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SeNNaaR – Capitolo 3: Volontà Ostile, Parte Uno

La camera era situata nell’angolo sud-est della Rocca.

Era stata ricavata insieme a tre altre stanze da una sala più grande, innalzando muri divisori. Il soffitto era alto, la sola finestra una lunga stretta fessura verticale. In Inverno era un luogo troppo gelido e buio per viverci, ma in questo periodo dell’anno era forse la sistemazione più piacevole di tutta la fortezza, dopo gli appartamenti dell’Esarca.

Naturalmente, Helena non si aspettava che l’ospite apprezzasse.

«Perché sei qui, ragazza?»

Entrando nella camera, aveva trovato il logoteta Niketh in piedi vicino alla finestra. Tutto in lui, dalla curva della bocca sotto la barba ispida alla rigidità della schiena, fino alla tensione nelle braccia e gambe, esprimeva frustrazione e impazienza.

«Ho pensato volessi fare colazione, Logoteta, e anche che forse avresti gradito un po’ di compagnia.» gli aveva risposto, e dietro di lei era entrato il fidato Ergon con un vassoio coperto e due piatti, seguito dal capitano Astor.

Adesso Helena e il magistrato erano seduti al tavolo, uno di fronte all’altra. Il vassoio conteneva due fette di torta di spinaci, che Ergon aveva prontamente servito nei piatti.

«Ho saputo che sei originario di Ronun, come il nostro capitano Astor. La torta di spinaci è la vostra specialità, non è così? Confesso di non averla mai assaggiata, mi affiderò a te per sapere se la creazione del nostro cuoco è all’altezza dell’originale.» gli disse, sorridendo.

«Ho seguito la ricetta al meglio delle mie capacità.» aggiunse Ergon, rivolgendo al logoteta un altro sorriso.

Ma Niketh non rispose. Restò a guardare la fetta di torta, con un’espressione che persino Helena fece fatica a decifrare.

Teme che sia avvelenata? Si chiese la giovane donna.

Tagliò con il coltello un pezzo della propria fetta, piccolo ma non troppo piccolo, e con un elegante movimento della forchetta se lo portò alla bocca. Poi prese il proprio piatto e lo porse al logoteta, facendogli cenno di dare a lei il suo.

Lui accettò lo scambio, e iniziò a mangiare. Però non diede segno di voler iniziare una conversazione. Helena capì di doverlo spronare ancora.

«Tu sei un veterano della Guerra d’Inverno, non è così?» disse. «Come Astor e mio padre.»

Per un istante, Niketh interruppe il pasto. Helena lo prese come un buon segno e continuò, ignorando Astor che si era irrigidito all’improvviso di fianco a lei.

«Ho saputo che ti distinguesti particolarmente per valore. Anche se all’inizio della guerra fosti sospettato di tradimento.»

La prima parte non era vera, ma blandirlo non poteva nuocere.

«Non so chi ti abbia parlato del mio “valore”, ragazza,» rispose lui «ma ti ha mentito. Non feci nulla degno di nota.»

«Oh, non essere così modesto.» lo incoraggiò Helena.

«È la verità.» continuò lui. «Chiedi al tuo capitano delle guardie, là dietro.»

Helena si voltò verso Astor, in un impeccabile sfoggio di finta sorpresa.

«Oh! Quindi voi due non siete solo nati nella stessa città! Voi vi conoscete!»

«Certamente.» disse Niketh, in un tono strano che conteneva una qualche silenziosa implicazione che Helena non riuscì a cogliere. «Combattemmo insieme. E insieme fummo sospettati di tradimento.»

Naturalmente, lei ne era già a conoscenza. Ma continuò a fingersi esterrefatta. Mostrarsi troppo bene informati rendeva l’interlocutore diffidente. E Helena aveva bisogno che Niketh si fidasse di lei.

«Ma fummo entrambi pienamente assolti.» continuò il logoteta. «Demmo prova della nostra lealtà e la giustizia del Principato ci sollevò da ogni accusa.»

Lo sguardo che rivolse a Helena mentre pronunciava quell’ultima frase fu eloquente.

“La stessa cosa accadrà a tuo padre, se solo farà come gli ho detto.

Appena poche ore dopo la notizia dell’arresto del delegato Timios, Niketh si era presentato a Elis e aveva preteso di incontrare suo padre. Lo aveva invitato a consegnarsi a lui e farsi portare ad Arlis, per essere sottoposto a un giusto processo e chiarire che non era coinvolto nella cospirazione del suo delegato.

Helena aveva sperato di usare le passate accuse contro Niketh per fargli comprendere la loro situazione, ma a quanto pareva il suo piano le si stava ritorcendo contro.

Tuttavia, la ragazza rifiutò di arrendersi.

«All’epoca, la giustizia nel Principato esisteva davvero.» disse.

«Esiste ancora.» rispose lui, convinto.

«Dove, Logoteta? Ad Arlis, dove tutti coloro che avevano ancora il coraggio per contraddire il Reggente sono stati condannati a morte?»

«Sono stati condannati solo dei criminali.»

«Il loro unico crimine è stato dire la verità.»

Niketh esitò. Helena sentì che stava facendo breccia.

«Sei un uomo di grande intelligenza, Niketh Axyristid. Non puoi non essertene reso conto. Sofron progetta di proclamarsi Principe. E per questo ha silenziato ogni voce che osasse mettere a nudo la sua inadeguatezza. Non c’è mai stata nessuna cospirazione.»

Il logoteta aggrottò la fronte. Lo aveva in pugno.

«Sei sicuro» disse, scandendo bene le parole «che avere un uomo simile alla guida del Principato sia il futuro che vuoi?»

Improvvisamente, Niketh sgranò gli occhi e la fissò intensamente. Helena non sapeva dire se ciò fosse un segno positivo o meno. Si accorse distrattamente che aveva finito la sua fetta di torta, mentre di quella di lui restava ancora metà.

«Hai ragione, Helena Dorina.» disse l’uomo, dopo aver preso un respiro profondo. Helena notò con piacere che l’aveva chiamata per nome invece che “ragazza”.

«Come ho fatto a non rendermene conto fino a questo momento?» continuò.

Helena sorrise. Suo padre sarebbe stato molto soddisfatto.

«Come ho potuto essere così sciocco da non capire il motivo di questa farsa?» L’ultima parola gli uscì in un sibilo di rabbia. Ed Helena capì di aver commesso un errore.

«La torta, il cibo della mia città. Astor, il mio vecchio commilitone. Era chiaro che stavi cercando di mettermi a mio agio. Ma perché? Non riuscivo a capirlo. All’inizio pensavo che fosse il tuo modo per scusarti per le azioni di tuo padre, che credevo fossero state dettate da un perdonabile e momentaneo panico. Ma più parlavamo e più ho intuito che tu volevi qualcosa da me. Ma che cosa?»

Helena deglutì. Sentiva di essere impallidita.

«Solo ora ci sono arrivato. Sì, non c’è stata nessuna cospirazione ad Arlis. La vera cospirazione è qui.»

Helena si alzò dalla sedia.

«Io ero venuto qui convinto dell’innocenza di tuo padre! Ma lui sta davvero complottando contro il Reggente! E tu stavi cercando di portarmi dalla sua parte!»

A quel punto, Niketh si mise a ridere. Una risata amara, ma pur sempre una risata.

Lei poteva sopportare di aver fallito. Poteva sopportare di essere stata smascherata. Ma il ridicolo… quello lei non poteva sopportarlo.

Mentre usciva dalla stanza, senza preoccuparsi di apparire elegante nel farlo, sentì il logoteta rivolgerle un ultimo monito: «Se vuoi davvero bene a tuo padre, convinci lui, non me! Riportalo alla ragione! Siete ancora in tempo!»


«Allora? Come è andata?»

Suo padre era impegnato a finire la propria colazione, seduto a tavola nella grande sala della Rocca. Nonostante la stanchezza evidente, accolse Helena con un sorriso gentile. Ma la ragazza non riuscì a non sentire la nota di compiacimento nella sua voce.

«Io… ho fallito, Padre. Non sono riuscita a convincerlo. E inoltre…»

«…Adesso Niketh sa la verità.» concluse lui.

Vedendo la sua espressione sorpresa, Stefan continuò, reclinandosi sullo schienale e massaggiandosi la barba: «Figlia mia, Niketh non è diventato logoteta grazie alle sue amicizie. È un uomo perspicace. Non aveva dubitato della mia innocenza finora soltanto perché non osava farlo. Si è sempre fidato di me. …Prauss! Zalekh! Che notizie?»

Si alzò da tavola e accolse il secondo e il terzo capitano delle guardie, entrati in quel momento. Il vecchio Prauss si avvicinò e gli porse un piccolo tubo di metallo, non più grande del palmo della sua mano guantata. Zalekh restò più distante, e disse: «Dysis ha risposto.»

«Questo io lo so.» riprese Helena, leggermente irritata sia dalla risposta del padre che dalla distrazione. «È esattamente il motivo per cui pensavo che sarebbe stato facile portarlo dalla nostra parte. Se è così perspicace come dici, perché insiste nel sostenere Sofron?»

Suo padre la ignorò, aprì il tubo e ne tirò fuori un rotolo di carta, che lesse in silenzio mentre Ergon sparecchiava la tavola e svaniva in direzione delle cucine. Poi, dopo un minuto, suo padre alzò lo sguardo e sospirò: «Non potevamo aspettarci di più dall’Ipato Kydos. Hanno schierato le loro truppe al confine, ma non ci manderanno rinforzi. Attenderanno una nostra azione e poi attaccheranno dal loro lato.»

«Che codardi.» disse Prauss in un basso brontolio, scoprendo i denti. L’insieme di rughe e cicatrici sulla sua faccia resero la sua espressione più feroce di quanto probabilmente lui intendesse.

«No, si stanno solo attenendo al piano. Se vuoi arrabbiarti con qualcuno, fallo con Timios. Quel pomposo idiota ci ha costretti ad accelerare i tempi. Non avrebbe mai dovuto provocare mio fratello in quel modo.»

«Sì, è vero, però…» cominciò Zalekh.

«Ci hanno dato le armi. Ce le faremo bastare.» lo interruppe Stefan. «Ora, Prauss, tu vai al porto: dovrebbe essere arrivato un ultimo carico. Tu invece, Zalekh, raduna i tuoi uomini: voglio tre sentinelle in più a nord-ovest. Astor, tu vieni con me.»

I due capitani che aveva congedato fecero un inchino, prima a lui e poi a Helena. Questo sembrò ricordare all’esarca che era presente anche sua figlia, e finalmente Stefan posò di nuovo lo sguardo su di lei.

Helena pensò di dover ripetere la sua domanda, cui stava ancora aspettando una risposta, ma suo padre riprese il discorso come se non ci fosse stata nessuna interruzione.

«Niketh non sta sostenendo tuo zio. Sta sostenendo l’ordine nel Principato, come ha sempre fatto. La sua lealtà va all’istituzione, non alle persone che la incarnano. In questa particolare circostanza sta commettendo un errore, ma non ho intenzione di condannarlo per questo. Le persone come lui si uniranno a noi a tempo debito, quando sarò diventato Principe. E avranno un ruolo fondamentale nel processo di riforma di questa nazione.»

Un ruolo, pensò Helena. Negli ultimi tempi in lei era maturato un profondo odio per quella parola.

«Proprio come me?» chiese, sapendo già la risposta.

Suo padre esitò un istante, ma poi con tono soddisfatto disse: «Esattamente.»

«Tu sapevi che io avrei fallito. Sapevi che non sarei riuscita a convincere il logoteta Niketh.»

«Naturalmente. Lo conosco da prima che tu nascessi.»

«E allora perché mi hai lasciato provare?» Di nuovo, Helena sapeva già la risposta, e non riuscì a impedirsi di suonare arrabbiata.

«Per due motivi. Il primo è che non ci sarebbero state conseguenze negative. Niketh resterà nostro ospite fino a un momento in cui ciò che sa non avrà più nessuna importanza. Il secondo,» suo padre si prese una pausa come per cercare le parole giuste, «è che ero sicuro che per te sarebbe stata un’esperienza educativa.»

Le rivolse uno sguardo compassionevole.

«Tu sei una ragazza splendida, Helena. Sei determinata, sei intelligente e sei piena di risorse. Sono tutte virtù che se continuerai a coltivare ti aiuteranno lungo tutta la tua vita. E inoltre mi riempie il cuore di gioia vedere il tuo desiderio di servirti di tali virtù per aiutarmi. Ma non è quello il tuo ruolo. Tu mi aiuterai, ma non qui e non ora. Ciascuno di noi ha un compito preciso. Tu sai già qual è il tuo. Ti prego, non addossartene altri.»

Concluse dandole una carezza sulla guancia, con tenerezza, come faceva spesso. Poi uscì dalla sala, seguito da Astor.

Helena restò da sola, le parole amare che voleva rivolgergli inespresse nella sua mente.

Come faccio a convincerti che posso fare molto di più per te di quanto tu credi, Padre?

Nota dell’Autore

Sono sempre avido di conoscenza, riguardo i pareri dei miei lettori.
Sentitevi liberi, anzi invitati, a commentare, qualsiasi sia la vostra opinione su quello che avete letto.
La comunicazione è la chiave in ogni ambito della vita.

Commenti

One response to “SeNNaaR – Capitolo 3: Volontà Ostile, Parte Uno”

  1. Daniela Avatar
    Daniela

    Helena best girl.

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