«Svegliati, Cicliere. È il momento.»
La voce destò Sthenar dal suo sonno inquieto. Nonostante la situazione, gliene fu grato. Nei suoi sogni vedeva sempre quella faccia.
Guardò fuori dall’abitacolo. La Luna Blu e la Luna Rossa erano ancora allineate nel cielo notturno, come se stessero seguendo la direzione della strada davanti a lui. Non poteva essersi appisolato per più di un giro di clessidra. Tutto era immerso nel silenzio.
Si voltò verso la voce. Vide che apparteneva all’uomo tarchiato coi capelli color rame, e fu contento che questa notte fosse venuto lui e non quell’altro. Annuì silenziosamente e uscì dall’abitacolo. L’uomo gli rivolse un sorriso compiaciuto e odioso, stringendo a fessura i suoi piccoli occhi scuri.
Guardando verso il retro del suo tetraciclo, Sthenar vide che dietro di esso se ne era parcheggiato un altro. Uno sgraziato parallelepipedo di metallo con quattro ruote, grosso abbastanza da contenere cinque o sei persone escluso il guidatore. Non erano molto belli a vedersi, ma facevano il loro lavoro e permettevano a uno come Sthenar di guadagnarsi da vivere come cicliere, scarrozzando in giro per la città chi era troppo stanco o andava troppo di fretta per usare i piedi.
Però stanotte i miei non saranno passeggeri normali, pensò. Si chiese per l’ennesima volta come avesse potuto farsi coinvolgere in questa storia, e per l’ennesima volta si disse che sapeva benissimo la risposta. Guardò verso l’abitacolo dell’altro veicolo. Forse anche la persona dietro quel vetro era nella sua stessa situazione.
Raggiunta la portiera sul retro del suo tetraciclo, Sthenar la aprì, ma mentre lo faceva l’occhio gli cascò sul muro alla sua destra. La luce delle due lune illuminava una scritta sul muro, un vecchio graffito consumato che lui al suo arrivo non aveva notato: “Per il nostro grande peccato/meritiamo di essere puniti/fino alla fine dei tempi”.
Se era una citazione non la riconobbe, come era prevedibile visto che non era mai stato portato per lo studio. Eppure quelle parole lo turbarono profondamente. Sentiva che erano rivolte a lui, era un qualche segno del destino. Restò paralizzato da un’ansia che non riusciva a spiegare o descrivere, finché l’uomo tarchiato non gli ringhiò contro: «Sono saliti! Tornatene al posto di guida e parti, forza!»
Notò distrattamente che l’altro tetraciclo era ripartito e si stava allontanando nella direzione da cui era venuto, con un basso ronzio. Spostò lo sguardo sull’interno del suo veicolo. Vide le tre figure che si aspettava. Tre paia di mani e piedi legati, tre teste coperte da sacchi. Un uomo, una donna… e la sagoma più piccola di un ragazzo.
Una mano forte lo afferrò al bavero e Sthenar si trovò a un soffio dal volto dell’uomo tarchiato. «Mi hai sentito o no? Muoviti!»
Ebbe il tempo di pensare che con quell’espressione furente la combinazione di occhi piccoli e naso grosso e largo lo faceva sembrare un cinghiale arrabbiato, prima di venire spinto con violenza in direzione dell’abitacolo. Recepì il messaggio.
Mentre l’uomo saliva e chiudeva la portiera dietro di sé, Sthenar tornò rapidamente al suo posto e mise in moto. Le piastre termiche sul retro del tetraciclo si aprirono e il veicolo iniziò lentamente ad avanzare lungo la strada.
Sthenar si guardò dietro un’ultima volta, osservando i quattro passeggeri dietro di sé per un singolo istante. Poi il solo di essi che non era legato picchiò contro l’abitacolo, intimandogli: «Occhi sulla strada, non ti distrarre!» E lui obbedì.
Avrebbe voluto dirsi che le cose non erano come sembravano, che lui non stava aiutando dei criminali che avevano rapito una famiglia innocente. Se fosse stato uno sciocco avrebbe potuto farlo: gli sarebbe bastato ricordarsi che l’uomo tarchiato, anche se al momento non indossava la sua uniforme nera, era uno spathar, uno degli “occhi e orecchie del Principe”, come diceva la gente, e che come gli aveva detto l’altro uomo, quello che questa notte non c’era, i criminali erano i tre con i sacchi sulla testa.
Ma Sthenar non era uno sciocco, non fino a quel punto almeno. Sapeva qual era il “crimine” che i tre avevano commesso. O meglio, quello che uno solo dei tre aveva commesso, e per il quale stavano pagando anche sua moglie e suo figlio.
«Per quanto ancora credi di poterti prendere gioco del popolo qui riunito, Sofron Arystid?»
La frase riverberò per tutta la grande Sala del Sinedrio per qualche istante, poi l’uomo continuò: «Non è stata la devozione verso l’augusto Principe tuo padre a farti assumere la carica di reggente, tanto meno un qualsiasi senso del dovere nei confronti della nazione, un senso del dovere che tu, come noi ben sappiamo, non hai mai avuto! No, se tu siedi adesso su quello scranno è per pura sete di potere! Perché altrimenti avresti cacciato più di metà dei funzionari che avevano servito fedelmente tuo padre per anni, alcuni per decenni,sostituendoli con uomini di dubbia reputazione ma di certa fedeltà a te e te solo?»
L’uomo era il delegato Timios dalla città di Elis. Sthenar lo sapeva perché avevano annunciato il suo nome quando lui si era alzato dalla sua panca per iniziare il discorso. La Sala del Sinedrio, un semicerchio di gradinate in pietra grigia cinto da mura color zaffiro, era aperta ad ogni cittadino che volesse assistere alle sedute dei delegati provenienti dalle varie città del Principato. Lì si dibatteva, si proponevano leggi, si presentavano all’attenzione del Principe i problemi delle province, si decideva il futuro del paese. Sthenar non aveva mai studiato molto, quello destinato a fare carriera era suo fratello, ma come ogni buon cittadino sapeva leggere, scrivere e fare di conto, e si interessava moderatamente di politica.
Per cui sapeva ad esempio che in quel momento il Principe Aryst era assente. Sull’alta sedia nera posizionata al centro del semicerchio dietro un lungo banco dello stesso colore, nel luogo dove convergevano gli sguardi di tutti i delegati e da cui Aryst avrebbe normalmente presieduto il Sinedrio fiancheggiato dai suoi consiglieri, adesso sedeva Sofron, suo figlio minore. Era uno spettacolo strano per Sthenar, che sin da bambino aveva visto su quella sedia solo il vecchio Principe.
«Stesso discorso vale per la guerra contro Dysis!» continuò con foga il delegato. «Ci dici spesso che Dysis è infida, che Dysis è malvagia, che Dysis deve essere fermata ad ogni costo per il bene dei nostri figli. Ma non è tale encomiabile anelito a farti mandare al fronte i padri e le madri di quei figli. Oh no. È questo!»
Infilò una mano dentro la tunica bianca che indicava il suo rango e gettò qualcosa verso l’uomo che non era il Principe, colpendo il pavimento con un rumore metallico. Sthenar non vedeva bene da così lontano, ma gli sembrò che Sofron alzasse gli occhi al cielo con fastidio. Dal lato opposto a quello del delegato Timios cominciarono ad alzarsi voci di protesta.
«Oro! L’oro delle miniere che Dysis ha reclamato come suo territorio! Le miniere che un tempo appartenevano allo stimato cittadino Alop! Lo stesso cittadino Alop che è suocero del tuo Consigliere per la Guerra, lo stratega Leon Cryssid, seduto di fianco a te in questo momento! Perché chini il capo, stratega? Hai qualcosa di cui vergognarti?»
Le proteste crebbero di intensità. Sthenar sentì persino qualche fischio. Qualcuno gridò «Fuori da questa sala!», qualcun altro «Tappategli la bocca!»
Ma il delegato proseguì imperterrito: «In tutti gli anni in cui ha presieduto questo Sinedrio, tuo padre non ha mai preso una decisione che non fosse indubbiamente sua: ascoltava il popolo qui riunito da tutta la nazione, si consultava con i suoi consiglieri quando necessario e poi deliberava in modo giusto ed equo seguendo il proprio cuore e la propria mente. Lo sai perché? Perché sapeva che a renderne conto davanti a noi sarebbe stato lui solo. Non i suoi consiglieri, tanto meno qualcuno che neppure siede in questa sala! LUI SOLO!»
Timios dovette urlare l’ultima frase, per sovrastare la cacofonia di voci ostili. Alcuni altri delegati si stavano alzando dalle loro panche, agitando minacciosamente i pugni nella sua direzione. Ma dal suo scranno Sofron sollevò una mano, e entro pochi istanti tornarono tutti seduti. Quando fu tornato il silenzio, il figlio del Principe parlò: «Delegato Timios, concludi, prego. E che nessuno lo interrompa.» Il suo tono era calmo e autorevole, ma Sthenar provò comunque una strana inquietudine.
Timios riprese: «Oh, concluderò certamente, resta poco da dire che non sia già ovvio. Sarò rapido e diretto, con la crudeltà compassionevole del medico che sa di dover cauterizzare in fretta una ferita per evitare le infezioni anche se il paziente piangerà dal dolore!» Si fermò un istante, prendendo un respiro profondo. «Tu non sei il Principe, Sofron, e non dovrai mai diventarlo, perché hai dimostrato sia ora che in passato di non essere adatto a ricoprire quella carica. Sì, tuo padre è molto malato e non può più partecipare a queste sedute, ma ciò non vuol dire che puoi farlo tu in sua assenza. C’è tua madre Kallista, che sia lei a presiedere.»
Il Sinedrio non reagì. A Sthenar parve di sentire una risata provenire da qualche parte dietro Timios, ma venne subito soffocata.
«Certo,» continuò Timios «la nostra Principessa ha scelto, comprensibilmente, di prendersi cura del suo amato marito in questo momento di difficoltà. Ma c’è comunque un’altra persona a cui avresti potuto, no, avresti dovuto lasciare quella sedia.»
Il lato di Timios del Sinedrio cominciò a mormorare. Ma era un suono diverso dalle proteste che prima si erano levate dall’altro lato. Era più coordinato, come un coro che cantava a un unico ritmo.
«Una persona che a differenza di te ha dimostrato più volte il proprio valore.» Il mormorio crebbe d’intensità. «Un uomo che tu hai deliberatamente allontanato dalla capitale, perché sapevi che il popolo sarebbe stato con lui!» Timios tornò ad urlare, per sovrastare le voci che questa volta provenivano dal suo lato ed erano in accordo con lui. «Un uomo che se fosse al tuo posto non si circonderebbe di sicofanti incapaci, non cederebbe a pressioni indebite e non spingerebbe per una guerra inutile allo scopo di soddisfare una bieca avidità personale! No, quest’uomo governerebbe con più saggezza persino di vostro padre! Sì, tu sai di chi sto parlando, Sofron Arystid! Il solo degno di essere reggente è il legittimo futuro Principe, l’eroe della Guerra d’Inverno, tuo fratello maggiore Stefan! Se hai ancora un briciolo di dignità, scendi da quella sedia e lasciala a lui!»
Tutto intorno a Timios, i delegati si alzarono in piedi gridando «A lui! A Stefan!» oppure «Principe Stefan!» o anche solo «Stefan! Stefan!»
Persino Sthenar si unì al coro, gridando quel nome. In parte era stato trascinato dalle parole del delegato, in parte aveva sentito anche per le strade voci poco rassicuranti su Sofron, e in parte aveva simpatia a pelle per Stefan: in fondo, erano entrambi fratelli maggiori.
Proprio in quel momento, le nubi nel cielo visibili dal grande lucernario sul tetto della sala si aprirono, e i raggi del sole divisero il Sinedrio nettamente in due metà: quella illuminata, dove si trovava Timios e il coro che gridava «Stefan!» e quella in ombra, in cui si trovavano i delegati che prima avevano cercato di zittirlo ed ora erano essi stessi muti.
Era un’immagine così bella e appropriata che per un istante Sthenar si sentì pienamente felice, e riuscì addirittura a dimenticarsi della faccia che lo perseguitava nei suoi incubi.
«Sthenar Georgid, cicliere da ventun anni.»
«Ventidue, tra un mese.»
Quell’istante durò poco. La mattina dopo la seduta cui aveva assistito, si presentarono alla sua porta. L’uomo tarchiato dai capelli color rame e l’altro, un uomo pallido con folti capelli scuri.
Le loro uniformi non lasciavano adito a dubbi: giacche nere come legno bruciato, con pantaloni dello stesso colore, e un quadrato rosso di spade incrociate ricamato sul cuore. Erano due spathari, membri del corpo di guerrieri più temuto di tutto il Principato. Gli spathari incutevano paura non solo perché erano combattenti formidabili (come era doveroso che fossero, essendo essi le guardie personali del Principe), ma anche, e soprattutto, perché tra le loro mansioni erano compresi la sorveglianza e la sicurezza. Avevano l’autorità per condurre indagini, arrestare sospettati e interrogarli. Se uno spathar chiedeva di parlare con te, non era mai per un motivo gradevole. Sthenar lo sapeva anche troppo bene.
A prendere la parola dopo che si furono accomodati fu l’uomo pallido: «Conosco un Georgid che lavora con noi. Siete fratelli?»
«Sì.» fu tutto quello che Sthenar riuscì a dire. Lui e suo fratello minore non si parlavano da anni. Da quando era morta la Mamma.
«Bene. Questo velocizzerà le cose.» disse l’uomo pallido, accennando un sorriso.
«Sono in arresto?» chiese Sthenar.
«Non saprei. Hai fatto qualcosa per meritarti di essere arrestato, cicliere Sthenar?» L’uomo lo fissò negli occhi, continuando a sorridere. Ma il suo sguardo era freddo, e Sthenar ebbe paura. Per un attimo gli comparve davanti quella faccia. Si sforzò di scacciarla e di rispondere, ma prima che riuscisse a farlo l’uomo pallido parlò di nuovo: «Scegli con attenzione la tua risposta.»
Lui sa, gli disse una voce nella sua testa. Lui sa tutto, gettati ai suoi piedi e confessa! È il solo modo che hai per ricevere clemenza!
Ma le parole che uscirono dalla sua bocca furono: «No, certo che no. Sono un cittadino onesto.»
Il sorriso scomparve dal volto dell’uomo. «E così sia.» disse, con quello che sembrava un sospiro. Fece un cenno silenzioso al suo compagno dai capelli rossi, che rispose allo stesso modo, annuendo senza un suono. Poi si rivolse di nuovo a Sthenar e disse: «Quello parcheggiato là fuori è il tuo tetraciclo? Lo abbiamo notato mentre arrivavamo.»
In teoria lui avrebbe potuto dire di no. Ma a quel punto avrebbe dovuto spiegare cosa ci faceva davanti a casa sua un veicolo non suo. Per cui, ignorando di nuovo la voce terrorizzata nella sua testa, Sthenar disse: «Sì, è il mio.»
«So che molti ciclieri personalizzano la propria vettura, in modo da rendersi riconoscibili.»
«Se i clienti riconoscono un tetraciclo che hanno già usato in passato, tendono ad usarlo di nuovo.» Spiegò Sthenar. «C’è chi lo dipinge con uno schema particolare, c’è chi ci aggiunge accessori…»
«E c’è chi disegna un simbolo sulla carrozzeria.» lo interruppe l’uomo tarchiato. «Tu sei tra questi ultimi, cicliere Sthenar.»
Sthenar si sforzò di mantenere la calma. Sanno tutto, stanno solo giocando con te! Gli disse la voce. Sai già come andrà a finire, confessa finché sei in tempo!
«Il tuo simbolo sono le tre piume bianche sulla fiancata, è così?» chiese l’uomo pallido dai capelli scuri.
La senti, la catena che si stringe intorno alla tua gola? «S-Sì. Fu un’idea di mia madre. La prima piuma simboleggia la velocità, la seconda…»
«Sono certo che il significato sia molto interessante, ma in questo momento quello che vogliamo sapere è se esistono altre vetture con quello stesso simbolo.» L’uomo lo fissò con occhi gelidi, indifferenti. Occhi grigi, come quelli di quella faccia.
Sthenar fu tentato di mentire. Di dire che c’erano tanti ciclieri che usavano simboli simili, che certamente avevano sbagliato persona, che dovevano andarsene e lasciarlo in pace.
Ma non ci riuscì: «No, non esistono. Se vedete tre piume bianche per le strade di Arlis, quello sono io.»
«Noi non le abbiamo viste.» intervenne l’uomo tarchiato. «Ma qualcun altro sì. Quattro notti fa, sulla Via dei Rigattieri.»
Sthenar non trovò nulla da dire. Lasciò la parola di nuovo all’uomo pallido: «Quattro notti fa in Via dei Rigattieri un uomo è stato investito, e ucciso. Un testimone afferma di aver visto tre piume sulla fiancata del tetraciclo, che si è allontanato senza prestare soccorso.»
Sthenar si era immaginato questa scena molte volte, anche se nella sua immaginazione erano le Guardie Cittadine ad arrestarlo. Si era immaginato mentre cercava di spiegare che quella notte era stanco, che pioveva e le poche lampade che illuminavano Via dei Rigattieri erano tenute male, che quando la luce della sua lanterna aveva illuminato la faccia terrorizzata di quell’uomo in mezzo alla strada aveva subito premuto i freni ma era già troppo tardi, che aveva capito subito che fermarsi a soccorrerlo non sarebbe servito a niente, che lui non voleva finire in prigione, era un cittadino onesto e in tutta la sua vita non aveva mai fatto male a nessuno.
«Cicliere Sthenar Georgid, poco fa ti ho chiesto se tu avessi fatto qualcosa che ti meritasse di essere arrestato. Ti avevo detto di scegliere con attenzione la tua risposta.»
Eppure, ora che stava effettivamente avvenendo, Sthenar non riuscì a dire nulla. Era come intontito.
A risvegliarlo fu la mano dell’uomo tarchiato che gli afferrava saldamente un braccio.
«No. No!» Esclamò. «Vi prego, no! Mi dispiace, mi dispiace!»
«Se ti dispiaceva così tanto, perché sei fuggito e hai lasciato un tuo concittadino morire da solo sotto la pioggia?» Il volto dello spathar era una maschera di pietra, privo di qualsiasi compassione.
«Vi prego,» continuò Sthenar, vagamente conscio di stare per mettersi a piangere, «non mandatemi in prigione. Vi supplico! Morirò lì dentro!»
«Una vita per una vita. Mi pare equo.» disse l’uomo tarchiato, la cui presa stava facendo perdere a Sthenar sensibilità nelle mani.
A quel punto il terrore prese il sopravvento su qualsiasi altra emozione. Sthenar si gettò ai piedi dell’uomo pallido, con così tanto slancio che l’uomo tarchiato fu costretto a lasciarlo andare.
«Vi scongiuro, non voglio morire! Non mandatemi in prigione! Farò qualsiasi cosa, ma non mandatemi in prigione!»
Sthenar non aveva mai avuto i nervi saldi. Sapeva che quel difetto gli era valso il costante disprezzo sia di suo padre che di suo fratello. Ma lui non riusciva a farci niente. Finiva sempre così, sin da quando era bambino.
E proprio come suo padre quando lui era bambino, l’uomo pallido reagì con un sospiro e disse: «Tu sei un codardo, cicliere Sthenar.»
Però subito dopo aggiunse: «Fortunatamente per te, un codardo è esattamente la persona che ci serve.»
Gli avevano detto che avrebbe dovuto collaborare a una loro “operazione”, così l’avevano chiamata. Sthenar quella notte stessa avrebbe portato il suo tetraciclo in un luogo preciso e avrebbe aspettato. Altre istruzioni sarebbero arrivate in seguito. Non gli avevano detto esplicitamente che in cambio di questa collaborazione avrebbero chiuso un occhio, ma Sthenar non aveva avuto altra scelta.
Qualche ora più tardi, Sthenar aveva fatto come gli era stato ordinato e aveva atteso, davanti a una grande casa nel Quartiere dei Delegati, dove risiedevano i membri del Sinedrio per il tempo in cui erano in carica.
Poco dopo il suo arrivo, dalla casa erano usciti i due spathari, insieme ad altre tre persone: un uomo, una donna e un ragazzino, tutti e tre legati e con la testa coperta.
«Chi sono queste persone?» aveva chiesto, inquieto.
«Non sono affari tuoi, Cicliere. Metti in moto.» gli aveva risposto quello tarchiato.
«Pericolosi criminali che abbiamo dovuto prendere in custodia. Non ti serve sapere altro.» aveva aggiunto l’altro.
Un bambino sarebbe un pericoloso criminale? Si era chiesto, senza però dirlo ad alta voce. Come non aveva chiesto ad alta voce perché il corpo degli spathari avesse bisogno di lui quando avevano i propri veicoli. Sthenar sarà stato un codardo e un ignorante, ma non era stupido. Stava assistendo a qualcosa di irregolare, di cui il resto dell’organizzazione non doveva venire a conoscenza.
Aveva avuto una riconferma di ciò quando i due, invece di indirizzarlo verso la prigione, gli avevano fatto prendere una strada che li conduceva verso l’altro lato della città. Mentre Sthenar guidava, aveva sentito il bambino cominciare a singhiozzare. L’uomo invece si era rivolto ai due spathari, con una voce che suonava potente anche sotto lo spesso sacco scuro: «Se volete uccidermi, allora fatelo! Credete che io non sappia chi vi manda?»
Poi, dopo un rumore sordo e un gemito, aveva sentito la voce dell’uomo tarchiato: «Stai zitto!»
«Vigliacchi! Vigliacchi voi e l’uomo che dietro di voi si nasconde!» aveva continuato il prigioniero.
«Per il bene della tua famiglia, fai silenzio.» la voce dell’uomo pallido.
Sthenar non aveva detto nulla, aveva continuato a seguire silenziosamente le indicazioni. Ma aveva riconosciuto la voce. L’aveva sentita nel Sinedrio, il giorno prima. Seduto dietro di lui, con le mani legate e un sacco sopra la testa, c’era il delegato Timios di Elis.
A un certo punto lo avevano fatto fermare. Davanti a loro si trovava un altro tetraciclo. E Sthenar aveva capito che non avrebbe visto la loro destinazione, così come chi in quel momento avrebbe preso in custodia i prigionieri non aveva visto da dove provenivano.
«Cosa avete intenzione di fargli? C’è un ragazzino tra loro.» aveva chiesto, alla fine, all’uomo pallido mentre li faceva scendere.
L’uomo gli aveva rivolto un’espressione strana, forse di rimpianto per quello che stava facendo, come Sthenar volle credere. Poi gli disse: «È una questione che non deve riguardarti, cicliere Sthenar. Torna a casa. Per questa notte il tuo lavoro è finito, e tu non hai visto nulla.»
«Come sarebbe a dire “per questa notte”? Ce ne saranno altre?»
L’uomo sorrise, con lo stesso sorriso inquietante che gli aveva rivolto quella mattina.
«Naturalmente.»
«Occhi sulla strada!» L’uomo tarchiato ripeté le parole di poco prima, da dietro le spalle di Sthenar.
Era passata una settimana da allora. Adesso Sthenar stava guidando il tetraciclo fuori dalla città, verso nord-ovest. Questa volta sapeva dove stavano andando, li aveva convinti a rivelarglielo, in un moto di coraggio che aveva sorpreso per primo lui stesso.
«Se avete intenzione di servirvi delle mie abilità, allora mi dite dove volete che vi porti e… e l’itinerario lo decido io. A-Altrimenti trovatevi qualcun altro.» aveva detto all’uomo pallido, quando era tornato a cercarlo la sera prima.
E l’uomo pallido aveva accettato. «Dovrai portarci al Grande Ponte.» gli aveva detto.
Dal punto dove si trovava, Sthenar riusciva già a vedere il ponte in alto in lontananza, una grande struttura tesa sopra una gola stretta e profonda. Serviva a collegare la capitale Arlis con la Piana di Hendo e le città nel nord del Principato, per raggiungere le quali altrimenti si sarebbe dovuta aggirare la lunga catena montuosa a ovest, allungando il viaggio di settimane.
Ma non solo. Tempo addietro, prima della Liberazione e del Principato, esso aveva un altro nome: il Ponte delle Esecuzioni.
Sthenar non si faceva illusioni, era ovvio cosa sarebbe successo ai suoi tre passeggeri una volta arrivati là. Questa volta il ragazzino non singhiozzava, e il delegato Timios restava in silenzio sotto il suo sacco. Ormai tutta la città aveva saputo dell’improvvisa scomparsa di lui, di sua moglie e di suo figlio. Anche il più stupido degli abitanti, vedendo quei tre, avrebbe capito chi erano.
Le due lune, ora non più allineate sopra la strada, illuminavano gli alberi del bosco in cui il tetraciclo si stava addentrando. Il solo rumore era il basso ronzio della vettura. Persino gli animali sembravano essersi tutti addormentati.
A un certo punto Sthenar uscì dalla strada principale e prese un sentiero che serpeggiava tra gli alberi. Sentì un pugno picchiare contro il retro dell’abitacolo, e la voce irritata dell’uomo tarchiato: «Cicliere! Dove stiamo andando?»
«È una scorciatoia.» rispose lui.
Questo sembrò essere sufficiente allo spathar, che non mosse altre proteste.
Il tetraciclo seguì cautamente il sentiero, senza fretta, finché la strada dietro di loro non scomparve alla vista e ancora più in profondità nel bosco, dove la luce delle lune non arrivava e Sthenar dovette affidarsi alla lanterna.
«Sei sicuro che questa sia una scorciatoia?» disse l’uomo tarchiato.
Sthenar non rispose. Era troppo impegnato a guardare il percorso davanti a sé.
Il silenzio era totale. Sthenar aveva visitato quel bosco molte volte, a diverse ore del giorno e della notte, e a prescindere dall’ora gli animali avevano sempre fatto sentire la loro voce. La loro assenza era strana.
Ma se lo fu anche per lo spathar, se ne accorse troppo tardi.
Quando picchiò di nuovo contro il retro dell’abitacolo e gridò «Ehi!» Sthenar stava già fermando la sua vettura. Davanti a loro, a malapena illuminato dalla lanterna, era comparso un uomo, immobile sul sentiero. E molti altri come lui erano emersi da dietro gli alberi e da dentro i cespugli tutto intorno a loro. Erano armati e indossavano un’uniforme nera, la stessa che normalmente avrebbe indossato l’uomo tarchiato.
«Siete circondati. Uscite dalla macchina. Adesso.» disse l’uomo che era comparso sul sentiero. Sthenar obbedì, sentendosi più sereno di quanto era stato nell’intera ultima settimana.
L’uomo si avvicinò. Sthenar guardò quel volto familiare, simile ma non identico al suo, ma prima che potesse dire qualcosa fu l’altro a parlare, mettendogli una mano sulla spalla: «Ben fatto, Fratello. Da qui in poi ci penso io.»
La notte stessa in cui aveva scortato per la prima volta i tre prigionieri, Sthenar si era precipitato da suo fratello e gli aveva raccontato tutto, sin dall’incidente in Via dei Rigattieri.
Quando aveva visto che i due spathar avevano rapito un ragazzino, aveva capito di essere condannato a prescindere da cosa avesse fatto. E a quel punto era successa una cosa strana nella sua mente. Aveva smesso di avere paura. Era come se una parte di lui avesse accettato il suo destino. Ora che sarebbe finito in prigione o morto in ogni caso, aveva scoperto che non gli importava poi così tanto. La cosa importante era invece salvare quegli innocenti. Ma se qualcuno gli avesse chiesto perché, Sthenar non avrebbe saputo rispondere.
Suo fratello Galen lo ascoltò con pazienza, senza interromperlo, addirittura lo confortò quando arrivò al momento in cui aveva visto i tre prigionieri e gli si ruppe la voce: «C’era un bambino, Galen… un bambino!»
Non si vedevano da anni, eppure il fratello non gli aveva neanche chiesto cosa volesse, lo aveva accolto in casa nonostante l’ora e gli aveva anche offerto da mangiare. Sthenar era stato sempre convinto che lui lo disprezzasse, come il loro padre. Ma la sua gentilezza era autentica.
«Quindi, non sai dove siano stati portati.» aveva detto, dopo la fine del racconto.
«No, mi dispiace. Però so che puoi fare qualcosa, devi fare qualcosa…»
«Sì, lo so. Dobbiamo agire.» Galen aveva assunto un’espressione seria. «E non solo per salvare il delegato e la sua famiglia. Il delegato Timios è stato rapito perché ha parlato contro Sofron Arystid. Quell’uomo ha intenzione di proclamarsi Principe non appena il padre morirà, con il sostegno dei suoi simpatizzanti tra gli spathar. Già da tempo sospettavo stesse preparando la propria scalata al potere. Timios è un simbolo dell’opposizione. Colpendo lui, sta soffocando ogni voce contraria alla propria. Ma ha compiuto un passo falso. Coinvolgendo apertamente degli spathar ha scoperto le sue carte. Riunirò alcuni colleghi su cui so di poter contare e stroncheremo questa cospirazione.
Ma per farlo ho bisogno del tuo aiuto, Sthenar. Hai detto che ti cercheranno di nuovo. Quando accadrà, fatti dire cosa hanno intenzione di fare, fatti dare informazioni. Convincili. Poi torna da me e organizzeremo un piano.»
«Convincerli? E come dovrei fare?» aveva chiesto Sthenar.
«Come sarebbe a dire? Tra noi due, sei sempre stato tu quello furbo. Vedrai che qualcosa ti verrà in mente.» gli aveva risposto il fratello, con un sorriso fiducioso.
Sthenar aveva fatto quanto Galen gli aveva chiesto, e anche di più. Una volta saputa la loro destinazione, era stato lui a suggerire l’imboscata, e a suo fratello l’idea era piaciuta.
Adesso si stava riposando con la schiena poggiata sulla fiancata del tetraciclo, mentre gli spathari che erano venuti con Galen tenevano fermo l’uomo tarchiato.
«Midas.» sentì dire al fratello. «Quindi dietro questa storia c’è Hektor Leonid. Avrei dovuto prevederlo, considerato chi è suo padre.»
L’uomo tarchiato, di cui finalmente Sthenar scopriva il nome, rispose con un insulto e un tentativo di sputargli in faccia. Galen non lo degnò di un secondo sguardo, e si diresse invece verso la portiera del mezzo.
I tre prigionieri erano ancora all’interno. Non avevano ancora detto una singola parola. Sthenar temette per un istante che fossero morti, ma poi ricordò che erano saliti sulla vettura con le proprie gambe. Notò che l’uomo era più magro rispetto a una settimana prima, e anche il bambino.
«Delegato Timios? Non preoccuparti, sei tra amici adesso.»
La risposta fu sommessa, ma pronunciata con una voce familiare: «Chi… Chi sei tu?»
«Galen Georgid, Delegato. E con me ci sono altri quindici uomini fidati.»
«Quindici? Così pochi? Nessun altro?»
Sthenar ebbe uno strano presentimento. La voce era familiare, ma non riusciva ad associarla all’uomo che aveva ascoltato nel Sinedrio.
«Non temere, abbiamo altri alleati in città, ma prima di tutto dobbiamo metterti al sicuro. Poi potremo muovere tutti insieme contro Sofron Arystid e ristabilire la giustizia.»
«Ah. Bene.» disse lentamente l’uomo con la testa coperta da un sacco. «Perfetto.»
Un attimo dopo, Galen cadde a terra, fuori dalla portiera. Poi Sthenar sentì un suono come lo schiocco di una frusta, e uno degli uomini che tratteneva Midas emise un grido, afferrandosi una spalla. Dopo un secondo schiocco, un altro degli uomini si accasciò a terra, con un foro su una tempia. Un terzo uomo ebbe appena il tempo di urlare: «Ci attaccano!», poi Midas gli fu addosso. Un singolo pugno lo scaraventò contro un albero a un paio di piedi di distanza, dove rimase, morto con il petto sfondato. Midas si voltò verso l’uomo con la spalla ferita, che era ancora intontito. Guardando Midas, Sthenar notò non solo il suo ghigno animale, ma anche che all’improvviso indossava una fascia bianca sulla fronte e dei guanti dai riflessi metallici sulle mani.
Un gemito riportò la sua attenzione sul tetraciclo. Suo fratello si stava dimenando steso sul terreno. Intorno a braccia e gambe aveva avvolti dei lacci che mandavano gli stessi riflessi dei guanti di Midas.
Anche se avrebbero dovuto essere legati, i tre prigionieri si alzarono e uscirono dalla macchina. Galen riuscì a gridare: «Travestimento! Quello non è il delegato!» prima che il ragazzino gli sferrasse un calcio all’addome. Lo spathar che era stato ferito alla spalla estrasse la sua micra, la puntò contro l’uomo con la faccia coperta e premette il grilletto, ma il proiettile che sfrecciò in aria con uno schiocco non raggiunse il bersaglio. Fu bloccato da un muro di metallo che si era formato all’improvviso tra i due. Un istante dopo la testa dello spathar fu mozzata di netto, dalla donna, con una spada che un momento prima lei non aveva in mano.
Qualcuno colpì Sthenar alla testa, facendogli venire meno le forze. Le ultime cose che vide furono altri uomini in nero emergere dagli alberi, e quello che lui aveva pensato essere un prigioniero togliersi il sacco da sopra la testa, rivelando un volto che lui conosceva, ma che non era quello del delegato Timios.
Un volto pallido, con occhi grigi e folti capelli scuri.
Galen non riusciva a muoversi. Era legato così strettamente da non riuscire nemmeno a girarsi. La battaglia intorno a lui gli giungeva sotto forma di suoni e urla. Pregò che i suoi uomini riuscissero a riorganizzarsi e maledisse la propria ingenuità.
I cospiratori erano spathari come lui: come aveva potuto pensare che suo fratello non fosse sotto sorveglianza? Probabilmente sapevano sin dall’inizio che Sthenar gli aveva parlato. Ma invece di liberarsi di lui lo avevano usato per tendere una trappola, in cui Galen e i suoi erano cascati come principianti.
I suoni della battaglia stavano scemando. Uno dei due lati aveva vinto, e visto che era ancora legato Galen capì che non era il suo.
«Prendetene sei o sette come prigionieri. Uccidete gli altri.» Una voce potente, dal tono sicuro di sé.
Dei passi che si avvicinavano. «Di lui cosa facciamo, Capitano?» Una voce giovane, con ancora in parte il timbro di un bambino.
«Lui portalo da me.»
Improvvisamente la stretta delle corde metalliche sulle sue gambe si allentò, e con uno strattone Galen venne fatto alzare.
La prima cosa che vide furono i corpi. Sfudas giaceva appoggiato a un albero, Takhis e Kharumen sull’erba poco lontano. Riconobbe Takhis dal fatto che impugnava la micra con la mano sinistra: era stato decapitato. E ce n’erano altri, molti altri. Tutti morti per la mia stupidità, si disse.
«Cammina, non facciamo aspettare il capitano.» gli disse il proprietario della voce giovane: un ragazzo che avrebbe potuto essere suo figlio. Capelli castani, grandi occhi verdi e un sorriso beffardo di quelli che hanno i giovani che ancora si credono immortali. Era vestito in abiti civili di qualche taglia troppo larghi, e sulla fronte aveva stretta una sottile fascia argentea.
«Che fine ha fatto il vero figlio del delegato Timios?» chiese Galen.
«Niente domande.» rispose il ragazzo. «Forza, andiamo.»
Non fece nessun movimento, eppure Galen si sentì trascinato in avanti dai lacci attorno alle braccia e al torace.
Che padronanza psichica, pensò. Non conosceva quel ragazzino, eppure qualcosa nella sua testa gli diceva che avrebbe dovuto.
Avanzarono verso un gruppo di persone a una trentina di piedi dal tetraciclo. Alla luce di una lanterna che era stata scoperta, Galen vide una mezza dozzina di suoi uomini riuniti in un angolo in ginocchio, sotto lo sguardo vigile di uno spathar magro che teneva i lunghi capelli raccolti dietro la testa e nella cui mano roteava un disco affilato. In un altro angolo un giovane era accasciato contro un albero e si stringeva l’addome sanguinante con una mano. Almeno siamo riusciti a ferirne uno, si disse con amarezza. Notò l’uomo che si era finto il delegato Timios: stava prestando cure al ferito. E adesso che aveva il volto scoperto lo riconobbe. Eulogh, un altro degli uomini di Hektor.
Intuì allora anche l’identità della donna che si era finta la moglie del delegato, subito prima di scorgerla davanti a sé.
Antendra e Midas sembravano stare ad attenderlo, fiancheggiando da un lato e dall’altro, come bravi sottoposti, un uomo alto e imponente: probabilmente avrebbe sovrastato Galen con tutta la testa se si fosse avvicinato. Ma la sua caratteristica più particolare non era l’altezza, bensì i capelli biondi, che davano l’impressione che la sua testa fosse cinta da una corona dorata.
Galen conosceva quell’uomo, ma anche nell’eventualità che quella fosse stata la prima volta che lo incontrava, quei capelli sarebbero bastati a fargli capire chi aveva davanti: esisteva un solo spathar che li aveva di quel raro colore.
«Hektor Leonid. Hai la minima idea di cosa stai facendo?»
«Non è palese?» disse l’uomo, inarcando un sopracciglio. «Sto fermando una cospirazione contro il Principato. Il delegato Timios ha confessato di tramare l’assassinio del reggente Sofron, con la collaborazione con alcuni membri del corpo degli spathari.»
Nonostante la situazione, Galen rise. «Ti aspetti che il popolo ti crederà?»
Hektor sbuffò compiaciuto. «No. Ma ciò che il popolo crederà non farà nessuna differenza. Ciò che i delegati e i nostri compagni d’arme sapranno, invece, sarà la fine che attende chi si oppone all’ordine costituito.»
«Chi si oppone al Reggente, vorrai dire.»
«I due sono una cosa sola.» ribatté Hektor con un sorriso che probabilmente nelle intenzioni era compassionevole.
«Interessante. Dimmi, è un pensiero cui sei arrivato da solo o sono parole che ti ha insegnato a recitare tuo padre?» chiese Galen scoprendo i denti. Tra gli spathar girava insistente la voce che Hektor dovesse la carica di capitano soprattutto a suo padre, lo stratega Leon.
«Come osi!?» sibilò Antendra, facendo un passo in avanti, ma Hektor la fermò con un leggero gesto della mano. Il sorriso era scomparso dal suo volto.
«Galen Georgid, avrei potuto ordinare a Thesor di ucciderti insieme ai tuoi compagni, oppure arrestarti e fare in modo di non farti vedere mai più la luce del sole. Anche in questo momento potrei semplicemente lasciare che Antendra ti decapiti seduta stante per il tuo insulto, cosa che, vediamo entrambi, lei sarebbe molto felice di fare. Ma per quanto tu chiaramente non ricambi, io ho grande rispetto per te. E così ho deciso che la tua fine sarà degna di un guerriero. Thesor, liberalo.»
Il ragazzo annuì. Un istante dopo, sul suo polso comparve un bracciale metallico, mentre i legacci che trattenevano Galen scomparivano.
Galen guardò il ragazzo, e finalmente ricordò le storie che aveva sentito su un bambino prodigio che aveva iniziato l’addestramento come spathar quando ancora aveva meno di dieci anni. Fino a quel momento, aveva pensato che fossero tutte esagerazioni.
Il ragazzo, Thesor, si allontanò, così come Antendra e Midas, creando una sorta di arena in cui restavano solo Galen e Hektor.
Hektor si stava annodando senza fretta la propria fascia sulla fronte. «Sei considerato uno spadaccino fenomenale. Da molto tempo sono ansioso di misurarmi con te. Questa è l’occasione perfetta.»
Galen estrasse la sua e fece lo stesso. Sapeva che in ogni caso non avrebbe visto l’alba, ma se fosse riuscito a portare con sé nella morte un uomo come Hektor ne sarebbe valsa la pena.
Fece un respiro profondo. Tese il braccio sinistro in avanti e mandò un impulso attraverso la sua fascia di controllo. Il bracciale di sclerigro che teneva al polso si trasformò in una lunga spada di colore bianco scintillante nella sua mano.
«Che nessuno interferisca.» disse Hektor, mentre piegava le braccia davanti al petto, le mani chiuse a pugno una sopra l’altra. Un istante dopo, in esse stringeva un enorme spadone.
«Avanti,» lo incalzò con un ghigno crudele. «in guardia.»
Si mosse con una rapidità che il suo spadone non faceva immaginare.
Galen schivò il fendente, ma non riuscì ad approfittarne per colpire il suo avversario, perché nonostante lo slancio Hektor si era già rimesso in posizione per sferrare un affondo.
La scena si ripeté più volte con modalità simili. Galen non riusciva ad avvicinarsi. Era come se quella grande spada non avesse peso, eppure gli squarci che lasciava sul terreno e sugli alberi non gli lasciavano dubbi, se avesse provato a incrociare quella lama con la propria sarebbe stato aperto in due.
Quanta padronanza psichica aveva quest’uomo? Persino Galen stesso doveva scendere a patti con il peso dell’arma nelle sue mani, un peso che man mano che lo scontro si protraeva si stava facendo sentire sempre di più. Ogni fendente arrivava più vicino del precedente a colpirlo.
«Tutto qui? Sono deluso, Galen.» disse Hektor, che non sembrava neanche affannato. O deluso, se era per quello, a giudicare dal suo sorriso.
Galen capì di dover rischiare. Sapeva che non sarebbe mai riuscito a bloccare un colpo di quello spadone, ma forse…
Si fermò, con alle spalle un grosso tronco. Hektor approfittò immediatamente di quell’esitazione e sollevò lo spadone sopra la propria testa.
Quando il fendente calò dall’alto, Galen non si mosse fino all’ultimo istante, tenendo la sua spada sopra di sé. Poi si spostò di un singolo passo e angolò la spada verso il basso, lasciando che l’arma del suo avversario ci scivolasse sopra, usando il minimo di resistenza necessario a deviare il colpo.
Lo spadone colpì il tronco e ci affondò dentro per una decina di dita.
Era il momento.
Come Galen aveva intuito, Hektor fino a quel momento si era controllato, aspettandosi che lui schivasse i suoi colpi e restando pronto a reagire. Hektor sapeva che Galen non sarebbe stato così sciocco da trasformarlo in uno scontro di forza, in cui lui era chiaramente superiore, e avrebbe invece fatto leva sulla velocità. Ma vedendo Galen immobile, incapace di indietreggiare e apparentemente intenzionato a parare il colpo, Hektor aveva deciso di impegnare tutta la sua forza, per la prima volta nel corso del duello. E Galen aveva rivoltato quella forza contro di lui. Adesso la sua spada era incuneata nel legno e Galen era libero di colpirlo.
Non era una situazione senza via di scampo, un guerriero esperto aveva molti modi di riprendersi da un errore come quello. Ma Hektor era rimasto sorpreso dall’azione imprevista del suo avversario. Per un singolo istante, Hektor era confuso.
Quel singolo istante sarebbe bastato.
Galen si lanciò contro il suo nemico, puntando dritto alla sua testa.
Ma successe una cosa strana.
Hektor liberò una mano dallo spadone e se la portò al petto.
Si abbassò.
E Galen lo superò senza riuscire a fermarsi, cadendo poi a terra.
Quando cercò di rialzarsi, non ne fu in grado.
Rigirandosi faticosamente sul dorso, Galen vide che entrambe le sue gambe erano state tranciate al di sotto del ginocchio. E fu finalmente conscio del dolore.
Davanti a lui, Hektor stava estraendo con una mano lo spadone che era rimasto incastrato nel tronco, mentre nell’altra stringeva una seconda lama, più corta.
«Te lo concedo.» disse. «Anche se soltanto alla fine, mi hai costretto a fare sul serio.»
Il sorriso era svanito. Sembrava molto più deluso adesso rispetto a prima. Ma quando si voltò a guardare l’avversario sconfitto, la sua espressione tornò tronfia.
«Tuttavia, fatico a credere che questo sia il meglio che voi della vecchia generazione avete da offrire.»
Se disse altro, Galen non lo sentì. Chiuse gli occhi, chiese perdono ai suoi compagni e pregò che il dolore durasse poco.
Le sue preghiere vennero esaudite.
Sthenar aveva osservato il duello dal suo angolo, in ginocchio insieme agli spathar del fratello che erano sopravvissuti.
L’uomo con i capelli raccolti non aveva degnato di un singolo sguardo la scena dietro di sé, era rimasto vigile di guardia ai prigionieri. Sthenar non sapeva dire se il motivo fosse il suo senso del dovere, la sicurezza che il suo capitano avrebbe vinto o una totale indifferenza alla questione.
«Qui abbiamo finito. Andiamo.» disse quello che suo fratello aveva chiamato Hektor. «Arrivati alla prigione interrogheremo quegli uomini e ci faremo dire chi altro è coinvolto.»
«Capitano.» disse la guardia. «Di lui cosa facciamo?» e indicò Sthenar.
Hektor sembrò pensarci su per un istante, poi disse: «È improbabile che abbia informazioni. Ci penso io.»
Giunse i due spadoni, che si fusero insieme e cambiarono forma. Adesso impugnava con entrambe le mani quello che sembrava un gigantesco maglio.
Sthenar fu conscio del fatto che i suoi compagni di sventura stavano cercando di allontanarsi da lui, ma non gliene fece una colpa. Si aspettava che la paura sarebbe tornata, ma non era così. Anzi, si sentiva stranamente sollevato.
Mentre Hektor si avvicinava, le sole cose a cui Sthenar pensava erano la faccia dell’uomo che aveva investito e quel graffito che aveva visto sul muro meno di un’ora prima.
E quando il maglio si abbatté sulla sua testa, il suo ultimo pensiero fu che per lui la fine dei tempi era giunta più in fretta di quanto si aspettasse.
Per lui, la punizione finiva qui.
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