La taverna di Eumela, il Bue e la Rana, accoglieva i viaggiatori che entravano in città dalla Porta Sud, una clientela meno numerosa di quelli che entravano dalla Porta Ovest ma comunque più che abbondante. Accanto ad essa, gli avventori potevano trovare l’officina di Filel, dove far sistemare le proprie vetture nel caso ve ne fosse la necessità. Tra le due imprese, che occupavano lo stesso edificio, si apriva la porta di casa della coppia di proprietari.
L’officina al momento era chiusa, ma Kal sentì dei rumori provenire da dietro la sua massiccia porta: probabilmente avrebbe aperto a breve. Entrò nella taverna e si sedette davanti al bancone.
Si guardò intorno: gli era sembrato di essere il solo avventore, ma da quella posizione vide che c’era anche il Vecchio, seduto al suo solito posto in un angolo. Kal non sapeva come si chiamasse; quelle rare volte in cui la gente si riferiva a lui li sentiva sempre usare “il Vecchio”. A quanto aveva capito, viveva da qualche parte a sud lungo il fiume. Si sostentava con la pesca e con la caccia. Ogni tanto veniva in città per vendere pelli e offriva alla taverna un po’ del suo bottino; in cambio, Eumela gli preparava qualche buon piatto da mangiare che era quasi certamente più gustoso della roba che mangiava di solito.
«Buongiorno.» gli disse.
Il Vecchio rispose con un basso mugugno. Kal non si aspettava di più: era un uomo di poche parole. Quel suo volto scavato che non aveva mai visto sorridere, incorniciato da una folta e disordinata barba grigia, intimoriva la maggior parte della gente, in particolare i bambini: Kal lo sapeva per esperienza. Ma con il tempo aveva capito che nonostante le apparenze non era una persona malvagia.
Meno di un giro dopo, da una porta dietro il bancone emerse la padrona della taverna, Eumela Eremina, portando un piatto a base di pane e formaggio.
«Ecco a te.» disse sorridendo, mentre lo posava davanti al Vecchio.
Lui rispose di nuovo con un mugugno, ma Kal riuscì a sentire distintamente in esso un «Grazie.»
Eumela si riportò dietro il bancone e spostò la sua attenzione su di lui: «Svegliato presto, Kal? Oppure hai fatto il turno di notte?»
«La seconda.» le rispose il ragazzo.
«Allora offre la casa.»
La donna stava già partendo in direzione della cucina, ma Kal la fermò: «No, posso pagare.»
«Sicuro?»
Solo a quel punto Kal si rovistò nelle tasche e si rese conto di non avere soldi con sé.
La padrona della taverna si ritirò dietro la porta da cui era emersa prima, con una risata: «Non ti preoccupare. Non è la prima volta e non sarà l’ultima!»
Kal se ne restò seduto, provando un leggero imbarazzo. Quella donna aveva sempre avuto simpatia per lui, probabilmente perché era uno dei migliori amici di suo figlio, ma lui evitava il più possibile di approfittarsene.
Quando Eumela tornò, il Vecchio aveva già finito il suo pasto e se n’era andato, in silenzio.
«Ecco qui: panbasso con pasta di latte e miele!»
Kal addentò il disco piatto di pane: sentì l’acidità della pasta spalmata sopra di esso, e la dolcezza del miele che serviva ad attenuarla. Sin da quando era bambino, era uno dei suoi cibi preferiti.
«Molto buono. Grazie.» disse, una volta finito.
«So che ti è sempre piaciuto. Tu e Mak avete giusti simili.» gli rispose Eumela, sorridendo.
«Lui è già sveglio?»
Il sorriso della donna divenne una smorfia di esasperazione: «Non so neppure se sia andato a letto ieri sera. Ha chiesto a suo padre di avere l’officina tutta per sé e poi…»
Fu interrotta da una risata estatica proveniente dall’altro lato del muro dietro di sé: chiunque stesse ridendo a quel modo era estremamente soddisfatto di qualcosa.
Alla risata seguì una voce acuta ed emozionata che Kal riconobbe come quella di Mak: «Sì, sì! …No. No, no no NO!»
Seguì un forte schianto metallico, che fece vibrare le pareti.
La voce di Mak si trasformò in un grido come di agonia. Gli rispose una seconda voce, più bassa e controllata: «Te l’avevo detto che non avrebbe funzionato.»
Kal riconobbe anche quella.
Eumela sbuffò, poi ringhiò rivolta alla porta dietro il bancone: «Makar! Cosa accidenti sta succedendo laggiù? Non avrai mica danneggiato il tetraciclo delle Guardie? Guarda che se ci hai messo di nuovo nei guai con un cliente di tuo padre io giuro che…!»
«C’è anche Ark con lui?» Kal si era già alzato e stava cercando di scorgere la scena al di là della porta. La curiosità aveva avuto la meglio su di lui.
«Eh? Ah, sì, credo di sì…»
«Posso andare a vedere?»
Eumela esitò per qualche istante, probabilmente per valutare le opzioni. Alla fine gli disse: «Va bene. E se riesci a far uscire mio figlio da lì ti offro anche pranzo e cena!»
A Kal non interessava l’offerta, ma sorrise ugualmente mentre attraversava la porta.
Si ritrovò nel corridoio d’entrata della casa di Eumela. Dritto di fronte a lui, un altro varco, simmetrico rispetto a quello da cui era entrato, conduceva all’officina del marito. Attraversò questa seconda porta e fu accolto da una scena curiosa.
Tutte le finestre erano chiuse, lasciando l’ambiente immerso nella penombra. In un angolo buio riposava come abbandonato un grosso tetraciclo, parzialmente smontato. Ai piedi della grande colonna al centro, sotto una fioca lampada, Mak era chino a terra con una fascia di controllo stretta intorno alla grossa testa. Apparentemente era impegnato ad osservare il lato inferiore di un piccolo veicolo che teneva sollevato con le robuste braccia, ma il veicolo era di un tipo che Kal non aveva mai visto: sembrava un largo disco di metallo, sormontato da una rozza ringhiera e da qualcosa di simile al manubrio di un diciclo, però non aveva ruote.
«Ecco qui il problema! Tutto questo quadrante è disallineato!» gridò Mak, chiaramente rivolto più a se stesso che ad altri, e indicò una zona del disco.
Il lato inferiore dell’oggetto era una griglia di dozzine e dozzine di piccoli fori circolari, da cui spuntavano oggetti bianchi, come gemme.
Kal sapeva cos’erano, lo sapevano tutti: cristalli di forza. Se ne potevano vedere sul retro di ogni veicolo e ce n’era uno dentro ogni micra e dolico. Kal non era un esperto, ma sapeva che una decina di essi era sufficiente a far muovere un grosso diciclo. Eppure, da un rapido sguardo gli sembrava che su quel disco ce ne fossero svariate centinaia. A cosa serviva tutta quella energia? E perché sotto il disco, sul lato che apparentemente era destinato a dare verso il terreno?
La risposta poteva essere una sola.
«Stai cercando di far volare quest’oggetto, Mak?»
Il grido di sorpresa dell’altro ragazzo, combinato al rumore del veicolo lasciato all’improvviso cadere, lo colse impreparato.
«Kal!? Cosa ci fai qui? Quando sei arrivato? Che… che ore sono?»
Ora che Mak era voltato verso di lui, Kal vide che aveva l’aria molto stanca: i suoi capelli ricci erano in disordine e i suoi occhi erano cerchiati di grigio.
«È ora di andare a dormire, direi.» gli disse, compassionevole.
«Andare a dormire? No, non adesso. Ci sono quasi…» Mak si portò una mano alla testa, a disagio.
«Ascoltalo, per il tuo bene.»
Kal trasalì per un istante, poi si ricordò dell’altra voce che aveva sentito dalla taverna e si voltò: come si aspettava, alla sua destra era comparsa l’asciutta figura di Ark.
Mak era stato colto di sorpresa solo perché era stanco, altrimenti si sarebbe accorto di Kal ben prima che lui parlasse. Ma con Ark il discorso era diverso: quel ragazzo aveva un grande talento per non farsi notare finché non rivelava deliberatamente la sua presenza.
Il suo volto mostrava la solita mancanza di espressione che Kal conosceva bene. Notò che sembrava avere un’aria meno stanca di Mak. In una mano teneva un libro, ma anche questo per lui era solito.
«Non mettertici anche tu, adesso!» rispose Mak all’altro. «Mi basta aprire la piastra termica qui, riallineare il quadrante e poi funzionerà!»
«Non funzionerà. Il quadrante si è disallineato perché la piastra è difettosa. Inoltre, probabilmente i cristalli sono troppo vicini e interferiscono gli uni con gli altri.»
«La piastra non è difettosa, al massimo sei tu che l’hai montata male! E i cristalli non possono interferire se hanno tutti la stessa dimensione! Li ho sagomati personalmente!» Neanche una notte in bianco era capace di tenere Makar Filelid calmo se qualcuno metteva in dubbio le sue capacità.
«Li hai sagomati nel pieno della notte, stanco e assonnato, alla luce di quell’unica lampada.» disse Ark indicandola.
Mak a questo punto era furente. Il bracciale che teneva al polso destro divenne istantaneamente una grossa chiave.
Kal lo guardò iniziare a svitare il pannello inferiore del veicolo, poi non resistette più alla tentazione e chiese ad Ark: «Sta davvero cercando di costruire una macchina volante?»
«Già.» fu la sintetica risposta.
Che quello fosse il sogno di Mak sin da quando era bambino non era un mistero. Aveva ereditato dal padre sia il talento che la passione per la meccanica, ma non la sua naturale capacità di restare con i piedi per terra, in più di un senso. Anche adesso che lavorava nell’officina evidentemente la sua creatività ingegneristica e il suo desiderio di sperimentare non lo avevano abbandonato.
«E il rumore di prima era…»
«Un tentativo di decollo.» concluse Ark.
Kal era abituato alla scarsa loquacità del suo amico, ma al momento non aveva la pazienza per assecondarlo; per cui gli fece intendere con lo sguardo che voleva che lui gli dicesse di più.
Ark resistette per un po’, ma poi riprese: «Ha funzionato, per qualche istante. Poi la piastra difettosa si è deformata e alcuni cristalli si sono disallineati, così il veicolo si è messo a girare su se stesso.»
Per quanto l’immagine mentale di una grossa trottola sospesa in aria fosse buffa, Kal sapeva che un incidente simile era pericoloso, specialmente se si considerava la quantità di forze coinvolte. Il fatto che l’officina fosse priva di danni era da considerarsi un miracolo.
«Immagino che a bordo ci fosse Mak, mentre tu hai scoperto l’inibitore.» Kal indicò l’oggetto sferico in cima alla colonna al centro dell’officina. Era un altro cristallo di forza, grande più o meno quanto la sua testa. Non aveva mai prestato molta attenzione alle spiegazioni nel dettaglio, ma sapeva che i cristalli più grossi inibivano quelli più piccoli, permettendo ad esempio a un meccanico di manipolarli senza che scaricassero all’improvviso la loro energia.
«Hai ragione a metà. A bordo c’era Mak, ma io non ho fatto niente. È stato lui che ha avuto la prontezza di chiudere immediatamente le coperture termiche della piastra, così la macchina si è limitata a cadere come un sasso.»
Uno scatto secco avvertì i due che Mak aveva aperto il disco. Lo videro armeggiare un momento all’interno e poi estrarre qualcosa, prima di voltarsi di nuovo verso i due tenendo tra le mani due piccoli cristalli bianchi.
«Ecco, guarda!» disse, rivolto ad Ark.
Li guardò anche Kal. Nella forma sembravano delle gocce d’acqua, tondeggianti a un’estremità e appuntiti dall’altra.
Mak agitò entrambe le mani con enfasi: «Sono identici! Sono tutti perfettamente della stessa dimensione! Contento?»
Kal si avvicinò al disco aperto. Visti all’interno della macchina, i cristalli gli apparivano come tanti denti appuntiti che spuntavano da una superficie ovale grigia e opaca. Li sovrastava un’altra superficie ovale piena di piccoli incavi.
«Mak.» Chiamò l’amico e indicò una zona dell’ovale inferiore. «È normale che questa parte qui sia piegata in questo modo?»
Mak seguì il suo dito: «Certo che no, si è danneggiata cadendo. Ma non è un problema, qualche colpo di martello e sarà di nuovo a posto.»
«Ah. Anche questa qui?» Questa volta Kal indicò un punto sull’ovale superiore.
Mak sgranò gli occhi, avvicinò lo sguardo al punto indicato e rimase in silenzio per abbastanza tempo da far capire che quello probabilmente non sarebbe andato a posto con qualche colpo di martello.
I suoi gesti successivi confermarono il presentimento. Il ragazzo si mise le mani nei capelli e gemette come se gli avessero pestato un piede.
«La spinta dei cristalli ha deformato la piastra! Ma come!? Stando ai miei calcoli non avrebbe dovuto! E ho fatto creare la lega metallica secondo le mie specifiche!»
«Io te l’avevo detto, Mak.» intervenne Ark: «Quella piastra è difettosa. Sono cose che succedono.»
Mak emise un altro gemito mentre gli cascavano le braccia, ma in quel momento qualcuno bussò imperiosamente alla grossa porta dell’officina.
«Aprite, in nome della Legge!» disse una voce che a Kal suonava fin troppo familiare.
Mak ebbe un tremito e gettò uno sguardo preoccupato al tetraciclo in un angolo dell’officina, poi deglutì e andò ad aprire.
Come Kal sospettava, al di là della porta divenne visibile il volto contrariato del suo collega Elef.
Il giovane decarca delle guardie irruppe dentro l’officina senza aspettare che Mak avesse finito di aprire. Era seguito da altri due uomini, ma Kal non li riconobbe: dovevano essere stati messi sotto il suo comando da poco.
«Cosa sta succedendo qui, Meccanico?» esordì il decarca, rivolto a Mak. «Un cittadino preoccupato ci ha detto che si è sentito un forte rumore provenire dall’interno di questa officina. Chi disturba la quiete a quest’ora del mattino?» Kal era certo di essere stato visto, ma il suo vecchio amico evidentemente aveva deciso di ignorarlo.
«N-Non sta succedendo niente, un incidente di poco conto, non si è fatto male nessuno.» rispose Mak, inquieto.
L’altro si fece più vicino, con un’espressione minacciosa, dicendo: «Forse non mi hai sentito, meccanico Makar Filelid. Non ho chiesto se si è fatto male qualcuno. Ho chiesto “chi disturba la quiete”. L’alba è passata da poco più di tre giri. I cittadini si stanno ancora svegliando. Sai che fare rumore a orari inopportuni è un crimine? E cos’è quell’affare?»
Stava indicando la macchina (potenzialmente) volante.
Per un istante, a Mak brillarono gli occhi: Kal fu certo che stesse per lanciarsi in una lunga ed emozionata descrizione della sua invenzione.
Ma il decarca continuò, senza aspettarsi una risposta: «Un’altra delle tue idiozie. Dov’è il nostro tetraciclo?»
Gli occhi di Mak passarono dall’estasi al terrore. Il ragazzo rimase paralizzato, ma il suo interlocutore non ebbe bisogno di aiuto per trovare ciò che cercava. E quando lo vide, divenne furente.
«Ve lo abbiamo affidato cinque giorni fa!» esclamò, mentre i suoi due sottoposti annuivano all’unisono. «Come mai è ancora in questo stato?»
Mak cercò di rispondere, ma di nuovo all’altro non interessava avere una risposta. «Invece di occuparti del lavoro che ti è stato affidato perdi tempo in scemenze? Non capisci che stai minando la sicurezza della città? Quel veicolo ci serve!»
Fin qui Kal non se la sentì di obiettare: anche se si stava esprimendo in modo un po’ melodrammatico, il suo superiore in fondo aveva ragione.
Ma quando Mak cercò di balbettare una scusa, Elef lo aggredì: «Tu non hai idea di cosa sta per succedere, vero? E come potresti? Sei sempre stato solo un grosso idiota. C’è un motivo se sei rimasto un civile, in fondo.»
Il suo tono impostato e autoritario adesso era tinto di autentica irritazione, come se ciò che aveva visto fosse un’offesa personale.
Kal decise di intervenire: «Va bene, basta così, Elef. Dai, ha capito…»
«Decarca Eleutar per te, Guardia Kalos!» lo interruppe lui, con un improvviso grido quasi stridulo.
Poi tornò a guardare Mak, sibilando: «Credi che ci andrò leggero con te perché siamo amici. E per questo sei convinto di poterti permettere di trascurare i tuoi doveri. Ma io voglio che tu capisca che anche se siamo cresciuti insieme non ho intenzione di tollerare la tua cronica stupidità. Non in faccende come questa.»
Mak tenne la testa china, senza rispondere. Chi non lo conosceva avrebbe potuto pensare che stesse per scoppiare una rissa, ma Mak nonostante la sua stazza era un ragazzo timido che non aveva mai fatto del male a nessuno. Non era bravissimo con le parole, a meno che non si parlasse di macchine. Era solo quello il suo difetto. A causa di ciò, la maggior parte della gente lo considerava lento di comprendonio e lo trattava di conseguenza. Lui ci aveva fatto l’abitudine e non se la prendeva.
Ma Elef non era come la maggior parte della gente: Elef lo conosceva, sapeva che Mak era tutto fuorché “stupido”, eppure lo stava insultando comunque in quel modo.
«Adesso tu ti metti al lavoro sul tetraciclo e lo metti a posto entro il tramonto. Sono stato chiaro?»
Mak iniziò ad annuire silenziosamente, ma all’improvviso entrò nella discussione un’altra persona.
«È stato sveglio tutta la notte, lascialo andare a dormire. Almeno, se vuoi che il lavoro venga fatto bene.»
Ark, che finora non aveva detto nulla, adesso stava guardando Elef con la sua espressione indecifrabile.
Non appena lo vide, Elef scoprì i denti.
«Adesso è tutto chiaro. Ci sei tu dietro questa situazione, non è così? Meccanico Makar, vedi cosa succede ad accompagnarsi alle persone sbagliate? Cosa ci fa un codardo come te fuori dall’uscio di casa, eh?»
Avanzò verso di lui con la chiara intenzione di intimidirlo, ma l’espressione di Ark non cambiò.
«Il lavoro verrà fatto bene. Altrimenti…»
«“Altrimenti” cosa, Elef? Lo punirai? Lo butterai nelle segrete? Così non solo avrai un tetraciclo riparato male ma anche un meccanico in meno. Davvero un bel risultato.»
Elef rimase interdetto, mentre il suo viso si faceva più rosso.
«N-Non permetto che mi parli in questo modo un verme come te che è sfuggito alla leva, Artor Deutarid!» Rispose alla fine, quasi gridando.
A quel punto, per la prima volta dall’inizio della conversazione Ark corrugò la fronte.
«Lo sai, vero?» continuò Elef, che sembrava star riprendendo la calma ora che sentiva di essere in vantaggio. «Sfuggire alla leva è un crimine verso il Principato. Se fosse stato chiunque altro a cercare di farlo sarebbe stato arrestato e condannato alla prigione. Ti sei salvato solo per il nome che porti!»
Kal sentì che l’atmosfera stava diventando opprimente. Elef aveva un tono diverso di quello usato con Mak: nella sua voce adesso c’era autentico odio.
Fece per intervenire, ma Elef lo fermò con uno sguardo.
Poi si voltò di nuovo verso Ark e riprese: «Makar posso perdonarlo: siamo ancora amici, dopo tutto. Ma tu… la nostra amicizia risale a prima che scoprissi che razza di rifiuto senza spina dorsale tu sei. Non ti permetterò di creare più guai di quanti ne hai già creati. Sparisci dalla mia vista. Subito.»
A differenza di Mak, Ark non chinò la testa. Anche se la sua indifferenza adesso era increspata dall’inquietudine, il giovane continuava a fissare negli occhi il decarca.
E mentre lo fissava, aprì la bocca per dire qualcosa.
«Mi hai sentito o no?» insistette Elef.
«Ti sei sbagliato su una cosa.» disse Ark, pronunciando lentamente una parola dietro l’altra, «Io non sono mai stato tuo amico.»
Prima che Kal potesse fare un passo, il suo superiore aveva materializzato la sua spada, aveva afferrato Ark per il bavero della kamisa che indossava e lo aveva spinto contro il muro, puntandogli la lama contro il collo. Anche i due sottoposti che erano con lui erano rimasti sorpresi e non erano riusciti a fermarlo in tempo.
«Tu… brutto…!» Il volto di Elef era una maschera animalesca, con i denti scoperti e gli occhi spalancati. «Questa è la mia occasione! Tu non la rovinerai!»
Ark invece aveva le labbra curvate in un lieve sorriso.
«Non ho idea di quale occasione tu stia parlando, ma te la stai rovinando da solo.»
Elef emise un “Ah?” confuso.
«Ricordami una cosa, Decarca.» riprese Ark, con tono tranquillo, come se non ci fosse nessuna lama a poche dita dalla sua gola. «Come si chiama quello che stai facendo? “Uso ingiustificato della violenza”? O forse è più appropriato “abuso di potere”?»
La presa di Elef si allentò leggermente, mentre la sua espressione di rabbia mutava in orrore.
Ark continuò: «Sai che è un crimine anche per una guardia aggredire qualcuno senza provocazione, vero? E come hai fatto notare anche tu, grazie al nome che porto io non sono nemmeno un ‘qualcuno’ qualsiasi. Dovresti badare di più a quello che fai. Specie davanti a uno, due…» spostò lo sguardo su ciascuno dei presenti «…tre, quattro testimoni.»
Elef smaterializzò la spada e mollò la presa, lasciandolo cadere a terra.
Poi, dopo aver preso un paio di respiri profondi, sibilò: «Un giorno non avrai più tuo padre a proteggerti.»
Si voltò di nuovo verso Mak: «Il tetraciclo deve essere pronto per domani mattina.»
Si diresse alla porta dell’officina, ma a metà strada si fermò, indicò la lampada appesa alla colonna centrale e urlò: «Eper l’amor dell’Uomocambia subito l’acqua a quell’affare! Non vedi che le fosfore stanno morendo?!»
Poi se ne andò, seguito dai suoi due uomini.
Mak svitò velocemente il bulbo della lampada e uscì in direzione di casa propria.
Nel frattempo, Ark si era rialzato e si era rimesso in sesto i vestiti. La sua espressione era tornata totalmente neutra.
«Non si sarebbe arrabbiato così se non ti considerasse ancora suo amico.» Kal si sentì in dovere di dirlo. Lui, Ark, Mak, Elef, Fyra e anche Agatha. Tutti loro erano cresciuti insieme. Che ciascuno un giorno avrebbe preso una strada diversa dagli altri era una cosa che accettava senza proteste, ma non sopportava l’idea di lasciare che un’amicizia come la loro finisse troncata di netto, lasciandosi dietro strascichi di rancore.
Ark non rispose. Kal cercò di intuire cosa stesse pensando ma, come gli succedeva spesso con Ark, non ci riuscì.
«Hai… hai davvero intenzione di riferire a tuo padre quello che è successo?»
Glielo chiese anche se sperava con tutto il cuore di conoscere già la risposta. Deutar Artorid era un uomo potente: sarebbe bastata una sua parola per far abbassare Elef di grado, oppure cacciarlo direttamente dalla Guardia Cittadina con disonore.
Ark rispose con un’altra domanda: «Secondo te io sono tipo da fare una cosa del genere?»
Al sentire quelle parole, Kal sorrise. Era la risposta in cui sperava.
Mak tornò con il bulbo della lampada visibilmente più pulito e pieno d’acqua e lo avvitò di nuovo al sostegno.
«Va bene, ora mi metto a dormire. Ma prima devo almeno mettere a posto l’officina.» disse.
«A quella ci penso io.» gli rispose Ark, «Tu vai pure.»
Mak lo guardò sorpreso, ma prima che potesse dire qualcosa Ark continuò: «So dove mettere gli attrezzi, non ti preoccupare.»
«N-Non è per quello.» gli rispose. «Ecco… beh, grazie.» disse alla fine, con un sorriso stanco.
«Nessun problema.» Ark non restituì il sorriso, ma né Mak né Kal si erano aspettati che lo facesse.
Anche Kal sentì che era venuta ora di andare a farsi una dormita.
Salutò i due amici e se ne andò, diretto verso casa.
Procedette verso est fino alla fine della fila di edifici, poi svoltò verso nord.
Alla sua sinistra poteva vedere gli Orti, il solo campo coltivato interno alle mura. I baccelli stavano lentamente seccando sulle loro piante. Ancora qualche settimana e sarebbero stati pronti per il raccolto. Non contribuivano neanche a un decimo dell’approvvigionamento della città, ma in caso di emergenze erano comunque meglio di niente.
Meno di un giro di clessidra dopo, Kal era finalmente a casa.
Entrò nell’atrio immerso nella penombra cercando di non fare rumore. Per quanto ne sapeva, il resto della sua famiglia stava ancora dormendo.
Ma quando ormai era davanti alla porta della sua camera, quella supposizione fu confutata da un saluto pronunciato a voce bassa alle sue spalle.
«Bentornato.»
Voltatosi verso quella voce, Kal vide sua sorella Agatha emergere dalla cucina. Sembrava essersi appena svegliata.
«Ciao.» le rispose.
«Come è andata la notte?»
«Sono un po’ stanco. Mamma e Papà?»
«La Mamma sta ancora dormendo. Papà è andato alla Rocca, ha detto che oggi sarà impegnato tutto il giorno.»
Kal lo trovò strano, quel giorno suo padre avrebbe dovuto avere la mattina libera. Ripensò vagamente alle parole dell’Esarca, ma ormai era troppo assonnato per riflettere.
«Hai fatto colazione?» gli chiese la sorella.
«Sì, non ti preoccupare. Vado a dormire per qualche ora.» le rispose con un sorriso di gratitudine.
«Va bene.» Lei gli restituì il sorriso, poi tornò in cucina, quasi sicuramente a finire la propria colazione interrotta dal suo arrivo.
Kal entrò in camera, chiuse la porta, si spogliò e si gettò sul letto.
Lasciò che i suoi pensieri vagassero senza meta per un paio di attimi, poi si addormentò.
Non si sarebbe svegliato prima dell’ora di pranzo.
Post Scriptum
Penso sia un buon momento per inaugurare questa sezione.
Salve a tutti, qui è l’autore che parla.
Ogni tanto, a fine capitolo settimanale, scriverò qualche riga più personale qui in fondo in cui condividere informazioni rilevanti riguardo questo sito e questa novel, rispondere in modo pubblico a domande che mi ponete che potrebbero interessare tutti o anche solo buttare giù in forma scritta qualche pensiero passeggero che mi è venuto lungo la settimana, un diritto che mi riservo con la promessa di non abusarne.
Se c’è qualcosa su cui siete particolarmente curiosi, sentitevi liberi di chiedere nei commenti.
In ogni caso, vi ringrazio per la vostra attenzione e mi auguro siate di nuovo qui la settimana prossima.
E se il capitolo vi è piaciuto, parlatene con i vostri amici.
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