Kal si sentiva stanco.
Il suo mantello d’ordinanza lo teneva al riparo dal freddo della notte, ma il dolico che teneva poggiato su una spalla stava cominciando a farsi pesante.
Fortunatamente ormai stava albeggiando. Presto il suo turno sarebbe finito. Se si fosse addormentato mentre montava di guardia sulla torre, non avrebbe più avuto il coraggio di guardare in volto suo padre.
Considerata la situazione, una eventuale disattenzione non avrebbe avuto conseguenze catastrofiche: da quando lui era al mondo, il confine era stato tranquillo. E sembrava che i Tre Regni non avrebbero infranto la Lunga Tregua nemmeno oggi. Ma per Kal era una questione di principio. Gli avevano dato un compito e lui non avrebbe permesso alle sue debolezze di impedirgli di eseguirlo al meglio.
Guardò il panorama davanti a sé, la città di Elis ancora addormentata. I suoi tetti, di cui nel grigiore dell’aurora non si distingueva il colore, discendevano gradatamente fino alla riva del fiume Tuon. E al di là di quel vasto solco scuro si trovava una grande foresta, che adesso era ancora immersa nell’oscurità. Da qualche parte al di là di essa, verso nord-est se ricordava bene quello che gli aveva detto Ark, si trovava Istak, una delle tre capitali dei Tre Regni.
Kal riportò lo sguardo sulla città su cui stava vegliando. Presto avrebbe iniziato a svegliarsi, a cominciare dal quartiere del porto, laggiù. In quel momento la prima ronda del mattino stava uscendo dalle porte della fortezza, sotto di lui.
Sentì che qualcuno stava salendo le scale della torre. Il ragazzo pensò che fosse Barys, venuto a dargli il cambio. Anche se in tal caso sarebbe stato in anticipo, un’eventualità che era molto bizzarra conoscendo quell’uomo.
Ma non appena la persona che stava salendo emerse sulla cima, Kal si mise sull’attenti.
«Sei già sveglio, mio Esarca?»
«Magari.» gli rispose l’esarca Stefan con una risata amara, facendogli cenno di mettersi a riposo. «No, questa notte ho vegliato anche io.» Poi si diresse al parapetto e si mise a scrutare l’orizzonte, ma dal lato opposto rispetto al confine, guardando verso ovest. In quella direzione c’era solo una vasta pianura, in cui brillava una singola luce lontana, il faro di una torre del telegrafo.
Kal poteva intuire cosa aveva tenuto l’Esarca sveglio tutta la notte. Erano passati appena pochi giorni da quando, proprio attraverso quel telegrafo, era arrivata la notizia che il delegato Timios era stato arrestato, condannato a morte e giustiziato per cospirazione. E poche ore dopo quella notizia era anche arrivato un logoteta direttamente dalla capitale Arlis. Kal non era stato presente all’incontro tra il magistrato e l’Esarca: avevano detto che si era trattato di una questione ordinaria di riscossione delle tasse, e che il logoteta aveva accettato la gentile offerta di prolungare la propria visita e approfittare dell’ospitalità della Rocca. Però stavano cominciando a girare voci inquietanti, e tra la popolazione ormai si era diffusa la paura.
Kal si avvicinò all’esarca. Qualsiasi fosse la verità, il volto ornato da baffi sottili e da una corta barba dell’Esarca lasciava trasparire pensieri cupi. Però, anche con la sua espressione seria, la sua figura, vestita di abiti verde scuro appena leggermente meno pratici dell’uniforme che indossava Kal e avvolta in un mantello dello stesso colore, trasmetteva una profonda sicurezza di sé.
«Quanti anni hai?» chiese a Kal all’improvviso, voltandosi verso di lui. La sua voce profonda conteneva una nota di curiosità sincera.
«Diciassette, mio Esarca.» rispose lui.
«Sei giovane.» L’Esarca lo guardò con quella che a Kal sembrò ammirazione. «Come ti chiami?»
«Kal… cioè, Kalos. Kalos Aregonid.»
«Ah.» esclamò l’Esarca, come se quel nome avesse risposto a qualche sua domanda non ancora pronunciata. «Conosco tuo padre. Dev’essere orgoglioso di te.»
Il complimento mise Kal leggermente in imbarazzo. Riuscì a rispondere solo: «Io… spero che lo sia, Esarca.»
L’Esarca gli sorrise, un sorriso tenero che fece sembrare la tetra serietà di poco prima un’illusione. «È la prima volta che sei assegnato di vedetta a quest’ora?»
«Ehm… Sì, Esarca.»
«Allora vieni, ci godremo lo spettacolo insieme.»
Detto questo, si spostò dall’altro lato della torre, guardando verso il confine. «C’è anche qualche nuvola. Sarà ancora più splendido del solito.»
Kal volse lo sguardo nella stessa direzione, là dove il cielo stava cambiando colore. Il blu scuro della notte lasciò il posto a sfumature gradatamente più chiare, contro le quali a poco a poco riuscì a distinguere il profilo aguzzo dei Monti Egul in lontananza.
Poi cambiarono colore le nuvole, in modo molto più rapido, mentre la terra era ancora al buio. Dapprima divennero rosse, come se in cielo fosse stato acceso un grande fuoco. Poi divennero rosa, del colore di quelle pietre preziose che ogni tanto aveva visto addosso ai dignitari in visita. E infine presero una pallida tinta dorata.
E solo allora da dietro l’orizzonte cominciò a fare capolino il globo luminoso del Sole, investendo con la sua luce la torre in cima alla fortezza e rivelando così il colore bianco splendente delle sue solide mura.
Kal abbassò lo sguardo e restò a osservare la luce discendere il lungo cilindro della torre e poi spandersi in ogni direzione: i tetti di Elis si accesero di tanti colori diversi. Il solco scuro del Tuon divenne azzurro profondo. E la grande foresta al di là di esso, ora che era baciata dal Sole che iniziava la sua ascesa nel cielo, era di un verde intenso.
L’Esarca aveva ragione. Kal non sapeva come descriverlo, se non usando la parola “spettacolo”.
«Non importa quante volte io lo veda, non mi annoia mai.»
Sentì che Stefan gli stava parlando, ma nessuno dei due distolse lo sguardo dal panorama.
«Una ricompensa adeguata per essere stati svegli tutta la notte, non trovi?»
Un giro di clessidra dopo, in ritardo come suo solito, arrivò Barys a dargli il cambio, e Kal fu libero di andare a riposarsi.
Una volta uscito dalla Rocca, il ragazzo si voltò a guardarla. Visto dal basso, l’edificio mostrava tutta la sua imponenza, opera di architetti vissuti migliaia di anni fa, molto prima dell’avvento dell’Uomo. Gli eruditi dicevano che il suo aspetto, come di ellissi allungata da est verso ovest con a un estremo la grande torre a base circolare che sovrastava di gran lunga le mura, ricordava un antico animale dal lungo collo e dalle piume bianche. Sì, un “cigno” se Kal si ricordava bene. Doveva essere stata una creatura veramente maestosa; sempre che fosse davvero esistita, naturalmente.
Sentì alle sue spalle il rumore di una porta che si apriva e poi si chiudeva. Voltandosi di nuovo verso la città vide che da una casa alla sua sinistra stava uscendo una donna dall’aria assonnata, che si diresse dall’altro lato della strada, verso un edificio la cui facciata era parzialmente coperta da un pannello di legno. Entro pochi minuti quel pannello sarebbe stato sollevato e sarebbe stata visibile la mercanzia dietro di esso. Anche gli altri negozianti della via principale, una linea retta che collegava la Rocca al porto, stavano cominciando ad aprire le loro botteghe.
Kal svoltò un angolo a destra e uscì dalla via principale, incrociando un uomo che portava un grosso sacco vuoto. Presto si sarebbe formata una coda di persone come lui davanti all’entrata della Rocca, per la distribuzione mensile del grano. Kal non invidiava i suoi colleghi che se ne sarebbero occupati: i disordini durante la distribuzione non erano rari e probabilmente questo mese sarebbero stati peggiori del solito.
Ma adesso non voleva pensarci. Aveva bisogno di dormire. Però prima doveva mangiare qualcosa.
Sapeva che svoltando di nuovo a destra avrebbe trovato la taverna del Muro Ovest, dove si mangiava bene, ma c’era un luogo che lui considerava ancora migliore, per cui proseguì dritto.
Alla sua sinistra i muri delle case facevano in modo che la strada fosse ancora al buio, a parte negli intervalli tra un edificio e l’altro. Case ricche, ma non ricchissime, del tipo che potevano permettersi famiglie come la sua.
Il ragazzo giunse in fondo alla strada. Dopo le ultime due case avrebbe svoltato a sinistra verso la sua destinazione. Ma all’improvviso, dalla penultima casa sentì provenire dei rumori. Suoni secchi, ripetuti ma privi di un ritmo discernibile.
Kal sorrise: non si aspettava che lei fosse già sveglia. La colazione avrebbe aspettato.
Attraversò l’arco all’entrata, affacciandosi sul cortile anteriore della casa, un quadrato circondato da mura che separava l’edificio vero e proprio dalla strada. Quando il padrone di casa era presente, di solito lo si poteva trovare lì in quel cortile, ma in quel momento quell’uomo era di stanza lontano, nel nord. Adesso della casa si occupavano i suoi due anziani genitori, che probabilmente erano ancora addormentati nella loro camera, nonostante il rumore.
Un rumore di cui adesso Kal stava osservando l’origine, stando attento a non farle perdere la concentrazione: la quarta e più giovane abitante della casa, impegnata ad allenarsi contro il manichino posizionato vicino al muro alla sua sinistra.
Fyra indossava pantaloni stretti alle caviglie e un gilek senza maniche sopra una kamisa bianca , abiti che non impedivano i movimenti, e aveva stretta in fronte la sua fascia di controllo. Sia le sue mani che i suoi piedi, altrimenti nudi, erano coperti da una patina argentea.
Anche se era troppo lontana perché il suo braccio potesse raggiungere il manichino, la ragazza sferrò un colpo di taglio con la mano sinistra. E il colpo andò a segno, perché dalla mano si era estesa una corta lama che aveva coperto la distanza dal bersaglio. Tirando immediatamente indietro il braccio e senza lasciare traccia di quella lama, Fyra sferrò un altro colpo, questa volta un calcio con la gamba destra. E dal piede si estese una seconda lama che raggiunse il manichino con un rintocco sordo.
In questo momento le lame erano smussate, ma Kal sapeva che all’occorrenza potevano diventare affilate come rasoi e squarciare pelle e muscoli come se fossero burro.
Ogni persona capace di usare lo sclerigro aveva una sua specialità: la maggior parte della gente lo plasmava psichicamente, attraverso la propria fascia di controllo, in strumenti da lavoro, come un martello, un’accetta, una zappa.
Poi c’erano quelli che lo usavano per il combattimento, e tra di essi c’era Fyra: lei ci ricopriva mani e piedi, trasformandoli in armi letali la cui portata era molto difficile per un avversario da valutare in uno scontro.
Farci cambiare forma quasi continuamente come faceva lei era più difficile di quanto sembrasse, non tutti ne erano capaci: Kal stesso preferiva trasformare il suo bracciale in un lungo bastone e mantenerla in quella forma mentre combatteva. Sapeva che esistevano persone in grado di sfruttare lo sclerigro in maniere assai più complesse, ma solo per sentito dire.
Fyra sembrava pronta a colpire una terza volta il manichino, ma all’improvviso si voltò e lo vide. Per un attimo sul suo viso comparve un’espressione sorpresa, ma fu subito soppiantata da un ghigno poco rassicurante.
«Lo spettacolo è di tuo gradimento, Kal?»
Adorava provocarlo in quel modo. Lui decise di ignorarla.
«Non hai paura di svegliare i tuoi nonni?» le chiese.
«Certo che ce l’ho. Infatti sto facendo meno rumore possibile.»
Mentre diceva quell’ultima frase, tornò a colpire il manichino.
«Però, non posso, farne a meno.» Disse come se si stesse scusando, tra una mossa e l’altra: «Mi mantiene, abituata, alla sensazione.»
Kal pensò tra sé e sé che forse le conveniva fermarsi, se voleva fare conversazione.
Però capiva cosa lei intendeva: alla fine l’allenamento serviva a quello, ad “abituare” corpo e mente l’uno all’altra, a tenere a mente se stessi, le proprie capacità e i propri limiti. Prima della leva era sempre stato convinto che si trattasse di memorizzare sequenze di attacchi e risposte, in modo matematico: “a questa mossa rispondi con quest’altra”. La realtà era un po’ più complicata: non si trattava di “rispondere” quanto di sapere come pararle o schivarle, limitando al minimo i danni subiti, e allo stesso tempo restare pronti ad attaccare, sfruttando ogni occasione che l’avversario presentava, senza limitarsi a schemi preconcetti;
I colpi di Fyra non avevano regolarità, la ragazza li sferrava da direzioni sempre diverse e a intervalli variabili, rendendo difficile se non impossibile discernere una sequenza. Non li sferrava per insegnare ai propri muscoli una serie precisa e prevedibile di movimenti uno dietro l’altro: ogni attacco era a sé stante, intercambiabile a piacimento con qualsiasi altro. Il suo scopo era scacciare l’esitazione, tenendo nel frattempo la mente all’erta e concentrata sul momento presente.
Il suo periodo di servizio obbligatorio era finito già da un anno ormai, eppure lei ogni mattina continuava ad allenarsi.
Kal si sentì in dovere di chiederglielo, anche se sapeva già come lei avrebbe risposto: «Se senti questo bisogno di tenerti “abituata alla sensazione”, perché non ti unisci alla Guardia Cittadina?»
«E stare, agli ordini, di palloni gonfiati come Elef? No, grazie.» Fyra gli rispose senza voltarsi né fermarsi.
Anche se in cuor suo non le dava del tutto torto, Kal si sentì obbligato a difendere il suo collega e superiore: «Dai, Elef è un amico: siamo tutti cresciuti insieme. E poi, non sono tutti come lui.»
Questa volta Fyra si fermò, con uno sbuffo. Mentre lo sclerigro su mani e piedi si condensava in due bracciali e due cavigliere, si allontanò dal manichino e si voltò verso di lui, guardandolo con l’espressione paziente di chi capisce di non essere stato abbastanza chiaro.
«Palloni gonfiati o no, non mi piace stare agli ordini di qualcun altro. Meno che mai se in più vengo tenuta all’oscuro di cosa sta succedendo davvero.»
Che Fyra non avesse simpatia per l’autorità, Kal lo sapeva. Lei era sempre stata così, sin da quando erano bambini. Eppure, forse a causa della stanchezza, la seconda parte di quella risposta lo irritò: «Non mi dire che credi a quelle voci.»
Lei sbuffò: «Tu non dirmi che credi davvero alla storia delle “tasse”.»
«Perché non dovrei?»
«Perché il raccolto non è ancora finito! Non ti pare che il logoteta sia venuto un po’ troppo in anticipo, se il suo scopo era richiedere la quota annuale?»
Kal sul momento non seppe rispondere. In effetti Fyra aveva ragione.
«Beh, forse è proprio per quello che non se n’è ancora andato.» disse, dopo averci pensato su: «Sta aspettando che il raccolto finisca, e intanto si gode la visita.»
«Ah sì.» ribatté lei con tono canzonatorio: «Deve godersela proprio tanto, visto che non esce mai dalla sua camera e ci sono due guardie alla sua porta a ogni ora del giorno e della notte.»
«Sono per la sua protezione.» rispose Kal immediatamente. «E comunque tu come sai queste cose?»
Fyra gli rivolse un sorriso compassionevole: «Non sei il solo membro della Guardia Cittadina con cui parlo, sai? Neanche il solo ragazzo della Guardia Cittadina, se è per quello.»
Quelle parole lo fecero sentire strano, in un modo che lui stesso faceva fatica a comprendere o descrivere.
Ma qualsiasi sentimento esso fosse, doveva averlo fatto trasparire dall’espressione, perché Fyra sgranò gli occhi come se se ne fosse accorta. Poi, come se avesse capito più di lui ciò che lui provava, sorrise nel modo maligno che lui conosceva fin troppo bene.
«Oh, ti ho ferito? Pensavi davvero di essere il solo?»
Si avvicinò, passandosi una mano tra i capelli castani. Kal fece involontariamente un leggero passo indietro.
«Anche adesso che sei più alto di me, sotto sotto sei ancora lo stesso bambino di tanti anni fa.»
A Kal non piaceva quando gli ricordavano la sua infanzia, il fatto che era sempre stato il più piccolo del loro gruppo di amici. E lei lo sapeva. Conoscendola, sentì di doversi preparare a un colpo basso.
Fyra continuò a parlare, senza smettere di avvicinarsi: «Il piccolo, timido Kal che ha sempre paura di far arrabbiare gli altri…»
Gli mise le mani sulle spalle e gli sussurrò all’orecchio con tono mellifluo:
«…e ha bisogno della sua sorellona Fyra tutta per sé.»
Come previsto.
«Non scherzare su queste cose!» Kal si ritrasse, mentre lei scoppiava a ridere.
«Dovresti vedere la tua faccia in questo momento!» disse Fyra, tra una risata e l’altra. «E io non stavo scherzando. Non saresti diventato rosso fino alle orecchie se non avessi detto la verità! E sono sicura che quando mi chiedi di unirmi alla Guardia Cittadina lo fai per lo stesso motivo! Grande e forte come sei, vuoi ancora che ci sia io a proteggerti!»
«Non è così!» La rabbia e l’imbarazzo fecero sentire a Kal tutta la stanchezza che si era accumulata durante la notte. Il ragazzo si ricordò che il suo programma per la mattina era andare a mangiare qualcosa e poi tornare a casa e mettersi a letto. E fu lieto di essersene ricordato.
«Ne riparliamo in un altro momento, ora devo andare.»
«Certo, certo. Perché non ammetti la verità e basta? Fallo e magari prenderò in considerazione la tua proposta!» gli disse lei, mentre lui già attraversava l’arco verso la strada.
Mentre si allontanava il più possibile da quella casa, Kal ripensò alle parole di Fyra e all’effetto che avevano avuto: perché gli avevano fatto perdere la calma in quel modo? Forse perché lei lo trattava ancora come un bambino? O forse perché c’era un fondo di verità in quello che aveva detto che lui stesso non voleva ammettere? O forse, magari, per entrambi i motivi? Interrogò se stesso: davvero avrebbe voluto essere il solo ragazzo con cui lei parlava? Non aveva senso, sarebbe stato impossibile. E poi cosa c’era di male se lei lo trattava come un bambino? Lo aveva sempre fatto.
Sentiva di stare arrivando a una conclusione che lo metteva a disagio, per cui smise di farsi domande. Fortunatamente, era anche arrivato a destinazione.
Leave a comment