, una finestra. Decise che quella sarebbe stata la loro via d’ingresso.

Poggiò una mano sulla ruvida superficie del muro e iniziò ad arrampicarsi. Orin fece lo stesso senza che ci fosse bisogno di dire nulla.

La fortezza era un edificio antico, costruito da mani non umane, come il Grande Palazzo di Arlis. Da lontano sembrava un unico blocco scolpito di pietra bianca, magnifico nella luce di mezzogiorno come nel rossore del tramonto. Ma da vicino si rivelava composto da tante pietre sagomate con cura.
Anche se il tempo non aveva minato la solidità dell’edificio, la superficie liscia che quelle pietre dovevano aver presentato in origine era stata logorata lungo i millenni, lasciando crepe, buchi e spaccature, che ora fornivano ai due spathari utili seppur non comodissimi appigli.

In meno di un giro, Alek e Orin raggiunsero la finestra e penetrarono all’interno. Si ritrovarono in un corridoio buio e spoglio.

Ci volle qualche battito di ciglia perché i loro occhi si abituassero all’oscurità. E vedessero le quattro micre puntate contro di loro.

Prima che uno dei due potesse anche solo provare a fuggire di nuovo attraverso la finestra, furono immobilizzati.

«Intrusi. Cosa facciamo con loro?» chiese una delle guardie nell’ombra, con una voce stranamente dubbiosa, come se davvero non sapesse cosa fare in quella circostanza.

Un’altra guardia, una donna, rispose: «Portiamoli dal capitano Zalekh, per adesso. Deciderà lui.»


Li condussero su per una stretta scalinata. Alek valutò che si trovavano nella zona sud-est della fortezza. In cima alle scale vide una porta fiancheggiata da due uomini in uniforme. La porta fu aperta, e lui e Orin vennero scaraventati all’interno.

Sentì una voce, vagamente nasale: «Chi sono?»

E un’altra, in risposta: «Non lo sappiamo, Capitano. Stavano cercando di infiltrarsi nella Rocca.»

E poi una terza, che riconobbe immediatamente: «Orin!»

Alzando lo sguardo, vide il proprietario della terza voce precipitarsi su Orin, ancora stordito. Era l’uomo che stavano cercando, il logoteta Niketh. Una volta raggiunto il giovane, lo strinse a sé con fare protettivo.

«Cosa ci fai qui? E tu, Alek?» disse, spostando lo sguardo su di lui.

«Beh, direi che abbiamo la risposta alla nostra domanda.» Alek sentì di nuovo la voce nasale.

Vide un uomo, seduto a un tavolo dietro Niketh. Era vestito con una variante più elaborata della giacca verde scuro delle guardie. Una frangia dei suoi capelli neri gli copriva la fronte, fino quasi alle sopracciglia lunghe e strette. I suoi occhi scuri non tradivano nessuna emozione particolare.

«Voi due potete andare. Voi invece restate qui. Mi servirete, tra poco.» disse a qualcuno dietro le spalle di Alek, probabilmente le guardie che li avevano portati lì.

Non senza fatica, Alek si alzò. Non sapeva cosa sarebbe successo, ma non lo avrebbe subito standosene steso a terra.

«Calmati. Nessuno qui ti farà del male.» gli disse l’uomo seduto.

«Mi perdonerai, se non ti credo.» gli rispose, sibilando.

«Aspetta, Alek. Credo che dica la verità.» disse il logoteta.

L’uomo sbuffò, accennando un sorriso. «L’Esarca non vuole correre rischi. Ha ordinato di uccidere qualsiasi intruso a vista. Eppure voi due siete ancora vivi. E non solo. Quando tra poco sarai meno frastornato, ti renderai conto che nessuno ti ha tolto le tue armi. Cosa ti dice questo?»

Alek si toccò il braccio e il fianco. In effetti il bracciale di sclerigro, la sua fascia di controllo e la micra erano ancora al loro posto.

«Chi sei tu?» chiese all’uomo. Anche Orin e il logoteta tenevano lo sguardo fisso su di lui, in attesa di una risposta.

Lui si alzò dal tavolo e si avvicinò ai tre.

«Il mio nome è Zalekh. Sfortunatamente, non so come si chiamasse mio padre.» Quelle parole provocarono ad Alek quasi una fitta di dolore. «Sono il terzo capitano delle Guardie Cittadine di Elis. Ma cosa più importante in questo momento, come stavo dicendo al logoteta Niketh meno di un giro fa… sono un cittadino preoccupato.»

Si rabbuiò, mentre pronunciava quell’ultima frase.

«Preoccupato da cosa?» chiese Alek.

«Da ciò che il mio esarca ha intenzione di fare. Stefan progetta una ribellione. Ha stretto accordi con Dysis e ha ammassato armi a sufficienza per ogni uomo e donna della città. Vuole dichiarare guerra al Reggente, e trascinarci tutti con sé. Deve essere fermato, non siete d’accordo?»

Alek si rilassò leggermente. Non sapeva ancora se fidarsi di quell’uomo, ma non sembrava stare mentendo. «Quindi tu saresti dalla nostra parte?» chiese.

«Esattamente.» rispose Zalekh, scandendo ogni sillaba.

«E come proponi di fermarlo?»

«Stefan ha dalla sua buona parte della popolazione. Anche se non sono al corrente dei piani del loro esarca, tra i cittadini di Elis la simpatia per il Reggente scarseggia. Ma per la maggior parte sono persone che non toccano un’arma da anni, sono civili che hanno dimenticato qualsiasi addestramento. Le guardie saranno il vero cuore dell’armata di Stefan, e per loro il discorso è diverso. I soldati hanno giurato fedeltà al Principato, non all’Esarca. Solo quelli di rango più alto sono coinvolti direttamente nella cospirazione. Stefan si aspetta che gli altri seguano i loro comandanti senza discutere, una volta che il piano sarà messo in moto. Ma dubito che sarà così facile convincere i più giovani e idealisti a rimangiarsi la propria parola. Io da parte mia invece ho spiegato la situazione ai miei sottoposti, ed essi sono con me.»

«Un ammutinamento. Impedirai a Stefan di ribellarsi, ribellandoti a tua volta?» Alek non era ancora del tutto convinto.

«Sarebbe davvero una ribellione, se fosse fatta contro un traditore del Principato?» Zalekh sorrise in modo enigmatico. «Siamo un terzo delle forze armate presenti in città. Tutto quello che mi serve è un piccolo aiuto dall’esterno.»

«Il duca Zeloth e il suo esercito!» esclamò Orin all’improvviso.

«Non una parola di più, Orin!» lo apostrofò Alek. Quella poteva essere tutta una recita per estorcergli informazioni.

«Apprezzo la tua diffidenza. Significa che non sei uno sciocco.» disse però Zalekh. «Ma non ho bisogno che mi diciate nulla. Mi basta che quando sarete usciti di qui riferiate, a chiunque possa essere interessato e abbia il potere di collaborare, che il Reggente ha amici all’interno di queste mura. E che se per caso si verificheranno le condizioni giuste, questi amici si metteranno in azione immediatamente.

«Quindi ci lascerai andare?» chiese Orin. Poi guardò suo padre. «…E lui?»

Zalekh piegò leggermente gli angoli della bocca, in quella che probabilmente nelle intenzioni era un’espressione di profondo dispiacere: «Troppe persone sanno della sua presenza qui e vigilano su di lui. Deve restare. Ma hai la mia parola che farò in modo che non gli accadrà nulla.»

Orin sembrò soddisfatto dalla risposta. E Alek capì che ormai vedeva quell’uomo come un amico.

«Ora, occupiamoci di come farvi uscire.» disse Zalekh, volgendo lo sguardo alle due guardie rimaste nella stanza, in disparte vicino alla porta.

«Per prima cosa, spogliatevi.»


Circa un giro di clessidra dopo, Alek e Orin uscivano dalla porta principale della fortezza, accompagnati da Zalekh.

Il capitano gli aveva fatto indossare due uniformi da guardie cittadine e li aveva guidati fino all’uscita.

«Ora potete cambiarvi di nuovo, dopodiché prendete la via alla vostra destra. Al primo incrocio andate di nuovo a destra e vedrete le mura. Costeggiatele andando verso sinistra e arriverete alla Porta Ovest. Qui dobbiamo salutarci. Buona fortuna.»

«Un’ultima cosa.» disse Alek. «Perché fai tutto questo?»

Zalekh gli rivolse uno sguardo sorpreso. «Pensavo di avervelo detto. Sono solo un leale cittadino preoccupato.»

«Va bene. Permettimi di correggere la domanda. Che cosa ci otterrai tu? Che cosa speri di guadagnare tradendo il tuo esarca?»

Prima di rispondere, Zalekh fece un respiro profondo.

«Io amo questa nazione. E amo questa città. Ci sono nato e cresciuto, come mia madre prima di me. Se devo essere onesto, non credo ci sia nessuno che la ami più di me. O che la conosca meglio di me. Neppure Stefan.»

Alek finalmente capì. «E quando tutta questa faccenda sarà finita, Elis avrà bisogno di un nuovo esarca. Qualcuno che la ami e la conosca. E che magari abbia dimostrato la sua lealtà al Reggente.»

Zalekh disse solo: «Confido che, quando sarà il momento, il Reggente saprà scegliere la persona giusta.» poi rientrò nella fortezza, svanendo alla vista.

Alek e Orin seguirono le sue indicazioni, raggiunsero la Porta Ovest e si lasciarono la città alle spalle, tornando dal duca Zeloth con il loro messaggio.

Il cielo andava rannuvolandosi. L’indomani probabilmente avrebbe piovuto.

Nota dell’Autore

Sono sempre avido di conoscenza, riguardo i pareri dei miei lettori.
Sentitevi liberi, anzi invitati, a commentare, qualsiasi sia la vostra opinione su quello che avete letto.
La comunicazione è la chiave in ogni ambito della vita.

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